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mercoledì 18 luglio 2007

Storia di un jazzofilo in 10 piccoli capitoli

Introduzione

E’ la storia di un tipo, non esattamente un archetipo, uno che a un certo punto della sua vita gli piomba tra capo e collo una irrefrenabile passione per questa musica. E come tutte le passioni ha pure i suoi sacrosanti alti e bassi, questi ultimi molto profondi, in verità.

Fase I: beata innocenza

Questo tipo è stato adolescente di strani riferimenti. La televisione delle canzonissime di Gianni Morandi e Massimo Ranieri, dell’imperversare di Pensieri e Parole e di Hit Parade luttazziane. E del mitico mangiadischi grigio regalatogli dal padre per un compleanno.

Il primo 45 giri comprato fu suggerito, sorprendentemente, direi, all’adolescente da una rivista molto in voga tra i giovanissimi snob (il nostro lo era): Ciao 2001. Erano anni in cui il 2001 sembrava una data fantascientifica, d’altronde, e la rivista era di grafica e impaginazioni inusuali e ipercolorate.Il disco, comunque, era Paranoid, dei Black Sabbath. Al ragazzo facevano un po’ schifo ma erano tanto di tendenza…

Per rifarsi comprò, successivamente, Massimo Ranieri e Nicola di Bari riuscendo a fare pace con sé stesso.

Più che una pace quella fu, in realtà, una tregua poiché crescendo, il tipo (ed anche il suo snobismo) fu rapidamente fagocitato dal rock con prevalenza netta, in una prima fase, di quello progressivo: Emerson Lake & Palmer, King Crimson, Van Der Graaf Generator, Genesis. Recentemente, il tipo ha riascoltato l’assolo di chitarra in Firth of Fifth (da Selling England by the pound) che all’epoca gli sembrò mitico. All’epoca, appunto…

In seguito, il nostro tipo traversò l’atlantico per incappare nei Doors , nei Grateful Dead e, soprattutto, nei Jefferson Airplane in tutte le salse. Il tipo era appena diventato maggiorenne e una nuova fase della sua vita musicofila era in agguato dietro l’angolo.

Fase II: Fughe in avanti di uno snob

Si preannunciavano tempi intensi di impegno e di passione e quel polline fluttuava già nell’aria quando la curiosità spinse il tipo tra le iperpubblicizzate braccia del rock jazz nostrano. Così, per vedere l’effetto che fa, il nostro acquistò il disco dei Perigeo, subendo l’impatto violento con Giovanni Tommaso, Franco D’Andrea, Claudio Fasoli. Fu una scoperta corroborante che lo proiettò d’impeto tra le braccia di Jaco Pastorious, Miroslav Vitus, Joe Zawinul e il grande (l’avrebbe capito in seguito) Wayne Shorter

Fase III: presa di coscienza

Birdland, da Heavy Weather, divenne la colonna sonora del tipo in oggetto e altri dischi dei Weather Report arricchirono la sua collezione di Long Playng. Un nuovo vento, però, soffiò improvviso su ogni cosa e casa e via di ogni città. Le lotte studentesche del 1977 travolsero il nostro e la musica progressiva italiana. La polizia lo manganellò mentre cercava di autoridursi il prezzo del biglietto per il concerto di Giorgio Gaslini. Fu affascinato da Gaetano Liguori e Mario Schiano, conobbe Rava. Praticamente saltò il fosso senza possibilità di ritorno.

Fase IV: Il nuovo mondo

Passate le fiamme del ’77, il tipo incappò in un periodo di riflessione. Mise a punto il suo rapporto con la musica jazz e fece la conoscenza con Mc Coy Tyner e il suo disco, Sahara. Il motivo per cui il acquistò quel disco, ad ogni modo, fu banale: la sua permanenza al primo posto della jazz chart statunitense. Insomma, non proprio un esempio di sensibilità. All’epoca, infatti, il tipo non aveva conoscenze specifiche: Coltrane? Chi era costui? L’esplorazione del jazz classico cominciò, quindi, dalla coda piuttosto che dalla testa. In questo, nel tipo, c’era una formidabile coerenza con la sua vita, non c’è che dire.

Fase V: Bibliograficamente

Urgeva una riflessione seria e una precisa messa a fuoco della situazione. Il tipo acquistò all’uopo il formidabile libro di Arrigo Polillo e quel delizioso libretto di LeRoy Jones, Il Popolo del Blues. Fatta chiarezza e messo a punto l’orientamento, per il nostro le cose cambiano radicalmente. Ora è in possesso di una nuova consapevolezza e le sue scelte diventano più mature e consapevoli. Arrivano Coltrane e Parker, Il Free Jazz le orchestre, l’Hard Bop. La collezione discografica è completa ma langue, nel tipo, la prova sul campo.

