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giovedì 26 novembre 2015

Tipologie di ascoltatori

Nella sua Introduzione alla sociologia della musica Adorno offre [...] una tipologia degli eterogenei ascoltatori di musica. Essa include l'esperto, il quale comprende l'impegno preteso dalla musica ed è in grado di coglierne gli aspetti strutturali; il consumatore di cultura, che è ben informato ma già rivela aspetti feticistici: colleziona dischi, e soprattutto lo fa secondo il criterio del prestigio sociale della musica (il piacere del consumo sembra superare il piacere della musica stessa); l'ascoltatore risentito o astioso, ossia il jazz fan, il quale polemizza contro il jazz slavato e commerciale, elevando i propri idoli a simboli di protesta contro la società ( ma si tratta, secondo Adorno, di una protesta meramente reattiva ed innocua, essendo il jazz e la sua presunta eresia già da sempre assimilata all'industria culturale); infine l'ascoltatore di musica leggera, il quale è del tutto privo di distanza critica e giudizio musicale e ascolta per mero passatempo come quando si accende meccanicamente la radio e ci si fa inondare da una fonte di stimolo che non si Sto arrivando! E non si vuole sintetizzare musicalmente.

Nella maggior parte dei casi, secondo Adorno, si crea solidarietà fra il consumo dell'individuo alienato e una semicultura che rinnega ogni rapporto conoscitivo con la musica.

[Davide Sparti, Suoni Inauditi, Il Mulino/Intersezioni 2005, pag. 85]

sabato 3 settembre 2011

semplici armonie: T. W. Adorno e la musica afroamericana

Luigi Lunari, per altri versi apprezzabile intellettuale, nella sua Breve Storia della Musica, edita da Editrice San Raffaele, dedica ben sedici (sigh) su trecentoquaranta pagine al jazz prendendosela un po' con altri colleghi che hanno tralasciato o trattato con sufficienza tale argomento a suo avviso per limiti culturali imperdonabili. Lui, invece, si butta eccome, collezionando una pletora di luoghi comuni da far rabbrividire.
Ma veniamo al dunque.
Lunari cita Adorno il quale,  nel saggio Prismen del 1955 sostiene che
 il jazz è una musica che con una struttura melodica, armonica, metrica e formale elementarissima combina lo svolgimento musicale a partire da sincopi irritanti che non scalfiscono l'ottusa uniformità del ritmo fondamentale.

Sostiene Lunari che

da un punto di vista strettamente musicale non si può dare del tutto torto alla spietata analisi di Adorno. La struttura della composizione jazzistica è effettivamente elementarissima, la commercializzazione del jazz è indubbia e innegabile ed è facilmente contestabile nei manierismi e nei luoghi comuni di cui si infiorano anche le improvvisazioni.


Sul complicato rapporto tra Adorno e il Jazz Davide Sparti, nel suo libro, Suoni Inauditi, dedica un intero capitolo, fra l'altro, nel quale, sostanzialmente, tenta di giustificare il filosofo tedesco adducendo difficoltà di documentazione che gli avrebbero impedito una corretta presa di coscienza.
Affronta l'argomento anche Stefano Zenni:

sul piano sintattico l'armonia jazz ci appare un universo piuttosto più semplice di quello classico


Ovviamente Zenni chiarisce e sviluppa successivamente il concetto in senso corretto
In effetti, basta dare uno sguardo sommario a un Real Book per rendersi conto di quanto tutte queste persone abbiano ragione. Davanti alla complessità creativa delle strutture armoniche della musica classica europea le semplici soluzioni adottate nel jazz esprimono uno schematismo alquanto elementare e rispettoso delle regole armoniche più semplici.
Ma poi
Ciò che nè Adorno nè Lunari hanno capito, per quanto banale, è la differente funzione dell'armonia nella musica classica e nel jazz. Mentre nella prima essa è lo scopo stesso della composizione e il suo equilibrio dinamico, la capacità di risolvere armonicamente, le tensioni tonali, sono tutti elementi che determinano la forza creativa del compositore e restano nel tempo a testimoniarla, nel jazz è invece solo un canovaccio che, attraverso tecniche di trasporto, variazioni ritmiche, disarmonie ecc. consentono al musicista di ricreare il brano di partenza fino a farlo diventare, talvolta, completamente altro rispetto a quello che era in origine. L'improvvisazione, almeno fino a tutti gli anni cinquanta si sviluppava per la maggior parte attraverso il principio della destrutturazione armonica.
Spesso, nella musica afroamericana, l'armonia è stata abbandonata in favore di soluzioni modali laddove i musicisti hanno avuto bisogno di sviluppare il loro istinto creativo su terreni più ampi, liberati dalla gabbia armonica.
La semplice evidenza di tutto questo sarebbe dovuta apparire anche agli occhi allenati di Adorno. Perchè egli giunge allora a negarla soffermandosi sull'aspetto epidermico indotto da un punto di vista esclusivamente eurocentrico?

