sabato 7 febbraio 2015
Sei gradi di differenza/collegamento (ancora Sudoku Killer)
lunedì 11 febbraio 2008
Musica Creativa #2
Continuo il discorso sul libro di Bolelli dedicato alla Musica Creativa degli anni settanta perché sembra individuarsi in quegli anni il germe di una musica nuova alla quale l’etichetta “jazz” sta stretta e alla creazione della quale contribuiranno forze da ogni parte del mondo, Europa in particolare. Non che in precedenza non vi siano stati importanti contributi extra-americani al jazz, ma in questi anni a cui si riferisce la vicenda narrata da Bolelli il rapporto tra musica afroamericana e impulsi extra americani diventa più organico e intimo.
Il momento storico risulta, quindi, strategico per l’evoluzione del jazz e quella che sostengo essere la sua implosione su scala mondiale.
Di Franco Bolelli non mi sento di condividere, se non parzialmente, la sua analisi sul ruolo sociale e storico della musica degli anni settanta. Un’evoluzione in senso colto vi è stata, rispetto al Free, una coscienza e consapevolezza riflessiva era sopravvenuta, rispetto agli anni sessanta, con un nuovo modo di porsi, da parte degli afroamericani, rispetto alle problematiche razziali, a loro volta modificatesi nel decennio successivo.[1]
Tuttavia,non riesco a condividere l’opinione di Bolelli secondo la quale quella musica fu popolare e capace di superare la rigida dicotomia della quale è vittima la critica occidentale tra musica colta e musica popolare. Mi sembra, viceversa, che quel movimento fu parallelo all’affermarsi di una fascia sociale di afroamericani appartenente a una discretamente benestante media borghesia che poco aveva da spartire con le assai più larghe fasce di proletariato urbano che a tale fenomeno restò sostanzialmente estraneo.
Il libro di Bolelli risente degli anni in cui fu scritto tuttavia fa emergere un’ipotesi interessante a proposito dell’irruzione europea nel jazz.
L’ipotesi è che il Free abbia smontato l’estetica espressiva e formale del jazz in maniera radicale. Ha prodotto macerie sulle quali i musicisti creativi, a partire dall’Association for the Advanceme the CreativeMusicians di Chicago hanno prodotto nuove dinamiche formali, nuove dialettiche all’interno della dinamica tra composizione e improvvisazione. Proprio in questa fase sarebbe maturato l’incontro con la musica contemporanea e avrebbero trovato sistematica applicazione i contatti tra musicisti delle due sponde.
Tra i miei ricordi personale c’è un incantevole concerto, al teatro Petruzzelli di Bari, di Anthony Braxton e Richard Teitelbaum.
Molto praticato, in questi anni (formidabili, direbbe Mario Capanna) l’approccio creativo allo strumento solo, quello che Bolelli chiama, in modo azzeccato, musica di autoanalisi[2].