Fase VI: La prova sul campo

La prova sul campo è il boom del jazz nelle estate salentine. Nel frattempo, il nostro tipo si dedica alla fotografia e intravede la ghiotta occasione di unire le due cose: fotografare i grandi jazzisti che nei primi anni ’80 invadevano il Salento. Il nostro ha tutt’oggi un’invidiabile archivio in bianco e nero. Per esempio una documentazione del concerto agostiano del trio di Bill Evans a Santa Cesarea Terme nell’anno in cui Evans morì a settembre.

L’inseguimento dei palchi ove si suonava jazz con la camera a tracolla portò il tipo a Taranto, nella villa cittadina dove il nostro fu folgorato dalla cosiddetta Musica Creativa e Improvvisata. Ascoltò e fotografò i chicagoani Braxton, Art Ensembre of Chicago, Roscoe Mitchell Quartet, ancora Braxton con Michael Taitelbaum, Globe Unity Orchestra. Insomma, una nuova fase.

Fase VII: La trepida attesa

La fase Progressive necessitò al tipo l’acquisizione di una discreta biblioteca avente per oggetto questa musica e le relative tecniche improvvisative. L’acquisto dei dischi fu delegata ai Magazzini Nannini di Bologna. Da segnalare, all’epoca, l’acquisto, da parte del tipo, di una serie di 5 dischi intitolata Wildflowers, un’antologia in cui comparivano tutti i protagonisti di questa nuova musica, limitatamente allo scenario USA, la cosiddetta Loft Music. Vi erano compresi gli stessi Braxton e Abrahms, Julius Emphill, Trehadgrill, Sam Rivers ed altri. Il nostro era anche molto attratto dalla situazione europea di Misha Mengelberg, Bennink ma anche Steve Lacy. Una situazione estremamente creativa, stimolante ed in divenire. Conteneva i germi di quella fase di superamento del jazz così come lo si era conosciuto fino a quel punto. Il nostro protagonista, e non solo lui, era in una situazione di trepida attesa sul futuro della sua musica.

Fase VIII: Il riflusso

La crisi che colpì il tipo era certamente grave. In effetti, fu colto da una specie di torpore, una sindrome da rassegnazione, un senso di perdita di qualcosa che, in qualche modo, gli conferiva una specie di identità. Il nostro continuava a scattare fotogrammi su fotogrammi rifuggendo le piazze e rifugiandosi nei localetti tipici come il Tam Tam di Tricase, mitico, nel quale ebbe modo di assistere ai concerti, fra gli altri, di Dewey Redman, Geri Allen e Cassandra Wilson. Un altro locale frequentato dal tipo era Gli Infernotti, di Torino (un superlativo Braxton)

Fase IX: Il buio profondo

Questa attività di riflusso fu il preludio di una crisi che allontanò il nostro dalla sua musica per anni. Rispetto all’incertezza che regnava nel mondo musicale afroamericano, il nostro scelse, dunque, la via dell’oblio. Si dedicò alla fotografia, cercando strade nuove e modificò il suo approccio con la musica nel senso che ampliò i suoi interessi evolvendosi nel senso di superare gli steccati dei generi. Ascoltò, tanta musica di estrazione diversa maturando, alfine, una nuova flessibilità sensoriale. Nel frattempo anche il jazz si andava diluendo in esperienze trasversali che sembravano il preludio di una definitiva contaminazione irreversibile.

Fase X: Il ritorno

Siamo arrivati ai nostri giorni. Il tipo è in fase di aggiornamento, come un emigrante che torna al suo paese dopo quarant’anni di assenza. Oggi è impegnato a tracciare nuovi punti di riferimento e a ricominciare un nuovo capitolo di questa lunga storia.


Fotografia:
elaborazione personale della copertina della rivista Musica Jazz di gennaio 2007


martedì 17 luglio 2007

Commemorando John Coltrane (3^ parte)


Il licenziamento subito da Miles Davis non fu sentito da Coltrane in maniera drammatica. Tutt’altro, il musicista di Hamlet approfittò di questa pausa per concedersi un periodo di transizione riflessiva fatto di studio, partecipazioni a brevi esperienze di palco con alcuni amici di Philadelphia come McCoy Tyner o il compositore Cal Massey.
La precedente esperienza con Davis era stata positiva dal punto di vista musicale ma distruttiva da quello delle tossicodipendenze. Racconta Davis:
Suonava con addosso vestiti nei quali sembrava avesse dormito per giorni e giorni, tutti spiegazzati e sporchi. Poi, sul palco, quando non ciondolava mezzo addormentato, si scaccolava il naso, e qualche volta si mangiava pure le caccole [1]
Fu proprio in questo periodo, siamo nel 1957, che decise di dare un taglio secco alle sue dipendenze. Sicuramente maturò la giusta consapevolezza e capì che l’abbandono da quelle dipendenze era condizione necessaria per poter proseguire con decisione verso la strada musicale che intendeva intraprendere. Fu molto motivato, fino a sentire una specie di predestinazione al ruolo di messia musicale, sorgente di felicità attraverso la musica. Questa fase spirituale fu quasi sicuramente la vitamina che nutrì la determinazione al cambiamento della sua vita.
Iniziò allora la decisiva collaborazione con Thelonious Monk, dapprima saltuariamente professionale, in seguito intima e fraterna.
Monk era un genio del pianoforte e sulla sua musica complessa ebbe inizio l’ultima fase dell’apprendistato coltraniano.

