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domenica 18 marzo 2012

Dave Liebman, Philip Roth

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All'ingresso di Dave Liebman sul palco dell'Auditorium del Conservatorio Cantelli, col suo passo ondulato per via della poliomielite, la curiosità infantile con cui accarezza e colpisce con le nocche una delle canne dell'enorme organo che copre tutto il muro dello sfondo, il primo pensiero che mi viene in mente non è di tipo musicale ma letterario. Vedendo l'effetto della malattia sulla gamba di Lebman, infatti, anche per via del luogo e data di nascita del nostro, non posso fare a meno di pensare al bellissimo romanzo di Philip Roth, Nemesi che racconta appunto la lotta disperata di un istruttore di ginnastica, Bucky Cantor contro la terribile epidemia che gli porta via i ragazzi uno a uno, nella torrida estate del 1944, a Newark. Che Liebman sia figlio  di quell'estate?
Questo pensiero è intrigante per chi, come il sottoscritto è uno sfegatato amante dello scrittore del New Jersey.

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C'è stata anche musica, sul palco, ovviamente. Liebman ha suonato col trio di Ellery Eskelin, con Tony Martino al contrabbasso e Jim Black alla batteria (bravissimo). 
Buon interplay, ottima capacità dialogante tra i due tenori ma musica troppo coltraniana e, francamente, abbiamo anche il diritto di essere un po' stufi. Anche perchè Dave Liebman è musicista versatile e in sintonia con la musica del secolo. Ha condiviso la strada con Lennie Tristano con cui ha imparato a smontare e rimontare l'armonia, con Miles Davis, col quale ha visssuto la svolta elettronico-concreta di On the Corner,  e con Pierre Boulez e il suo  Ensemble Inter Contemporain in un'avventura nel mondo della musica colta contemporanea.

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Tutta questa carne al fuoco Liebman riesce a suscitarla solo verso la fine, per una decina di minuti nei quali anche la batteria di Jim Black si indurisce, diventa spigolosa ad assecondare le nuove sonorità. Purtroppo, ahimè,  per poco.

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giovedì 9 giugno 2011

Cool

Alla presentazione dell'ultimo libro di Guido Michelone, tenutasi in una libreria di Novara nei giorni del Novara Jazz 2011 mi ha colpito un chiarimento dell'autore a proposito del termine "cool" che designa il noto movimento jazzistico nato agli inizi degli anni '50. Ebbene, "cool" non vuol dire o non solo, almeno, freddo. Allora, forse, giocando un po' con le parole possiamo andare a vedere i diversi possibili significati italiani della parola inglese "cool" e partendo da loro, magari, provare a ridefinire il senso di quel filone musicale. Possiamo quindi leggere le traduzioni che ci fornisce il Word Reference on line:

freddo, fresco, figo, indifferente, alla moda, glaciale, di tendenza, tranquillo, fantastico, calmo, bello, cauto, forte, attento, leggero, circospetto

Ora proviamo ad ascoltarre un disco di Lee Konitz o magari Lennie Tristano piuttosto che il Miles Davis di The birth of the cool e, mentre ascoltiamo, proviamo a leggere questi vocaboli e segnare quelli che, secondo noi, si adattano alla musica che stiamo ascoltando. 
Potremmo contribuire a ridefinire, con qualche sorpresa, il senso del Cool Jazz.
Non posso fare a meno di chiedermi una cosa. Gli americani, data la familiarità col vocabolo hanno sempre dato al cool jazz una complessità di significati che forse a noi è talvolta sfuggita? Certo, la musica resta sempre quella ma siamo sicuri che nel lavoro del critico e dello storico sia tenuto adeguatamente in conto l'aspetto delle differenze linguistiche laddove ci sono e possono essere parte del processo critico. Perchè è indubbio che la definizione di etichette o termini che vanno a definire movimenti, situazioni o periodi storici è un lavoro che mette in comunicazione due linguaggi, scrittura e musica, entrambi complessi e di complessa interazione.