Visualizzazione post con etichetta Vinson Eddie Cleanhead. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Vinson Eddie Cleanhead. Mostra tutti i post

martedì 17 luglio 2007

Commemorando John Coltrane (2^ parte)


Nel periodo passato con l'orchestra di Eddie Vinson, John Coltrane effettua l’importante passaggio dal sassofono contralto al sassofono tenore. E’ il definitivo distacco dal mito di Parker.
Nel settembre del 1949 arrivò l’importante ingaggio nella big band di Gillespie e, con questo, la possibilità di guadagni stabili e attenzione della critica. Ma l’esperienza, che durò diciotto mesi, non fu assolutamente positiva per Coltrane. Per una serie di motivi: il primo fu la costrizione a dover tornare al sassofono contralto, scelta che andava controcorrente rispetto alle direzioni ultime intraprese dal musicista di Hamlet. La partiture per contralto, a cui era costretto ad uniformarsi, non gli permettevano eccessivi spazi improvvisativi. Inoltre, per motivi di cassetta, la musica che Gillespie suonava indugiava in percorsi economicamente appetibili, cosa che Coltrane trovava oltremodo frustrante.
Subì il licenziamento, comunque, a causa delle sue precarie condizioni fisiche dovute alla sempre più devastante dipendenza da eroina e alcool.
Seguirà un periodo di profonda depressione, segnata dal ritorno a Philadelphia e ai contratti da sideman nelle piccole band di R&B.
Sembrava ormai perduto a sé stesso e al mondo quando arrivò, inaspettata, la svolta.

“Miles Davis era praticamente disperato. Si trovava nel pieno dei preparativi per il suo primo tour nazionale organizzato da un dinamico impresario, e i riflettori della Columbia Records, l’etichetta più potente e finanziariamente generosa dell’epoca, erano tutti puntati su di lui.
“Se riesci a formare un gruppo stabile ti faccio entrare in sala d'incisione” gli aveva promesso George Avakian, il numero uno della Columbia per il jazz. Per Miles, che era stato allievo di Charlie Parker nel suo innovativo quintetto bebop, "gruppo" significava un trio ritmico con l'aggiunta di due fiatisti, e lui ne aveva a disposizione soltanto uno: se stesso.
Per il trombettista, l'estate del 1955 era stata decisamente positiva. Si era ripulito e si sentiva in forze, essendosi liberato sei mesi prima da una lunga assuefazione agli stupefacenti che lui stesso aveva definito «un film dell'orrore che durò quattro anni». A luglio era avvenuto l'ac­clamato rientro tra il grande pubblico, quando sul palco del Newport Jazz Festival aveva mandato in visibilio la consorteria dei più importanti critici musicali americani con un laconico assolo alla tromba sordinata in `Round Midnight". E inoltre aveva già gettato le fondamenta del suo fan­tastico quintetto: il texano Red Garland al pianoforte, il giovane Paul Chambers di Detroit al basso e l'esplosivo Philly Joe Jones alla batteria.
Ma Sonny Rollins non c'era più. Già qualche tempo prima il tenorista preferito di Miles - provvisto di uno stile fluido e di grande destrezza rit­mica - aveva minacciato di lasciare il gruppo, e in seguito si venne a sapere che si era fatto rinchiudere in un severissimo centro di disintos­sicazione del Kentucky. Davis doveva trovare un rimpiazzo, e alla svelta.
In cima alla lista c'erano diverse possibilità: una di queste era Julian " Cannonball" Adderley, il nuovo sensazionale altista di Tampa; poi veniva John Gilmore, l'esperto sax tenore di Sun Ra. Ma il primo dovette ritornare in tutta fretta in Florida per tenere fede a un impegno come insegnante, mentre il secondo semplicemente «non funzionò», come spiegò lo stesso Miles. «Il suo sound non era quello che andava bene per la band.» Ormai alle strette, si rivolse al suo batterista, nonché speciali­sta in reclutamenti, Philly Joe, che gli aveva parlato del suo amico John Coltrane.