John Coltrane prese a frequentare la casa di Monk con assiduità amicale e professionale, come lui racconta al giornalista Blume:
Beh, andavo a casa sua, nel suo appartamento, e lo tiravo giù dal letto, per dire, oppure…(ride). E allora lui si svegliava, andava al piano e si metteva a suonare. Suonava qualsiasi cosa, magari uno dei suoi pezzi. Si metteva a suonare e poi a un certo punto mi guardava, o qualcosa del genere, e quando mi guardava io prendevo il sax e cominciavo a cercare di capire che cosa stava suonando. E lui continuava a suonare all’infinito finchè non capivo una certa parte, e quando ripeteva il pezzo, la volta dopo, io ne capivo un’altra parte. Poi si fermava a mostrarmi certe parti più difficili, e se proprio non ci riuscivo, beh, tirava fuori il portaolio e mi faceva vedere la partitura. Lui tiene le partiture, ce le ha tutte scritte, e io leggevo e imparavo. Preferiva che la imparassi senza leggere, sai, perché in quel modo la senti meglio. La senti più in fretta se la impari a memoria, a orecchio, hai presente? E insomma, quando avevo imparato quasi tutto il pezzo, mi lasciava a provarlo da solo. Mi mollava lì e se ne andava, magari a fare la spesa, oppure si rimetteva a letto. Io me ne stavo lì a ripassare il pezzo. Quando lo suonavo benino lo chiamavo e lo suonavamo insieme. E certe volte facevamo un solo pezzo al giorno.[2]
Successivamente, con Monk, suonò a lungo al Five Spot, al 5 di Cooper Square, nel Greenwich Villane, in un trio del quale faceva parte il batterista dello stesso Monk, Frankie Dunlop e allargatosi, in seguito col sopraggiungere dell’ottimo Wilbur Ware al contrabbasso.
Questa esperienza fu, nel complesso, di fondamentale importanza per Coltrane in quanto Monk, sia dal punto di vista umano che professionale si dimostrò prodigo di insegnamenti. Pronto all’ascolto e al consiglio, sul piano musicale lo costrinse a una continua attenzione, lo portò a un notevole miglioramento sugli assoli, costringendolo, sul palco, ad assoli lunghissimi e consigliandogli, nello studio, di ripeterli più volte alla ricerca di soluzioni migliorative.
Insomma, Coltrane ha riconosciuto a Thelonious Monk il merito di avergli fornito il contesto giusto per sviluppare quella che sarà la sua concezione musicale futura.

Scrive Lewis Porter:

Le composizioni di Monk mettevano alla prova le conoscenze di Coltrane in fatto di progressioni armoniche, il suo accompagnamento asciutto e percussivo gli dava una nuova libertà, e le sue improvvisazioni strutturate su motivi rappresentavano modelli dai quali Coltrane poteva imparare.[3]
Concludo questo lungo excursus commemorativo di John Coltrane parlando di un CD che documenta impeccabilmente la collaborazione Monk-Coltrane del 1957. Si intitola semplicemente Thelonious Monk with John Coltrane, della Jazzland. E’ originale USA e la ristampa e del 1998. La qualità del suono è ottima e pulita. Contiene 6 brani:
-Ruby, my dear
-Trinkle, tinkle
-Off minor
-Nutty
-Epistrophy
-Functional (piano solo)
In tutti e sei Monk suona il piano. Coltrane il sassofono tenore e Wilbur Ware il contrabbasso nei primi 5. Inoltre, nei brani 1, 2 e 4 compare Shadow Wilson alla batteria e nei brani 3 e 5 Ray Copeland alla tromba, Gigi Gryce al sassofono contralto, Coleman Hawkins al sassofono tenore, Art Blackey alla batteria.

NOTE[1] Miles Davis, Autobiography, pag 248
[2] Lewis Porter, Blue Trane, la vita e la musica di John Coltrane, Minimum fax, pag. 175
[3] cit. pag.179


Bibliografia:
LeRoi Jones, Il popolo del Blues, Einaudi, 1980
Lewis Porter, Blue Trane, la vita e la musica di John Coltrane, Minimum Fax, 2006

Discografia:
Thelonious Monk with John Coltrane, Jazzland, rist. 1998
Thelonious Monk & John Coltrane at Carnegie Hall, Blue Note, rist. 2005

Fotografie:
Thelonious Monk, tratte dal sito del Thelonious Monk Institute