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domenica 11 gennaio 2009

Labili confini del jazz

Le qualità e i principi creativi della più recente musica europea, tuttavia, risultano forse troppo rigidi per essere integrati con la sostanza del jazz, senza indurre al contempo una metamorfosi in cui il jazz stesso andrebbe perdendosi.
[cft Free Jazz, Ekkehard Jost, L'Epos2006, pag. 237]

La citazione dal libro di Jost si riferisce alla musica di Anthony Braxton, il fondamentale diluitore del jazz nella tradizione europea. E c'è da dire che l'autore del pluricitato libro coglie, attraverso un personaggio chiave, un nodo cruciale in quella traiettoria che dall'esplosione della New Thing conduce a quella che considero la diluizione della cultura afroamericana nel grande recipiente della tradizione eurocolta.
Il periodo che viviamo, da un lato, imprigiona, sostanzialmente, la musica afroamericana nella gabbia di un classicismo ormai fisso e, dall'altro, fa i conti con il gigante europeo da una posizione, ahimè, che mi sembra assai subalterna. E su questa mia convinzione non chiedo altro che qualcuno mi smentisca!

Jost, che ammette candidamente, tra le pagine del libro, di non essere un ammiratore di Braxton, parlando della sua musica, ne mette in evidenza l'assenza del ritmo, del swing, di ogni pulsione o accento contrapponendola in questo, alla produzione di Coleman o Cecil Taylor. Mi sovvengono, a proposito, le idiosincrasie emerse tra quest'ultimo e Braxton, lo scorso anno, in Emilia, nei concerti di Bologna e Reggio Emilia che li videro per la prima volta suonare insieme con risultati non proprio brillanti anche a causa delle intemperanze caratteriali di Taylor che la buona volontà di Braxton e l'impegno di William Parker non riuscirono ad evitare.

Dice Jost:

Come accennato nelle sue note biografiche, fra i suoi principali ispiratori vanno annoverati Cage e Stockhausen. Probabilmente è questo l'indizio per cogliere i tratti distintivi della sua musica, dal momento che Braxton ha saputo adattare le idee creative della musica d'avanguardia euroamericana come nessun altro musicista della AACM. Allo stesso tempo, si è allontanato dagli elementi stilistici di matrice jazzistica a fondamento della musica degli altri gruppi di Chicago (se non sempre, almeno in larga misura). Uno dei suoi tratti distintivi più importanti è dato dal ritmo, o, più precisamente, da quelle qualità sfuggenti ad ogni tentativo di definizione che scaturiscono dal movimento e sono percepite a livello psico-fisico come movimento: esse formano uno degli elementi decisivi di ogni stile jazzistico, si tratti dello swing, del be bop o del free jazz. Sono qualità che mancano pressochè ovunque nella musica di Braxton. [cft cit. pag 235]


Queste parole si riferiscono all'analisi di un disco di Braxton in trio con Leriy Jenckins e Leo Smith, Three Compositions of New Jazz (1968) e Anthony Braxton (1969). C'è da dire che nel corso degli anni successivi la musica di Anthony Braxton si è arricchita di sostanza ritmica e, nel contempo, il nostro è diventato uno dei più importanti improvvisatori della scena mondiale. Tuttavia, questo approccio, così come è descritto nel libro di Jost, della musica del polistrumentista chicagoano ne determina una sorta di imprinting programmatico che mai verrà meno.

Concludendo, vorrei segnalare l'uscita, per ora solo in lingua inglese, di un interessantissimo saggio sulla AACM scritto da George Lewis, musicista e compositore geniale nonchè studioso di musica e componente della mitica Association fin dalla prima ora. Il libro si intitola A power stranger then itself: the AACM and american experimental music. Capto la notizia dal numero di gennaio de Il Giornale della Musica.

Immagini:
Joseph Jarman fotografato da Giovanni Piesco

(R. Marotta)

mercoledì 25 luglio 2007

Anthony Braxton: un'intervista storica...