Che a sua volta non era propriamente uno sconosciuto per Davis. Già nel 1946, infatti, Miles era rimasto impressionato dall'acetato di un'e­stemporanea session di bebop registrata durante la tournée del sassofo­nista con la Naval Reserve. E un anno dopo, a detta di Coltrane, i due si erano incontrati, e grazie al suo ingaggio nella big band di Dizzy Gillespie si erano ritrovati a suonare insieme a New York. Nell'autobiografia, Miles Davis ricorda scherzosamente una memorabile sfida da lui orchestrata nel 1952. "Feci suonare Sonny Rollins e John Coltrane ai tenori per una serata alfAudubon Ballroom... Quella notte Sonny fu incredibile, fece letteralmente cacare sotto Trame."
Coltrane accettò di andare a New York per un provino per il gruppo. Miles non si aspettava molto, ma il sassofonista lo sorprese. «Mi accorsi di quanto Trane fosse migliorato dopo la volta che Sonny l'aveva fatto a pezzetti» ricordò il trombettista.
Ciò che Miles percepì in Coltrane era un sound che, per quanto ancora in fase di sviluppo, aveva qualcosa di particolare e fuori dal
comune. All'epoca quasi tutti i tenoristi suonavano come sotto l'in­cantesimo di due pionieri dalla grandissima influenza: Coleman Hawkins, con la sua ritmica forte e impetuosa, e Lester Young, con il suo sommesso lirismo. Persino il sound di Dexter Gordon - uno dei primi modelli di Coltrane - oscillava tra questi due poli stilistici. Ma Coltrane inseguiva qualcosa di originale e quella ricerca era diventata parte del suo sound. Ripeteva i fraseggi come se volesse spremere tutte le possibilità dalle combinazioni di note e cercava di evitare linee melodiche prevedibili, ricorrendo piuttosto a insoliti ghirigori e a sfoggi ritmici nella struttura dei brani.[1]
Nel gruppo di Miles Davis, dopo alcune incomprensioni iniziali, esplose il talento di John Coltrane. Miles capì di aver trovato il perfetto contraltare alla sua musica. I due oscillavano, musicalmente e nella vita, tra gli opposti. Nella vita privata, tanto era estroverso, spaccone, viveur e testa di cazzo Davis quanto era introverso, timido e taciturno Coltrane. Una volta sul palco, però, come per magia, le parti si invertivano e il sassofono di fuoco di Coltrane con i suoi lunghissimi assoli, controbilanciava perfettamente il lirismo intenso misurato e fragile di Davis.
Sul problema della differenza di durata dei rispettivi assoli Miles ebbe a dire che la cosa era dovuta al fatto che laddove lui cercava di capire cosa si può togliere, Coltrane si poneva, invece, il problema di cosa si può aggiungere. In questa frase ci sono le rispettive visioni della musica. Visione che condusse Davis verso il modale e, quindi, verso il superamento del bebop, strada, questa, che Coltrane abbraccerà in seguito senza remore.
Le reciproche differenze caratteriali furono annullate dalle rispettive smanie di perfezionamento e così, mentre John Coltrane passava giornate intere ad esercitarsi su libri di studi per sassofono, Miles Davis scriveva note e accordi su scatolette di fiammiferi che poi gli passava incitandolo ad eseguirli con lo strumento.
Maturava lentamente l’amalgama che avrebbe condotto al capolavoro davisiano, A Kind of Blue.
Il sodalizio, ad ogni modo, si interruppe a causa della solita dipendenza di Coltrane. In un primo momento, Davis fu tollerante, anche in virtù del fatto che lui, per primo era già passato da quell’inferno. Ma in seguito, le condizioni di Coltrane peggiorarono sensibilmente e ridussero il musicista ad un cencio umano, incapace di rispettare gli impegni e di suonare decentemente. Dopo una violenta lite, Miles Davis cacciò via il suo alter ego.
E qui comincerà un’altra storia.

