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lunedì 2 giugno 2008

Incontri impossibili

The Seasons have changed
And the light
And the weather
And the hour
But it is the same land

[Dag Hammerskjoeld]


Evan Parker, stupendo improvvisatore a suon di soprano e tenore e Michael Nyman, musicista minimalista (auto definizione) e compositore di colonne sonore, ex critico e fotografo. Un incontro speciale. La prima parte del concerto è stata un solo improvisation al sassofono soprano di Evan Parker. Mi sono attaccato alla balaustra del palco rapito dalla furente diteggiatura, dalla respirazione circolare (ah! Sapessi farla anch’io, quanti problemi di iperventilazione in meno…) e dall’incredibile abilità della lingua sull’ancia. Prodigi tecnici che il soprano rende più evidenti agli occhi ammirati.

La seconda parte, spero di essere perdonato, l’ho trovata abbastanza noiosa. L’ultima parte, infine, ha visto l’incontro quasi impossibile e tale, alla fine, è stato. Non so se per pregiudizio o altro, ma Parker ha seguito il solito copione improvvisativo, stavolta col tenore, su un tappeto sonoro stimolante fornito dal piano preparato di Nyman, un vecchio strumento verticale e abbastanza scassato, non a caso denominato Ruined piano. L’incontro tra i due lo ritengo mancato proprio per il fatto che Parker non ha ceduto un passo e Nyman si è limitato ad un’onesta “assistenza tecnica”. In ogni caso, il concerto è stato molto stimolante e le richieste di bis si sono, alla fine, sprecate.

Evan Parker è uomo della ECM (Editon of Contemporary Music) di Manfred Eicher, gloriosa etichetta il cui ruolo nell’incontro creativo delle due sponde dell’Atlantico è stato ampiamente riconosciuto. Ho sotto mano lo splendido catalogo 2007, illustrato con splendide fotografie in bianco e nero e l’esaustivo elenco di dischi i cui autori spaziano, leggendo a caso, da Lester Bowie a Jan Garbarek, da Keith Jarrett a Stefano Battaglia e altri ed altri ancora… Da segnalare, inoltre, il catalogo ECM New Series, nuova creazione di Eicher che apre alla musica classica. E anche questa scelta è una dichiarazione di intenti chiara per un operatore culturale con l’idea fissa del ponte tra sponde opposte, alla continua ricerca di quella creatività capace di unire mondi lontani. In questo senso, il concerto di Novara è stato molto in linea con la filosofia eicheriana.



Musica
Evan Parker Transatlantic Art Ensemble, Boustrophedon, ECM 2008

Immagini
1-5
Evan Parker fotografato da Rodolfo M. 1 giugno 2008

giovedì 10 gennaio 2008

Didattica


Su Musica Jazz di gennaio, Antonio Iammarino si chiede, in un articolo-inchiesta previsto in due puntate, se sia possibile insegnare la creatività del jazz.
Nel primo articolo espone i pareri di due musicisti e didatti di notevole importanza, Enrico Intra e Stefano Battaglia.
Il primo pone l’accento sulla necessità di insegnare agli allievi la necessità di andare oltre forme tecniche consolidate che potrebbero indurre nell’ascoltatore sensazioni di già sentito poi si sofferma a sottolineare l’importanza delle attuali scuole e metodi, di internet e della possibilità di spostarsi con una certa facilità, cosa che promuove la possibilità di incontri fecondi con colleghi studenti e autorevoli musicisti.
Mi permetto di avere qualche dubbio col tenore generale di questo intervento che non nasconde, laddove, all’interno dello stesso articolo, vuole negarla, una certa impostazione accademica che numerosi danni sta apportando alla stragrande maggioranza di allievi.
E’. viceversa, molto importante l’impostazione, che condivido nella sostanza, dell’intervento di Stefano Battaglia, quando parla della necessità di tornare a quella che è l’ ”esperienza musicale”.
La bellezza è semplice. La musica è semplice, mentre la teoria, le tecniche, il metodo si pongono al di fuori dell’esperienza musicale.[1]