Nella pratica espressiva della musica creativa, il solo è ricomposizione onnilaterale di tutte le facoltà umane. Proprio perché accoppia in assoluta identità il ruolo dell’esecutore e quello dell’inventore, il musicista combina mente e corpo (consapevolezza ed emozioni, ragione e inconscio, bisogni e desideri…) in un gesto naturale di unificazione della propria soggettività. In questa totale compenetrazione di espressività umana e linguaggio sonoro, anche gli strumenti sono affrontati da chi suona come propria componente organica e, dunque, in senso squisitamente funzionale. [3]
Importantissimi, in questo senso, Braxton (For Alto), Lacy (Lapis, Solo, Stabs, Straws), Roscoe Mitchell (Solo Saxophone Concerts), George Lewis (Solo Trombone Records), Oliver Lake (Passing Thru), Evan Parker (Saxophone Solos), Paul Rutherford (The Gentle Harm of the Bourgeoise), Peter Brotzmann (Solo), Leroy Jenkins (Solo Concert) ed altri ancora mancano da questo imperfetto elenco. Dischi importanti che segnano il tracciato di una sintassi indubbiamente nuova e di assoluto interesse.Un’altra importante considerazione, riguardo il movimento musicale in oggetto, che Bolelli mette bene in evidenza è la tendenza comunitaria del movimento, la quale ha fatto da carburante alle numerose possibilità di incontri ed interscambi, soprattutto col versante anglo-tedesco.La prima comunità di musicisti che viene in mente è la Association for the Advancement of the Creative Musicians di Chicago, un’associazione che era molto più che un sindacato, un luogo di interscambio fecondo di energie musicali, coagulo di esperienze e produttore di multi tendenze. Coltivò energie e forti contraddizioni i cui sviluppi reclamano diritti ancora oggi.Numerosi furono i collettivi musicali come il Creative Construction Company, l’Art Ensamble of Chicago, Black Artists Group, World Saxophone Quartet di Lake, Hemphill, Murray e Bluiette.Credo, infine che questo movimento, etichettato come Musica Creativa (etichetta che, per comodità, ho fatto mia) o Free Bop, abbia riportato le istanze free in una dimensione più consapevole ma meno corrosiva, incanalato le energie del decennio precedente in direzione di una nuova coscienza privatizzando le istanze di riscatto del popolo nero. Un riflusso, insomma, che ha ridotto la dimensione pubblica e politica del fare musica. Un bavaglio?
[1] Non vorrei cadere nel luogo comune della suddivisione storica dell’evoluzione jazzistica basata su salti decennali. In realtà, quella che in questo post intendo come musica degli anni settanta è andata prendendo forma qualche anno prima, per lenta trasformazione, senza soluzione di continuità, rispetto al movimento Free.
[2] cft. Franco Bolelli, Musica Creativa, Squilibri Edizioni 1978, pag. 42
[3] cft. Franco Bolelli, Musica Creativa, Squilibri Edizioni 1978, pag. 44
Discografia
Muhal Richard Abrams, Levels and Degrees of Light, Delmark 1967
Barry Altschul, You can’t name your own tune, Muse 1977
Art Ensemble of Chicago, Certain Blacks, America 1969
Derek Bailey, Solo Improvisations, Incus 1974
Han Bennink, Solo, Icp 1972
Hamiet Bluiett, Birthright, India Navigation 1977
Lester Bowie, Rope-a-dope, Musee
Anthony Braxton, For Alto, Delmark 198
Circle, Paris Concert, Ecm 1971
Creative Construction Company, No more White Gloves, Muse 1971
Chico Freeman, Morning Prayer, Whynot 1976
Globe Unity Orchestra, Jahrmarkt/Local Fair, PO Torch-2 1976
Milford Graves, Dialogue of the Drums, Ips 1975
Julius Hemphill, Raw materials and residuals, Black Saint 1977
Iskra, Iskra, Incus 1972
Joseph Jarman, As if it were the Seasons, Delmark 1968
Lerooy Jenkins, For Players only, Jcoa 1975
Maurice Mctyre Kalaparusha, Kalaparusha, Trio PA 1975
Steve Lacy, Solo, Emanem 1972
Oliver Lake, Passing Thru, Africa 1974
George Lewis, Solo Trombone Record, Sackville 1976
Misha Mengelberg, Groupcomposing, Icp 1970
Roscoe Mitchell, Solo Saxophone Concert, Sackville 1974
Music Improvisation Company, Incus 1971
Revolutionary Ensemble, The People Republic, Horizon 1975
Sam Rivers, The Quest, Red Record 1976
Sun Ra, Montreaux, Saturn 1976
Cecil Taylor, Silent tongues, Arista 1973
Mal Waldron, One upmanship, Enja 1977
World Saxophone Quartet, Live in Moers, Ring 1977
Immagini
1-Joseph Jarman by Roberto Cifarelli
2-Joseph Jarman by Roberto Cifarelli
3-Joseph Jarman by Jackie Lepage
Letture
Franco Bolelli, Musica Creativa, Squilibri Edizioni 1978
mercoledì 25 luglio 2007
Il Post Free, la chiave per capire l'oggi? (parte 1)
Nessuno meglio di lui può incarnare l’idea del traghettatore, colui che conduce il jazz americano verso il collasso sui nuovi fermenti , provenienti in maggior misura dal Vecchio Continente.