Ho riportato un’intervista di Mario Luzzi ad Anthony Braxton, risalente al 1982, un periodo cruciale della storia del Jazz, una fase di grandi cambiamenti che hanno portato a quella crisi irreversibile del Jazz americano e alla sua contaminazione con le istanze creative provenienti da ogni parte del mondo, tra cui, in modo principale, l’Europa.
Fu una fase che i musicisti americani, lungi dal farsi annientare, seppero gestire con sapienza. Esempio importante di questa sapienza è da considerare l’Association
for hte Advancement of the Creative Musicians, l’associazione di musicisti creativi chicagoana che seppe definire una direzione, una scuola, quella di Chicago, appunto e, in qualche modo, traghettò l’Afroamerica verso le nuove energie europee e africane, perfino (basti pensare a Lester Bowie e le sue collaborazioni con Fela Kuti).
Tra i componenti più importanti della
A. A. C. M. fu senza dubbio Anthony Braxton, che, in questa intervista, peraltro lunghissima ma interessante, parla a ruota libera di svariati argomenti.
Affronta problemi legati al linguaggio e alla comunicazione (con interessanti riferimenti a
Paul Klee), alle dialettiche sottese ai rapporti tra musica euro colta e musica afroamericana, ai rapporti con i musicisti europei e tra colleghi all’interno della A. A. C. M. Parla esaurientemente delle sue molteplici fonti di ispirazione e della sua formazione musicale e, addirittura, anche dei suoi guadagni. Affronta, ad un certo punto, il problema dell’improvvisazione e della cosiddetta composizione istantanea, dandone una spiegazione molto “moderna”.
Sono passati venticinque anni e un bel pezzo di storia ma
Anthony Braxton ha saputo conservare una discreta coerenza, quanto basta per rendere questa intervista ancora sufficientemente attuale.

Fotografia:
Copertina di Saxophonr Improvisations series F

Il Post Free, la chiave per capire l'oggi? (parte 2)


A partire da un’intervista di Furio Di Castri, sul numero 40 di Jazz It si è scatenato un breve dibattito sul blog di Mondo Jazz.Furio Di Castri discuteva del problema dell’omologazione stilistica di cui sono vittime numerosi musicisti italiani. Accennava, nell’intervista, all’appiattimento della formazione musicale, che disconosce la peculiarità della musica afroamericana a vantaggio di una concezione eurocolta della quale i Conservatori non hanno saputo liberarsi.
Azzardo una concausa: oggi, l’organizzazione del jazz è, in gran parte, in mano al settore pubblico. In tal modo, i musicisti, formatisi in modo standardizzato, si trovano a suonare in circuiti “sicuri”, come se fossero degli impiegati statali, in assenza di competitività e senza il bisogno di sviluppare il proprio suono, quel marchio di fabbrica che ti pone con successo sul mercato, come succedeva negli USA all’inizio del secolo.
Queste sono considerazioni al margine. Ciò che di quel dibattito mi interessa riprendere in questa sede è invece l’
intervento di un lettore che sosteneva che in realtà quello che si fa oggigiorno non è jazz, che questo è prerogativa (genetica, sigh) dei negri ed è basato sul blues[1].

Bene. Si potrebbe tentare una definizione di jazz: legame col blues, swing, origine afroamericana, sound, interplay, improvvisazione ecc. Possiamo mettere tutti gli elementi conosciuti della sintassi senza riuscire a venire a capo del problema,perché non tutte le epoche e le situazioni sono state pienamente coerenti con questo sistema sintattico. Se poi proviamo a pensare alla New Thing, al Free Jazz di Ornette Coleman ( che per formazione personale attinse pienamente a quel sistema di cui sopra) vediamo tutte le certezze buttate all’aria. Allora, come incide la rivoluzione degli anni Sessanta? Indubbiamente si lascia scorrere a fianco una robusta dose di mainstream ma pone un punto fermo decisivo, ineludibile. Sconvolge le certezze di quel sistema di segni accettato, si denuda e si offre. L’impatto è forte perché, nel momento in cui distrugge il sistema sintattico del jazz, pone le basi per il superamento dell’ambito afroamericano, del confronto e della contaminazione. Dall’altra parte dell’oceano c’è l’Europa, il matrimonio si può fare, Anthony Braxton sarà uno tra i più importanti padri officiatori, l’Association for the Advancement of the Creative Musicians un solido trampolino tra le due sponde. Gli anni Settanta hanno reso maturo il cambiamento iniziato nei Sessanta.
Gli anni Settanta non sono stati solo
Anthony Braxton e l’AACM.