Ha ragione Battaglia, nel suo affascinante pensare, ciò di cui la musica ha bisogno, oggi più che mai, è un rapporto osmotico con gli elementi primordiali della natura.
Attenzione, dice poi Stefano Battaglia, l’accademia rischia di produrre mediocrità.
In realtà, se guardiamo la storia del jazz, il suo apprendimento è sempre avvenuto attraverso percorsi alternativi e marginali e questa debolezza ha finito per diventare la sua forza perché in questo sistema si sono conservati stilemi e metodologie risalenti all’Africa, come l’approccio al suono o la poliritmia, per esempio.
Il jazz americano del secolo scorso si è formato per imitazione volontaria e individuale, mai all’interno di percorsi didattici standardizzati. Si tendeva a imitare un maestro affermato e in questo processo imitativo si finiva per conservare le proprie peculiari caratteristiche individuali, finendo per produrre una gran varietà di approcci . Questa metodologia è stata l’anima della musica afroamericana ma non è riuscita a tramandarsi nel mondo europeo, rimasto legato a un approccio più accademico.
Per quanto riguarda l’Italia, ho sempre guardato con fascinazione all’esperienza bandistica, forse per il fatto che provengo dalla Puglia, terra d’elezione delle bande musicali da strada. Comunque, le esperienze bandistiche furono, non a caso, importanti nel jazz di New Orleans finendo per determinare l’egemonia degli strumenti bandistici su gran parte della storia jazzistica.
Ancora oggi, nel nostro paese, è possibile imparare a suonare nelle istituzioni bandistiche che offrono spesso approcci didattici molto liberi e variegati e rispetto per le singole individualità. Paradigmatiche, in questo senso, le esperienze di musicisti come Minafra, Fresu o Dell’Anna.
Per concludere, riporto un pensiero di Stefano Battaglia dal succitato articolo:

Il flusso esagerato di informazioni su tecniche e stili credo abbia, alla lunga, prodotto uno svilimento del significato musicale, complicato il percorso di identificazione, determinando un generale appiattimento e la saturazione dei circuiti.
L’accademia classica è in astinenza da significato musicale da più di mezzo secolo, mentre quella jazzistica ha innescato negli ultimi vent’anni un grave corto circuito attraverso la cristallizzazione di stili e linguaggi, provocando la progressiva scomparsa di una reale prassi improvvisativa che era e rimane la ragione ultima dell’esistenza stessa del jazz, sino a prova contraria.
[2]

NOTE
[1] cft Musica Jazz, anno 64 numero 1, gennaio 2008, pag 33
[2] cft Musica Jazz, anno 64 numero 1, gennaio 2008, pag 34

Bibliografia
Paolo Fresu Talkabout, Luigi Onori, Stampa Alternativa 2007

lunedì 1 ottobre 2007

Strategie di vendita

Passeggiando una domenica per Saluzzo, cittadina della provincia di Cuneo, entrare in un bar per un caffè e scoprire, sul bancone, l’espositore con i CD della Egea, importante etichetta dal catalogo assai nutrito. E’ inevitabile, mentre si sorseggia il caffè, soffermarsi sull’espositore, esplorarne il contenuto: Mirabassi, Rava, Fresu, Galliano, Pietropaoli, Battaglia e tanti altri. E inevitabile l’acquisto, lungamente ponderato, di Radici, Gianluigi Trovesi, clarinetti e Gianni Coscia, accordion.
Pensavo, mentre mi rigiravo tra le mani in CD, che incredibile trovata quella di vendere in un bar, nemmeno fosse un gelato o un amaro lucano. Una trovata che ha un forte impatto strategico perché, comunque la si pensi, l’efficacia della distribuzione determina l’efficacia della vendita. E se il jazz è musica elitaria lo è contro la sua volontà.
In realtà, non si può prescindere da un buon successo commerciale oggi come non si poteva prescindere nel passato. Ai tempi d’oro della musica afroamericana le major discografiche investivano denaro e misuravano il successo in copie vendute e il successo garantiva budget adeguati per le successive incisioni. E’ risaputa la difficoltà in cui versa l’organizzazione produttiva italiana, strozzata tra i forti costi produttivi e lo scarso ritorno commerciale. Ottima strategia di diffusione è stata quella dell’
Editoriale L’Espresso con la collana Jazz Italiano Live 2006 e 2007, interessante la modalità scelta da Egea, legata all’inusualità dei luoghi di vendita.

In particolare, quella dell’Espresso è un esempio di filiera produttore-consumatore che, nel suo percorso, conserva intatta l’omogeneità dei vari componenti come, per esempio, il pubblico che ascolta jazz e il lettore tipo della rivista.
Altresì, il metodo adottato da
Egea potrebbe estendersi a librerie, ristoranti, cinema ecc. (se avete altre idee, prego).
Insomma, il jazz deve vendere decisamente meglio, anche nei bar, perché no?

Bibliografia:
Ashley Khan, The house that Trane built, Il Saggiatore 2007
Fotografie:
dal catalogo EGEA 2005/2006
1-Gabriele Mirabassi
2-Danilo Rea
3-Pietro Tonolo