Sono due, le caratteristiche principali che determinano la sintassi post Free, che qualcuno chiamerà, in seguito Free Bop, una definizione abbastanza calzante.
La prima è il background formativo di Braxton, nutritosi a dosi massicce di Paul Desmond e Ornette Coleman, saltando a piè basso la tradizione, dal bebop in poi.
Braxton, quindi, è partito dal jazz bianco di Brubeck e dal leggero soffio di Desmond, ha studiato la New Thing, Stockhausen e Schoenberg, saltando lo steccato che separava la pratica afroamericana da quella euro colta. Non è stato il primo, su questa strada ma, sicuramente, il più consapevole.La seconda caratteristica è la capacità di coniugare partiture scritte e improvvisazione in maniera dinamica e mai scontata.
Nella sua sintesi musicale manca quasi del tutto il riferimento al blues e questo è un importante punto di rottura con la sua tradizione di provenienza[1].Braxton è molto lontano dall’immagine del negro dall’atteggiamento esistenziale oscillante tra una forte spinta vitale e un pessimismo esistenziale prossimo all’autodistruzione, tipico di tanti boppers, per esempio, è un intellettuale, studi di matematica e filosofia, appassionato di scacchi.
La sua prima opera, Three Compositions of New Jazz, per l’etichetta Delmark, già dal titolo lascia intuire la frattura. Siamo verso la fine dei Sessanta e accennare alla composizione in un epoca in cui le urla del free continuavano ad echeggiare, poteva sembrare eresia pura. Inoltre, spicca la definizione di New Jazz, una presa di distanza dall’allora recente movimento Free,In realtà, la musica del disco era tutt’altro che pura partitura e l’improvvisazione era pratica preponderante. L’’atmosfera del disco, aperta, è condotta non sui binari dell’aggressività iconoclasta ma su quelli della ricerca, della sperimentazione sonora.
Polistrumentista, e questa non è una novità, ma per via di questa importante caratteristica è stato spesso accostato a Eric Dolphy, musicista che il nostro stima moltissimo [2].
Fin dal suo primo approdo a Parigi, nel 1969, Braxton si distinguerà per le sue molteplici collaborazioni con i musicisti creativi europei. In Europa troverà situazioni di autogestione simili a quella della AACM che aveva lasciato e troverà importanti riferimenti in musicisti come Willem Breuker, Gunther Hampel e, soprattutto, il chitarrista Derek Bailey, particolarmente ammirato per il suo forte radicalismo e coerenza musicale.
Dietro le quinte di queste vicende c’è la rottura degli argini che separavano il jazz dal resto del mondo,alla quale aveva contribuito in maniera decisiva il movimento Free il cui testimone, Braxton ha saputo portare alla meta. Insieme a una moltitudine di compagni di viaggio.
[1] Si cimenterà, in seguito, con successo con la tradizione musicale afroamericana, nel disco In The Tradition. Con questa brillante prova Braxton metterà a tacere i suoi detrattori, quelli che fin li avevano sostenuto che egli non sapesse suonare sui giri armonici, e riuscirà nel contempo ad esprimersi in quel linguaggio bebop (cft. Il Jazz degli anni ’70, Luca Cerchiari, pag 22).
[2] Il rapporto con Eric Dolphy che all’inizio degli anni ’60 aveva compiutamente messo a punto uno stile le cui note distintive erano il polistrumentismo e la tendenza a prodursi in assoli senza alcun accompagnamento oltre ad un atteggiamento musicale libero e aperto a ogni sperimentazione. Inoltre ha derivato da Dolphy anche l’arte del grido, del discontinuo e del grottesco (cft. Il Jazz degli anni ’70, Luca Cerchiari, pag 22).