In quegli anni, Sam Rivers e la moglie Beatrice riunivano nel loro loft di Manhattan il fior fiore delle nuove istanze newyorkesi. Giovani musicisti come il trombonista George Lewis, il pianista Muhal Richard Abrams, il contrabbassista Fred Hopkins, il batterista Barry Altschull ed altri, si riunivano per suonare in maniera informale. Da quelle sessions nacquero cinque splendidi dischi denominati Wildflowers/The New York Loft Jazz Sessions, che descrivono mirabilmente il clima e le istanze creative che andavano prendendo forma in quegli anni magici.Sam Rivers fu un grande. Viene da lontano, dal bebop, si è abbeverato nel Free, liberandosi di tutti i lacci imposti da esigenze armoniche o ritmiche ed ha saputo regalare musica di grande qualità e creatività. Cito Marcello Piras: “ Qualche musicista lo ascolta in jam session e solleva dei dubbi sulla sua tecnica. Braxton, poi, lo conferma in un orecchio a un cronista: Rivers sugli accordi non se la cava molto. Ma c’è un motivo: per anni Rivers ha suonato sugli accordi (e ha inciso) senza emergere. A differenza dell’eclettico Braxton, così sicuro di sé, cambiare strada gli è costato uno sforzo. Per anni ha evitato di suonare sugli accordi e ora non ci riesce più”.[2]
Questo limite, per lui, non è mai stato un problema. Ha saputo sintetizzare in maniera perfetta istanze improvvisative e riferimenti all’oralità primordiale (di coltraniana memoria), inoltre ha dimostrato impeccabili doti organizzative.
Steve Lacy, col suo soprano, è stato il cantore del “silenzio”. Amante dei solo, sulla scia branxtoniana, ha saputo godere del dialogo tra il suo strumento e il silenzio circostante. Passato anche lui nel fuoco del Free, non prima di aver frequentato con interesse la musica di Monk.
Come ho detto in precedenza, questo discorso sulla crucialità storica degli anni Settanta manca di un anello decisivo: l’AACM e il suo entourage. Se ne parlerà.

NOTE
[1] Intervento del lettore wo_land: ritorno sull'argomento perché mi sta a cuore. Lo stile è tutto, in arte. Tutta la ricerca interiore che devi fare ha un costo enorme, perché non puoi avere stile fin quando non hai consapevolezza di te. E' la consapevolezza di sé che fa il tuo stile, unico, inimitabile, personale. Perché devi scendere al fondo di te stesso. Oltre ogni tecnica. Lo strumento allora lo dominerai totalmente, perché sai cosa vuoi farne. Ricordo di aver letto da qualche parte un affermazione di Coltrane: "...devo sforzarmi sempre di diventare un uomo migliore, perché solo se sarò un uomo migliore diventerò un artista migliore..."; più o meno così diceva, nel ricordo si sa qualcosa si perde. Il discorso sarebbe lunghissimo; poi c'è un'altra cosa che vorrei dire: qui in Italia, in Europa, fanno del jazz, dicono... Ma quello che dicono essere il loro jazz viene fuori dai conservatori, dalla troppo angosciante frequentazioni con la musica classica, con le melodie italiane... magari fanno pure buona musica, ma non è jazz. Secondo me. Il jazz, il vero jazz, non nasce dai conservatori, perché il jazz nasce dal blues, il jazz nasce dal blues che non è nemmeno una musica, è una condizione dell'anima, una necessità fisiologica di una perdizione genetica. Troppe cose ci sono da dire, ma non le si possono dire così, per esempio io dico così: metti sul piatto del giradischi (nel cd) Devil Woman di Charles Mingus...
[2] cfr Vari, Il Jazz degli anni ’70, GammaLibri, 1982, pag. 48