NOTE
[1] cft Ashley Khan, A Love Supreme, storia del capolavoro di John Coltrane, Il Saggiatore, 2006, pag. 18
Discografia: Miles Davis, A Kind of Blue, Atlantic, 1957
John Coltrane, Blue Trane, Columbia, 1958

Bibliografia:
Ashley Kahn, A Love Supreme, storia del capolavoro di John Coltrane, Il Saggiatore, 2006
Lewis Porter, Blue Trane: la vita e la musica di John Coltrane, Minimum Fax, 2006

Fotografie:
1-Jimmy Garrison, 1961( autore ignoto dal libro di Ashley Kahn. Autore non specificato)
2-John Coltrane (autore ignoto, dalla copertina di Blue Trane, di Lewis Porter)

lunedì 16 luglio 2007

Commemorando John Coltrane


Cosa si può dire di ancora non detto a proposito di John Coltrane?
Non a torto può essere tranquillamente considerato un faro non solo della musica jazz ma di tutta la musica che ha percorso il secolo appena trascorso. La sua stella più fulgida ha brillato per appena 7 anni, almeno convenzionalmente, dal 1960 al 1967, anno della sua morte, e in questo breve periodo ha sfornato capolavori immortali, primo fra tutti il celebratissimo A love supreme del quale, recentemente, è stata pubblicata un’edizione deluxe contenente incisioni inedite della medesima sessione. Un acquisto imperdibile per ogni appassionato.
Vorrei dare a questo post un taglio inusuale e parlare di un Coltrane meno conosciuto, quello precedente all’esplosione, per intenderci, il sideman di anonimi leader di rhythm ‘n blues bands più o meno anonime sfiorato appena dall’esplosione del bebop, destinato a una tranquilla carriera di insegnamento in una qualche scuola di musica di Philadelphia e colpito in pieno da un fulmine scagliato da Miles Davis.
John Coltrane nacque ad Hamlet, North Carolina, nel 1926, nipote di predicatori metodisti, frequentatore della chiesa locale dove, come la stragrande maggioranza dei colleghi, ha imparato a suonare durante le funzioni eccetera eccetera. Nulla di nuovo sotto il sole. Da segnalare, forse, una tenera confidenza con una cugina, Mary Lyerly (da sposata, Alexander) che rimase per tutta la vita un punto di riferimento importante.
E’ interessante notare, come del resto fa la rivista Jazz It di novembre, che se fosse ancora vivo, Coltrane avrebbe appena compiuto 80 anni e chissà quanta altra vita musicale! Forse avrebbe realizzato il desiderio di incontrarsi col citarista indiano Ravi Shankar, di cui era un fervente ammiratore. Ma siamo nel campo dei “se”.
Biografi come Ashley Kahn e Lewis Porter, entrambi autori di importanti libri che lo riguardano, suppongono che un ruolo fondamentale nella costruzione della personalità di Coltrane lo ebbe il nonno paterno, forte personalità che gli inculcò un grande senso del dovere, curiosità, mania di perfezionismo, forza di volontà e gusto per la lettura, tutte caratteristiche peculiari di quello che sarà l’approccio alla vita di Coltrane uomo o musicista.
Si sa anche che, al di là della precoce ammirazione per Charlie Parker che lo portò ad imparare il sassofono contralto in suo onore, il primo vero idolo di Coltrane fu Johnny Hodges, l’altosassofonista dell’orchestra di Duke Ellington. Ne studiava i gesti, cercando di imitarlo allo specchio, ammirandone la postura statuaria e perfetta.
Ebbe in seguito occasione di suonare con Hodges in un ruolo molto appagante, seppur da comprimario. Un’esperienza rovinata dalla sua tossicodipendenza, comunque.
La sua formazione artistica, ad ogni modo, si costruì negli anni vissuti a Philadelphia, città ove si trasferì in seguito alla morte del padre e che segnò positivamente il suo impatto col mondo metropolitano.Personalmente, credo che questa fase della sua vita fu essenziale nel plasmarlo in quello che sarà negli anni del suo azimut creativo.In questa città, intanto, andò ad ingrossare il nutrito gruppo di turnisti anonimi che gravitavano intorno alle tante orchestre o combos che agivano in quel luogo producendo di tutto, dal swing all’hard ma soprattutto tanto rhythm ‘n blues.

Coltrane, con molti sidemen, sassofonisti come Jimmy Heat, Bill Barron, Jimmy Oliver, Jimmy Steward, Benny Golson o trombettisti come Johnny Coley o Calvin Massey, pianisti come Red Garland o batteristi come “Philly” Joe Jones, strinse un sodalizio amicale che resistette, seppur con alterne fortune, per tutta la sua breve vita.
Suonò R&B nell’orchestra di Heat ed in quella di Eddie “Cleanhead” Vinson, essenzialmente per avere un reddito. E suonò quella musica che il giornalista bianco Joe Goldberg descrisse come semplice musica popolare nera, in funzione abbastanza riduttiva.
In realtà quest’esperienza forgerà il genio per due motivi.
Primo, quella musica era pregna di blues. Coltrane vi si immerge completamente e quello sarà il limo fertile entro il quale svilupperà le direzioni future della sua musica.
“Se non si capisce il blues non si possono suonare quei pezzi. E non parlo di blues in dodici battute, mi riferisco alla rappresentazione di ciò che è il blues, tutto ciò che ha a che vedere con il fatto di crescere e di abitare in un quartiere di negri”.[1]
Secondo, l’esperienza R&B:
“Molte delle cose che venivano percepite come innovative quando Coltrane le faceva in un nuovo contesto, soffiare con forza nello strumento per ottenere suoni distorti, mordere l’ancia per produrre squittii striduli, suonare assolo molto lunghi e sepre più infuocati, fino all’orlo dell’isteria, derivano direttamente dalla tradizione dei sassofonisti R&B”[2]
Fu nell’organico di Vinson che Coltrane abbandonò il contralto per passare al tenore, attratto dalle più ampie possibilità timbriche.
Fu un periodo fecondo di studio e attività che vide la sua tecnica e la sua consapevolezza crescere esponenzialmente. Ma fu anche il periodo del suo fidanzamento subdolo con la droga che cominciò ad utilizzare per reggere lo stress dei frequenti spostamenti, per lenire il mal di denti che lo affliggeva a causa della sua golosità e per aumentare la sua capacità di concentrazione.
In realtà la droga provocò una crisi profonda che lo allontanò dagli obiettivi creativi che si era posto.

NOTE
[1] cit. Brandon Marsalis, musicista
[2] cit. Robert Palmer, giornalista

Discografia:
John Coltrane, A Love Supreme, Impulse, 1964
John Coltrane, Ascension, Impulse, 1965
Thelonious Monk, With John Coltrane, R, 1957

Bibliografia:
Ashley Kahn, A Love Supreme, storia del capolavoro di John Coltrane, Il Saggiatore, 2006
Lewis Porter, Blue Trane: la vita e la musica di John Coltrane, Minimum Fax, 2006

Fotografie:Tratte dal libro di Ashley Kahn. Autore non specificato.
1-Coltrane con Frank Tenot, Parigi, 1961
2-Coltrane col primogenito, Long Island, 1964
3-Coltrane con Jimmi Garrison, 1964
Pubblicato qui il 30 novembre 2006