Vari, Il Jazz degli anni ’70, GammaLibri, 1980
1968 Three Compositions of New Jazz
1968 For Alto
1969 Anthony Braxton [Affinity]
1969 The 8th of July 1969 w/ Gunter Hampel [Birth Records]
1971 Récital Paris 1971 [live] [Futura]
1971 Together Alone Delmark
1971 Circle: Paris Concert [live]
1972 Saxophone Improvisations, Series F (America)
1972 Town Hall (1972) [live] (with Jeanne Lee)
1974 In the Tradition, Vol. 1
1974 In the Tradition, Vol. 2
1974 Quartet Live at Moers New Jazz Festival
1974 Duo, Vols. 1 and 2
1974 First Duo Concert [live]
1974 Trio and Duet Sackville
1974 New York, Fall 1974
1974 Live at Wigmore
1975 Five Pieces (1975)
1975 Anthony Braxton Live
1975 The Montreux/Berlin Concerts [live]
1975 Live
1976 Creative Orchestra Music (1976)
1976 Elements of Surprise: Braxton/Lewis Duo
1976 Duets (1976)
1976 Donaueschingen (Duo) 1976
1976 Quartet (Dortmund) 1976 [live]
1976 Solo: Live at Moers Festival
1977 Four Compositions (1973)
1978 Creative Orchestra (Koln) 1978
1978 For Four Orchestras
1978 Alto Saxophone Improvisations (1979)
1978 Birth and Rebirth (with Max Roach)
1978 NW5-9M4: For Trio
1979 Performance (9-1-1979) [live]
1979 With Robert Schumann String Quartet
1979 Seven Compositions (1978)
1980 For Two Pianos
1980 The Coventry Concert [live]
1981 Composition No. 96
1981 Six Compositions: Quartet
1982 Open Aspects (Duo) 1982
1982 Four Compositions (Solo, Duo & Trio)
1982 Six Duets (1982)
1983 Four Compositions (Quartet) 1983
1983 Composition No. 113
1984 Prag (Quartet-1984) [live]
1985 Seven Standards (1985), Vol. 2
1985 London (Quartet-1985) [live]
1985 Seven Standards (1985), Vol. 1
1985 Quartet (London) 1985 [live]
1985 Six Compositoins (Quartet) 1984
1985 Szabraxtondos (Duo with György Szabados) 1985 Hungary
1986 Five Compositions (Quartet), 1986
1986 Moment Précieux [live]
1987 Six Monk's Compositions (1987)
1987 ... If My Memory Serves Me Right
1988 19 (Solo) Compositions (1988)
1988 Victoriaville 1988 [live]
1988 2 Compositions (Järvenpää) 1988, Ensemble
1988 Kol Nidre
1988 The Aggregate
1988 London Solo (1988)
1989 Eugene (1989)
1989 7 Compositions (Trio) 1989
1989 Vancouver Duets (1989)
1989 2 Compositions (Ensemble) 1989/1991
1989 Eight (+3) Tristano Compositions, 1989
1991 8 Duets: Hamburg 1991
1991 Duo (Amsterdam) 1991 [live]
1991 Composition No. 107 (Excerpt, 1982)/In CDCM
1991 Composition No. 98
1992 Wesleyan (12 Altosolos) 1992
1992 Willisau (Quartet) 1991[Pt. 2] [live]
1992 Composition No. 165 (For 18 Instruments)
1992 (Victoriaville) 1992 [live]
1993 Duets (1993)
1993 9 Standards (Quartet) 1993 [live]
1993 Trio (London) 1993 [live] (Leo)
1993 12 Compositions: Oakland, July 1993
1993 Quartet (Santa Cruz) 1993 [live]
1993 Charlie Parker Project 1993
1993 Duo (Leipzig) 1993
1993 Duo (London) 1993
1994 Composition No. 174: For Ten Percussionists
1994 Small Ensemble Music (Wesleyan) 1994 [live]
1994 Duo (Wesleyan) 1994
1994 Knitting Factory (Piano/Quartet) 1994, Vol. 2 [live]
1995 11 Compositions
1995 10 Compositions (Duet) 1995
1995 Performance Quartet
1995 Octet (New York) 1995
1995 Solo Piano (Standards) 1995
1995 Two Lines Lovely Music
1995 Knitting Factory (Piano/Quartet) 1994, Vol. 1 [live]
1995 4 Compositions (Quartet) 1995