Bibliografia:
Vari, Il Jazz degli anni ’70, GammaLibri, 1982
Fotogtafie (dalla Rete)
1-Barry Altschull
2-Sam Rivers
3-Steve Lacy

Il Post Free, la chiave per capire l'oggi? (parte 1)


Nel viaggio che ho intrapreso attraverso quel periodo storico che va sotto il nome di Post Free e che possiamo delimitare dalla morte di John Coltrane a circa la metà degli anni Ottanta, utilizzo Anthony Braxton come guida e punto di riferimento.
Nessuno meglio di lui può incarnare l’idea del traghettatore, colui che conduce il jazz americano verso il collasso sui nuovi fermenti , provenienti in maggior misura dal Vecchio Continente.
Sono due, le caratteristiche principali che determinano la sintassi post Free, che qualcuno chiamerà, in seguito
Free Bop, una definizione abbastanza calzante.
La prima è il background formativo di
Braxton, nutritosi a dosi massicce di Paul Desmond e Ornette Coleman, saltando a piè basso la tradizione, dal bebop in poi.
Braxton, quindi, è partito dal jazz bianco di Brubeck e dal leggero soffio di Desmond, ha studiato la New Thing, Stockhausen e Schoenberg, saltando lo steccato che separava la pratica afroamericana da quella euro colta. Non è stato il primo, su questa strada ma, sicuramente, il più consapevole.
La seconda caratteristica è la capacità di coniugare partiture scritte e improvvisazione in maniera dinamica e mai scontata.
Nella sua sintesi musicale manca quasi del tutto il riferimento al blues e questo è un importante punto di rottura con la sua tradizione di provenienza[1].
Braxton è molto lontano dall’immagine del negro dall’atteggiamento esistenziale oscillante tra una forte spinta vitale e un pessimismo esistenziale prossimo all’autodistruzione, tipico di tanti boppers, per esempio, è un intellettuale, studi di matematica e filosofia, appassionato di scacchi.


Fu tra i fondatori della Association for the Advancement of the Creative Musicians.
La sua prima opera, Three Compositions of New Jazz, per l’etichetta
Delmark, già dal titolo lascia intuire la frattura. Siamo verso la fine dei Sessanta e accennare alla composizione in un epoca in cui le urla del free continuavano ad echeggiare, poteva sembrare eresia pura. Inoltre, spicca la definizione di New Jazz, una presa di distanza dall’allora recente movimento Free,In realtà, la musica del disco era tutt’altro che pura partitura e l’improvvisazione era pratica preponderante. L’’atmosfera del disco, aperta, è condotta non sui binari dell’aggressività iconoclasta ma su quelli della ricerca, della sperimentazione sonora.

Anthony Braxton sviluppò la pratica del “solo” strumentale: due, i dischi significativi in questo senso, For Alto e Saxophone Improvisations series F. Il primo, in particolar modo emerge come il vero manifesto dell’estetica Braxtoniana. Arduo per la dilatazione del suo assolo, rivela la notevole maturità del musicista, capace di navigare lungo tutto l’arco espressivo del suo strumento.
Polistrumentista, e questa non è una novità, ma per via di questa importante caratteristica è stato spesso accostato a
Eric Dolphy, musicista che il nostro stima moltissimo [2].
Fin dal suo primo approdo a Parigi, nel 1969,
Braxton si distinguerà per le sue molteplici collaborazioni con i musicisti creativi europei. In Europa troverà situazioni di autogestione simili a quella della AACM che aveva lasciato e troverà importanti riferimenti in musicisti come Willem Breuker, Gunther Hampel e, soprattutto, il chitarrista Derek Bailey, particolarmente ammirato per il suo forte radicalismo e coerenza musicale.
Dietro le quinte di queste vicende c’è la rottura degli argini che separavano il jazz dal resto del mondo,alla quale aveva contribuito in maniera decisiva il movimento Free il cui testimone,
Braxton ha saputo portare alla meta. Insieme a una moltitudine di compagni di viaggio.