Qual è allora l'oggetto della critica di Adorno? Questa è la domanda cruciale. Ebbene, l'oggetto polemico di Adorno non è la musica jazz o i jazzisti in quanto tali e infatti egli non offre alcun resoconto fenomenologico del jazz come forma espressiva: non vi è una sola analisi musicale di uno specifico pezzo jazz, a differenza delle molte analisi di lavori musicali comprese nei suoi studi su compositori moderni coma Wagner, Mahler, Stravinskij, Berg o Schoenberg. L'oggetto polemico di Adorno è piuttosto, sociologicamente, l'uso consumista cui il jazz è stato destinato e, più ampiamente, il fatto che l'industria del jazz abbia tradito, e anzi appiattito, il potenziale critico se non antagonistico che pure la musica poteva contenere. In questo senso le analisi di Adorno del jazz non si occupano del jazz [...] La posta in gioco non è solo estetica (o relativa ai gusti musicali di Adorno), ma è proprio questa "dialettica"  dell'illuminismo, in cui un potenziale emancipativo si rovescia nel suo opposto. Non si tratta quindi di valutare fino a che punto Adorno ha compreso il jazz, quanto di cogliere il più vasto bersaglio polemico che egli ha di mira, e, alla luce di quest'ultimo, capire perchè Adorno possa avere torto o ragione. Le domande: ma Adorno ha veramente capito il jazz? Ma Adorno si sta occupando del vero jazz?, sono solo parzialmente centrali rispetto alla questione del come e del perchè. Adorno sviluppa la sua critica nel modo in cui lo fa. E, ripeto, se si coglie fino a che punto l'oggetto della critica di Adorno sia non il jazz quale idioma musicale, ma l'industria culturale che lo ha prodotto, la circostanza stessa secondo cui molte tra le asserzioni principali di Adorno sul jazz (la negazione dell'origine africana del jazz e del jazz come musica "nera"; il rifiuto di ammettere che il jazz implichi forme di improvvisazione genuina, la prematura profezia sulla morte del jazz nel 1933; la convinzione che tutti i brani jazz siano metricamente strutturati in 32 battute mentre già Armstrong suonava pezzi che non erano nè in 32 nè in 12 battute) siano state respinte quando non soggette a derisione in quanto clamorosi abbagli interpretativi, non ci costringe a concludere che l'attacco di Adorno sia incredibilmente lontano dalla realtà del jazz, se non addirittura reazionario e forse razzista ( e se lo facessimo rischieremmo noi, non Adorno, di mancare il bersaglio).
Semmai, come vedremo, il limite più consistente di Adorno sta nella sua incapacità o indisponibilità a rivedere un giudizio che, nel corso di tre decenni appare contrassegnato dalla medesima ostilità e intransigenza teorica, quella che non permetterà ad Adorno di fare le dovute distinzioni, nè di cogliere le transizioni e le rotture interne alla storia del jazz, e neppure di riconoscere il potenziale di alterità proprio di alcune forme del jazz [...]. Come se gli unici due termini di riferimento storici rimanessero per lui le società europee nel loro periodo fascista e nazista, un trauma che lo ha evidentemente segnato, da una parte, e la società di massa consumista degli Stati Uniti. 
[Davide Sparti, Suoni inauditi, Il Mulino/Intersezioni 2005, pag 65, 66]


Fonti bibliografiche:
Luigi Lunari, Breve storia della musica, Editrice San Raffaele
Davide Sparti, Suoni Inauditi. L'improvvisazione nel jazz e nella vita quotidiana, Intersezioni
Stefano Zenni, Isegreti del jazz. Una guida all'ascolto, Stampa Alternativa

mercoledì 25 luglio 2007

Jam Session


Le jam sessions sono una peculiarità della musica jazz.
La maggior parte delle persone sa cosa siano: riunioni informali ed estemporanee di musicisti che si confrontano, spesso afterhours, su temi comuni o su improvvisazione. Questa definizione è abbastanza generica, lo riconosco, ma ciò che hanno significato nel jazz è molto importante.
Voglio fare una riflessione al margine di un libro molto interessante di
Davide Sparti, Suoni Inauditi, ed. Il Mulino.

