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domenica 21 ottobre 2007

Un interessante dibattito in rete

Voglio arrivare al punto in cui riesco a sentire le vibrazioni di un luogo particolare in un particolare momento, e comporre un brano proprio lì, sul posto…E infine gettarmelo alle spalle.[John Coltrane]


La comunità afro-americana vive nell’”illusione dell’integrazione”. La nascita di una borghesia nera, attiva nella società americana a vari livelli, ha prodotto la falsa impressione di un’avanzato stato di integrazione. E’ un’illusione che nasconde la realtà dei fatti, quella che, al contrario, parla di livelli di povertà e marginalità, nell’ambito delle comunità nere, ancora più marcati che non in passato.
Tuttavia, questa illusione ha portato ad un allentamento della tensione sociale e culturale con un conseguente affievolimento della forza propulsiva della cultura afro-americana; ha diminuito la sua capacità autoorganizzativa, attenuato la coscienza, ridotto la capacità autoproduttiva. Allo stato attuale, la situazione sembrerebbe peggiore di quanto non lo fosse quarant’anni fa.
Ho seguito il botta e risposta in rete tra Libero Farnè e Enrico Bettinello ( sul sito di All About Jazz) sul senso attuale dell’avanguardia musicale e del free ai giorni nostri.
In sostanza, Farnè si chiede se, a proposito del free e in considerazione di un suo ritrovato vigore sulle scene internazionali, si possa ancora parlare di avanguardia o non si debba, invece, catalogare questa forma espressiva nelle ingarbugliate maglie del mainstream, vittima di un certo classicismo, ormai lontana dal furore degli anni sessanta.
Se lo chiede e si dà la seconda risposta, senza indugi.

Bettinello riprende le considerazioni di Farnè alla luce di un differente approccio alla critica musicale esprimendo una certa contrarietà per le catalogazioni crono/logiche, frutto, a suo dire, di una metodologia razionalista, tendente alle sintesi (semplificazioni?) e fuorviante verso tipi di approcci analitici “a compartimenti stagni”.
Sostiene, Bettinello, la necessità di osservare le individualità, con le loro specificità ed interazioni, capaci di creare un flusso carsico, tanto per usare una sua terminologia, che sfugge ad ogni definizione preconfezionata. E’ necessario dire che tendo a parteggiare per la tesi di Bettinello. Credo che in Italia vi sia un problema che riguarda la critica musicale, del jazz in particolare, ancora legata a metodologie di analisi ormai “polilliane” (mi si perdoni il neologismo).
E’ possibile seguire la querelle su All About Jazz.
Oppure su




Bibliografia:
Ekkehard Jost, Free Jazz, L’Epos
Cerchiari-Gualberto-Piacentini-Piras, Il jazz degli anni ’70, Gammalibri
Mario Luzzi, Uomini e avanguardie del Jazz, Gammalibri
Discografia:
Ornette Coleman Double Quartet,Free Jazz, Atlantic 1960
John Coltrane Double Quartet, Ascension, Impulse 1965
Art Ensemble Of Chicago
, Nice Guys, ECM 1979
Anthony Braxton with Muhal Richard Abrams, Duets 1976, Arista 1976
William Parker, The Inside Songs of Curtis Mayfield- Live in Rome, Rai Trade 2007
Fotografie:
William Parker (dal web)

mercoledì 25 luglio 2007

Intervista a Schlippenbach su Musica Jazz


Un’interessante intervista ad Alexander von Schlippenbach, questo mese su Musica Jazz.
Gli argomenti topici sono
Thelonious Monk, la Globe Unity Orchestra, il rapporto tra musicisti europei e americani.
La
Globe Unity Orchestra è una grande orchestra multinazionale la cui musica è totalmente improvvisata. Nata nel 1966, ha avuto un periodo di crisi negli anni ’90 ma in questo ultimo periodo, grazie anche all’innesto di linfa nuova tra le sue fila, sembra aver ripreso l’antico vigore.Thelonious Monk è stato, per Schlippenbach, un faro la cui luce ha illuminato la traiettoria del musicista tedesco ed altri come Misha Mengelberg e Steve Lacy, dall’inizio ad oggi, senza sosta.Schlippenbach dice che lui e i colleghi si muovono dentro lo spirito di Monk che, pur essendosi mosso nell’ambito di una musica legata ai dettami del blues, con quel peculiare senso del ritmo e quelle inaspettate variazioni armoniche ha saputo rendere quella musica speciale. L’influenza di Monk sui pianisti è stata, quindi, più incisiva e discreta di quanto non lo fu quella di Coltrane sui sassofonisti che, seppur molto più vasta, si è prestata a una generalizzata banalizzazione che ha portato, qua e là, alla perdita di quella serietà e profondità del linguaggio musicale del genio di Hamlet.
Poi c’è quella parola magica: jazz
Schlippenbach sostiene che il legame tra gli improvvisatori europei e la New Thing è che i primi hanno cominciato laddove i secondi sono giunti, anche se dal punto di vista strettamente musicale, tecnico, differenze non ce ne sono.

“Mi ritengo un improvvisatore europeo ma ho imparato a improvvisare suonando jazz: per questo continuo a usare il termine “jazz”.Il mio approccio rimane quello di un jazzista. Citando la mia amica Irene Schweizer, anch’io potrei dire: se non ci fosse stato il jazz non sarei diventato un musicista”.
E ancora:
“C’era un forte impeto ottimistico fra i musicisti della mia generazione riguardo alla nostra musica, e c’era anche il tentativo di sottrarre qualcosa al mercato della musica, fondando cooperative, festival mirati, rassegne e case discografiche. […] in Europa continua ad esserci più autogestione che negli Stati Uniti. Comunque, nel mondo, non c’è mai stato tanto free jazz come oggi”


Una mia considerazione al margine: credo che il jazz, negli USA, per come l’abbiamo inteso negli anni passati, è in crisi. C’entra la maggior omologazione sociale e la parziale attenuazione della conflittualità sociale tra bianchi e neri. Riferendomi all’intervista a Max Roach, direi che è venuto meno il forte riferimento alle radici africane. Amen.
L’intervista a
Schlippenbach è stata raccolta da Libero Farnè.

Bibliografia:
Musica Jazz luglio 2007
Ekkehard Jost, Free Jazz, Epos 2006
Fotografia:
Claudio Casanova