NOTE
[1] Si cimenterà, in seguito, con successo con la tradizione musicale afroamericana, nel disco In The Tradition. Con questa brillante prova Braxton metterà a tacere i suoi detrattori, quelli che fin li avevano sostenuto che egli non sapesse suonare sui giri armonici, e riuscirà nel contempo ad esprimersi in quel linguaggio bebop (cft. Il Jazz degli anni ’70,
Luca Cerchiari, pag 22).
[2] Il rapporto con Eric Dolphy che all’inizio degli anni ’60 aveva compiutamente messo a punto uno stile le cui note distintive erano il polistrumentismo e la tendenza a prodursi in assoli senza alcun accompagnamento oltre ad un atteggiamento musicale libero e aperto a ogni sperimentazione. Inoltre ha derivato da Dolphy anche l’arte del grido, del discontinuo e del grottesco (cft. Il Jazz degli anni ’70,
Luca Cerchiari
, pag 22).

Bibliografia:
Vari, Il Jazz degli anni ’70, GammaLibri, 1980
Fotografie di Roberto Cifarelli:
Anthony Braxton nel recente concerto nell’ambito di Piacenza Jazz
Discografia essenziale di Anthony Braxton (fonte Wikipedia):
1968
Three Compositions of New Jazz
1968
For Alto
1969 Anthony Braxton [Affinity]
1969 The 8th of July 1969 w/
Gunter Hampel [Birth Records]
1971 Récital Paris 1971 [live] [Futura]
1971 Together Alone Delmark
1971
Circle: Paris Concert [live]
1972 Saxophone Improvisations, Series F (America)
1972 Town Hall (1972) [live] (with
Jeanne Lee)
1974 In the Tradition, Vol. 1
1974 In the Tradition, Vol. 2
1974 Quartet Live at Moers New Jazz Festival
1974 Duo, Vols. 1 and 2
1974 First Duo Concert [live]
1974 Trio and Duet Sackville
1974 New York, Fall 1974
1974 Live at Wigmore
1975 Five Pieces (1975)
1975 Anthony Braxton Live
1975 The Montreux/Berlin Concerts [live]
1975 Live
1976 Creative Orchestra Music (1976)
1976 Elements of Surprise: Braxton/
Lewis Duo
1976 Duets (1976)
1976 Donaueschingen (Duo) 1976
1976 Quartet (Dortmund) 1976 [live]
1976 Solo: Live at Moers Festival
1977 Four Compositions (1973)
1978 Creative Orchestra (Koln) 1978
1978 For Four Orchestras
1978 Alto Saxophone Improvisations (1979)
1978 Birth and Rebirth (with
Max Roach
)
1978 NW5-9M4: For Trio
1979 Performance (9-1-1979) [live]
1979 With Robert Schumann String Quartet
1979 Seven Compositions (1978)
1980 For Two Pianos
1980 The Coventry Concert [live]
1981 Composition No. 96
1981 Six Compositions: Quartet
1982 Open Aspects (Duo) 1982
1982 Four Compositions (Solo, Duo & Trio)
1982 Six Duets (1982)
1983 Four Compositions (Quartet) 1983
1983 Composition No. 113
1984 Prag (Quartet-1984) [live]
1985 Seven Standards (1985), Vol. 2
1985 London (Quartet-1985) [live]
1985 Seven Standards (1985), Vol. 1
1985 Quartet (London) 1985 [live]
1985 Six Compositoins (Quartet) 1984
1985 Szabraxtondos (Duo with György Szabados) 1985 Hungary
1986 Five Compositions (Quartet), 1986
1986 Moment Précieux [live]
1987 Six Monk's Compositions (1987)
1987 ... If My Memory Serves Me Right
1988 19 (Solo) Compositions (1988)
1988 Victoriaville 1988 [live]
1988 2 Compositions (Järvenpää) 1988, Ensemble
1988 Kol Nidre
1988 The Aggregate
1988 London Solo (1988)
1989 Eugene (1989)
1989 7 Compositions (Trio) 1989
1989 Vancouver Duets (1989)
1989 2 Compositions (Ensemble) 1989/1991
1989 Eight (+3) Tristano Compositions, 1989
1991 8 Duets: Hamburg 1991
1991 Duo (Amsterdam) 1991 [live]