Il punto di partenza è la critica di Adorno al Jazz: secondo il filosofo (e qui cito Sparti) “il materiale di partenza del jazz è costituito da, o comunque derivato da, canzonette e musica ballabile avente funzione di intrattenimento, contrassegnato da uno schema metrico (in 32 battute) e armonico invariabile e banale, legato alla triade tema-variazione-tema”.[1]
La funzione di questa semplicità e presunta banalità sarebbe, secondo
Adorno, quella di vendere il suo prodotto al cospetto di un target composto da povera gente.
Anche l’improvvisazione, tutto sommato, dice
Sparti, è vincolata a strutture prestabilite, ritmiche, armoniche, di arrangiamento, che ne limitano la completa libertà.
A questa forte standardizzazione, il jazz ha reagito con quello che ancora
Sparti chiama rendition, la capacità, cioè, di rielaborare la musica, attraverso costanti modifiche della sua struttura che, talvolta, ha coinvolto standard assai banali in cambiamenti radicali. Basti pensare al famoso brano My Favourite Thing che John Coltrane suonerà innumerevoli volte fino a rendere completamente irriconoscibile la melodia originale, oppure al Parker di I got rythm o al Davis di My Funny Valentine.

In ogni caso è innegabile che il jazz sia stata musica legata alle circostanze economiche della sua produzione.
L’analisi di
Adorno, in realtà, sembrerebbe entrare in crisi con l’avvento del Bebop. E qui torniamo al libro di Sparti. “Il bebop rivaluta il potere di sorprendere del jazz, improvvisando qualsiasi cosa su un certo tema invece di attenersi, nel corso dell’assolo, a quanto avrebbe potuto ricordare il tema originale, rovesciando così la convenzione secondo cui il tema è il filo conduttore, l’elemento cardine, del jazz, ossia ciò che obbligatoriamente annuncia, guida e conclude l’improvvisazione. Questo modo di fare musica usando delle linee improvvisate che fungono da spunto tematico, o meglio ancora, da piattaforma per improvvisare, è in tensione con la musica organizzata e arrangiata delle compagini orchestrali, ed ha la sua sede privilegiata, del tutto ignorata da Adorno, in quella peculiare istituzione della comunità jazz che è la jam session”.[2]

La jam session, dunque, è un momento liberatorio che svincola i partecipanti da condizionamenti di vario tipo: è un istante ricreativo che permette di liberare tensioni, poter suonare quel che realmente si desidera, senza vincoli di esigenze commerciali, di arrangiamento, di tempo, di sound. Una istituzione fondamentalmente egalitaria, per un pubblico composto da musicisti .
Le jam erano anche delle vere e proprie sfide tra musicisti, i quali mettevano in gioco una parte del proprio capitale simbolico.[3]
Insomma, per alcuni musicisti la jam era una specie di rito purificatorio allo scopo di riscattarsi dai tentacoli della musica commerciale.

Sono profondamente convinto che il sistema entro cui si muove la musica, compreso il jazz, e tutta l’arte in generale, è interno al mercato e quindi non è garantita, per l’artista, la libertà assoluta.
Per quanto riguarda le jam session, basti pensare al rovescio della medaglia di quanto scritto precedentemente: esse servivano anche come trampolino di lancio, per mettersi in luce nell’aspettativa di qualche contratto piuttosto che per saggiare determinate linee compositive o improvvisative rispetto alle aspettative del pubblico ecc. insomma, una vetrina pubblicitaria in grado di decidere contratti di lavoro. Non a caso, la maggior parte delle jam sessions, soprattutto a New York, era controllata dal Sindacato dei Musicisti che decideva spesso luoghi e modalità di incontro.
Al giorno d’oggi, le jam sessions si sono molto diradate, sono venute meno contestualmente con l’emergere della crisi di identità del jazz. Il contesto generale è più “istituzionalizzato” e meno estemporaneo.

NOTE
[1]cft. Davide Sparti, Suoni Inauditi, Il Mulino-Intersezioni 2006, pag 73
[2] cft. Davide Sparti, Suoni Inauditi, Il Mulino-Intersezioni 2006, pag 80
[3] cft. Davide Sparti, Suoni Inauditi, Il Mulino-Intersezioni 2006, pag 82
Fotografie:Cassandra Wilson fotografata da Bruno Bollaert