1991 Composition No. 107 (Excerpt, 1982)/In CDCM
1991 Composition No. 98
1992 Wesleyan (12 Altosolos) 1992
1992 Willisau (Quartet) 1991[Pt. 2] [live]
1992 Composition No. 165 (For 18 Instruments)
1992 (Victoriaville) 1992 [live]
1993 Duets (1993)
1993 9 Standards (Quartet) 1993 [live]
1993 Trio (London) 1993 [live] (Leo)
1993 12 Compositions: Oakland, July 1993
1993 Quartet (Santa Cruz) 1993 [live]
1993 Charlie Parker Project 1993
1993 Duo (Leipzig) 1993
1993 Duo (London) 1993
1994 Composition No. 174: For Ten Percussionists
1994 Small Ensemble Music (Wesleyan) 1994 [live]
1994 Duo (Wesleyan) 1994
1994 Knitting Factory (Piano/Quartet) 1994, Vol. 2 [live]
1995 11 Compositions
1995 10 Compositions (Duet) 1995
1995 Performance Quartet
1995 Octet (New York) 1995
1995 Solo Piano (Standards) 1995
1995 Two Lines Lovely Music
1995 Knitting Factory (Piano/Quartet) 1994, Vol. 1 [live]
1995 4 Compositions (Quartet) 1995
1995 Seven Standards 1995
1996 Composition No. 192
1996 Composition No. 193 [live]
1996 Tentet (New York) 1996 [live]
1996 Live at Merkin Hall
1996 14 Compositions (Traditional) 1996
1996 Composition No. 102: For Orchestra & Puppet Theatre
1996 Sextet (Istanbul) 1996
1996 Composition No. 173
1997 Silence/Time Zones
1997 Amsterdam 1991 [live]
1997 4 Compositions (Quartet) 1995
1998 Compositions No. 10 & No. 16 (+101)
1999 Duets (1987)
1999 4 Compositions (Washington D.C.) 1998
1999 Trillium R [4-CD boxset opera]
2000 Composition No. 94:
2000 Quintet (Basel) 1977 [live]
2000 10 Compositions (Quartet) 2000
2000 9 Compositions (Hill) 2000
2001 Compositions/Improvisations 2000
2001 Composition No. 247
2001 Composition No. 169 + (186 + 206 + 214)
2001 Four Compositions (GTM) 2000
2001 8 Compositions (Quintet) 2001
2002 This Time
2002 Duets [Wesleyan] 2002
2002 8 Standards (Wesleyan 2001) [live]
2002 Solo (Koln) 1978
2002 Ninetet (Yoshi's) 1997, Vol. 1
2003 Four Compositions (GTM) 2000
2003 Two Compositions (Trio) 1998 [live]
2003 Solo (Milano) 1979, Vol. 1 [live]
2003 Anthony Braxton [2003]
2003 Ninetet (Yoshi's) 1997, Vol. 2 [live]
2003 Solo (NYC) 2002 [live]
2003 23 Standards (Quartet) 2003
2003 20 Standards (Quartet) 2003
2004 Shadow Company (2004)
2004 4 Improvisations (Duets) 2004
2005 Quintet (London) 2004 Live at the Royal Festival Hall
2006 Compositions 175 & 126 (for Four Vocalists And Constructed Environment) [with The Creative Jazz Orchestra]
2006 Sextet (Victoriaville) 2005

lunedì 23 luglio 2007

Great Black Music: ancient to the future


Parlare dell’Art Ensemble of Chicago che, confesso, è tra le mie band preferite, ti costringere a mettere in moto molte situazioni storiche e di linguaggio inerenti all’evoluzione del jazz.
Riflessioni, le mie, che partono dalla lettura di un articolo riguardante
Lester Bowie su Musica Jazz di febbraio, nell’ambito del quale lo stesso Bowie tentava di definire la musica di Chicago in quei primi anni ’60 e la sua unicità tispetto ai vari contesti che caratterizzarono quell’epoca.
La musica degli Art Ensemble of Chicago fu soprattutto politica. Si potrebbe prendere spunto da una loro definizione sintetica, la stessa che dà il titolo al post: Great Black Music, slogan che definisce l’associazione/idea che regge l’intero movimento chicagoano,
l’Association for the Advancement of Creative Musicians.

Great Black, dunque, definizione che racchiude l’orgoglio (great) di appartenenza (black).
Il momento storico era quello delle lotte di rivendicazione dell’uguaglianza dei diritti civili, da parte degli afroamericani. Una nuova consapevolezza andava caratterizzandoli e questo processo, dal punto di vista musicale, è stato ben interpretato dai movimenti della New Thing che vide in Ornet Coleman il suo principale fautore. Tutto questo accadeva a New York.
A Chicago, l’idea di base era simile ma la strada intrapresa fu diversa.
Più chiaro il riferimento alla Madre Africa, evidenziato dalla scelta scenica fatta di riferimenti audiovisivi più diretti, come le tuniche variopinte, taluni copricapo e l’uso di strumenti sonori abbastanza inusuali nell’ambito del jazz, come campanelli di varie fogge (perfino campanelli di bicicletta). Anche la gestualità sul palco era in grado di evocare riferimenti chiari alla lontana terra di origine.

Tutto questo è ciò che Lester Bowie, nella citata intervista, definisce “maggior capacità di contestualizzare la propria musica”[1].
L’AE of C guarda al futuro, la sua musica era dirompente ogni schema, anch’essa catalogabile come free music, anch’essa comprensiva di caratteristiche dissacratorie, più o meno come la sua gemella newyorkese, ma quest’aspetto, nella musica dell’AE of C, era molto più accentuato. Poi c’era l’aspetto teatrale, che nella storia del jazz era veramente innovativo.
La musica dell’AE of C, catalogata come avanguardia, ha saputo esplorare l’ampio spettro estetico della musica afroamericana, coniugandola con un discorso gestuale e scenico di estremo valore espressivo, una musica totale ma anche un esperimento cooperativistico che i musicisti componenti l’ensemble portavano avanti parallelamente alle loro scelte individuali. In questo senso traspare forse un limite: la connotazione intellettuale e snobistica del progetto. Ma questa è solo una illazione. Nessuna prova è possibile portare a sostegno di quest’ultima tesi. Un giudizio in merito potrebbe essere espresso solo da chi fosse pienamente inserito nel contesto afroamericano.


Curioso il fatto che, mentre il loro radicalismo musicale ha ridotto le possibilità collaborative col jazz europeo, i singoli componenti, viceversa, sono stati assai prolifici in tal senso.
Vorrei ricordarli, questi componenti, anche se potrebbe sembrare superfluo:

1942-1999
Tromba, flicorno
Batteria, percussioni, tamburi africani
Malachi Favor Maghostut
1927-2004
Contrabbasso, banjo, zither, campanelli, gong, armonica, melodica, percussioni
1937
Sassofono contralto, polistrumentista
1940
Sassofono contralto, sassofono tenore, sassofono soprano, flauto, percussioni


NOTE
[1] Inserto Lester Bowie, pag XLI, su Musica Jazz di febbraio 2007

Discografia essenziale:
People in Sorrow (1969)
Less Stances a Sophie (1970)
Fanfare for the Warriors (1973)
Nice Guys (1978)
Full Force (1980)
Urban Bushmen (1980)
The Third Decade (1984)
Ancient in the Future (1987)
The Alternate Express (1989)
Coming Home Jamaica (1998)
The Meeting (2003)
Tribute to Lester (2003)
Reunion (live) (2003)
Sirius Calling (2004)
(Da Wikipedia)

Fotografie:
tratte dal sito ufficiale dell'Art Ensemble of Chicago
rappresentano, nell'ordine:
Don Moye, Joseph Jarman, Roscoe Mitchell, Lester Bowie, Roscoe Mitchell, Malachi Favor


mercoledì 18 luglio 2007

For alto


Una figura centrale all’interno del dibattito sul ruolo della musica jazz nell’ambito musicale contemporaneo è sicuramente Anthony Braxton il polistrumentista di Chicago.
Il musicista chicagoano sta ritto al centro dello snodo di tutti i percorsi musicali che hanno caratterizzato gli ultimi 40 anni.
Si potrebbe azzardare una continuità fortemente simbolica rispetto al percorso coltraniano, sia dal punto di vista cronologico, in quanto la sua attività ha inizio verso la fine degli anni ’60, immediatamente dopo la morte di Coltrane, sia dal punto di vista dell’approccio al materiale musicale.
Si potrebbe, ancora, paragonare la tensione verso una continua ricerca in direzioni oltrepassanti gli steccati meramente jazzistici e occidentali di John Coltrane a ciò che Braxton esplica attraverso queste parole:

“Posso suonare con Chick Corea, Derek Baley e Richard Teitelbaum, posso apprezzare Karlheinz Stockhausen, Chicago, Charlie Parker, Paul Desmond e James Brown, posso interpretare be-bop come le forme aleatorie, ma in realtà resto sempre Anthony Braxton, un musicista dischiuso verso i linguaggi contemporanei e poco propenso a lasciarsi ingabbiare in definizioni predefinite”.


Questa dichiarazione è un vero e proprio manifesto della musica di Anthony Braxton ed è talmente limpida da rischiare di rendere inutili ulteriori parole.
L’inizio della sua attività fu tutto all’interno del jazz, del free.
Primo gruppo col violinista Leroy Jenkins e il trombettista Leo Smith, quindi la partecipazione attiva alla Association for the Advancement of the Creative Music (A.A.C.M.) un’organizzazione nata a Chicago, con l’obiettivo dichiarato di concepire, suonare e registrare musica originale in una seria ricerca. Il progetto raccoglieva molti musicisti che condividevano i valori e gli obiettivi della ricerca, prima ancora delle cifre stilistiche comuni, e si preparava ad immettere nella scena musicale contenuti profondamente innovativi.
Al di là delle collaborazioni e dei progetti avviati, documentati in abbondanza sul web, il maggior contributo di Braxton, in questo periodo è stato sicuramente l’approccio al solismo strumentale, espletato brillantemente con l’album “For Alto” del 1968.
Questo tipo di approccio musicale che, se si escludono estemporanee esperienze passate (e viene sicuramente in mente Coleman Hawkins e la sua “Picasso”) è assolutamente innovativo per la sua capacità di oltrepassare i limiti del jazz e distendersi verso esperienze e culture sonore “altre”, spesso lontane, indotto in questo da quell’affascinante ed esclusivo rapporto che si viene a creare tra musicista e strumento. Intanto, fermo restando lo stile, unico elemento che lo lega al jazz, Braxton rinuncia a due importanti coordinate jazzistiche: il ritmo swing, non eliminato del tutto, ma sostituito qua e là da ritmi certamente complessi ma più legati alla tradizione eurocolta. L’altra coordinata a cadere è l’interplay che, necessariamente, in un album solo non ha ragione di esistere. In questo contesto, il processo improvvisativo si libera dagli schemi jazzistici tipici del free mantenendo, tuttavia, una voluta consapevolezza che lo tende all’incontro con la cultura europea. Non a caso, tra i maestri, Braxton, oltre a Parker , Coltrane o Desmond, non manca di citare Karlheinz Stockhausen, Stravinsky, Berio e John Cage.
Attualmente (ma di acqua ne è passata molta, sotto i ponti) Braxton è impegnato con la Ghost Trance Music e col progetto della Tri-Centric-Music che continuiamo a seguire con immutato interesse.

Fotografie:
1-Riccardo Granato
2-Ziga Konitnik
3-Giovanni Piesco
Discografia
Anthony Braxton and the Tri-Centric Foundation
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