1995 Seven Standards 1995
1996 Composition No. 192
1996 Composition No. 193 [live]
1996 Tentet (New York) 1996 [live]
1996 Live at Merkin Hall
1996 14 Compositions (Traditional) 1996
1996 Composition No. 102: For Orchestra & Puppet Theatre
1996 Sextet (Istanbul) 1996
1996 Composition No. 173
1997 Silence/Time Zones
1997 Amsterdam 1991 [live]
1997 4 Compositions (Quartet) 1995
1998 Compositions No. 10 & No. 16 (+101)
1999 Duets (1987)
1999 4 Compositions (Washington D.C.) 1998
1999 Trillium R [4-CD boxset opera]
2000 Composition No. 94:
2000 Quintet (Basel) 1977 [live]
2000 10 Compositions (Quartet) 2000
2000 9 Compositions (Hill) 2000
2001 Compositions/Improvisations 2000
2001 Composition No. 247
2001 Composition No. 169 + (186 + 206 + 214)
2001 Four Compositions (GTM) 2000
2001 8 Compositions (Quintet) 2001
2002 This Time
2002 Duets [Wesleyan] 2002
2002 8 Standards (Wesleyan 2001) [live]
2002 Solo (Koln) 1978
2002 Ninetet (Yoshi's) 1997, Vol. 1
2003 Four Compositions (GTM) 2000
2003 Two Compositions (Trio) 1998 [live]
2003 Solo (Milano) 1979, Vol. 1 [live]
2003 Anthony Braxton [2003]
2003 Ninetet (Yoshi's) 1997, Vol. 2 [live]
2003 Solo (NYC) 2002 [live]
2003 23 Standards (Quartet) 2003
2003 20 Standards (Quartet) 2003
2004 Shadow Company (2004)
2004 4 Improvisations (Duets) 2004
2005 Quintet (London) 2004 Live at the Royal Festival Hall
2006 Compositions 175 & 126 (for Four Vocalists And Constructed Environment) [with The Creative Jazz Orchestra]
2006 Sextet (Victoriaville) 2005
mercoledì 18 luglio 2007
For alto
Il musicista chicagoano sta ritto al centro dello snodo di tutti i percorsi musicali che hanno caratterizzato gli ultimi 40 anni.
Si potrebbe azzardare una continuità fortemente simbolica rispetto al percorso coltraniano, sia dal punto di vista cronologico, in quanto la sua attività ha inizio verso la fine degli anni ’60, immediatamente dopo la morte di Coltrane, sia dal punto di vista dell’approccio al materiale musicale.
Si potrebbe, ancora, paragonare la tensione verso una continua ricerca in direzioni oltrepassanti gli steccati meramente jazzistici e occidentali di John Coltrane a ciò che Braxton esplica attraverso queste parole:
L’inizio della sua attività fu tutto all’interno del jazz, del free.
Primo gruppo col violinista Leroy Jenkins e il trombettista Leo Smith, quindi la partecipazione attiva alla Association for the Advancement of the Creative Music (A.A.C.M.) un’organizzazione nata a Chicago, con l’obiettivo dichiarato di concepire, suonare e registrare musica originale in una seria ricerca. Il progetto raccoglieva molti musicisti che condividevano i valori e gli obiettivi della ricerca, prima ancora delle cifre stilistiche comuni, e si preparava ad immettere nella scena musicale contenuti profondamente innovativi.
Al di là delle collaborazioni e dei progetti avviati, documentati in abbondanza sul web, il maggior contributo di Braxton, in questo periodo è stato sicuramente l’approccio al solismo strumentale, espletato brillantemente con l’album “For Alto” del 1968.
Questo tipo di approccio musicale che, se si escludono estemporanee esperienze passate (e viene sicuramente in mente Coleman Hawkins e la sua “Picasso”) è assolutamente innovativo per la sua capacità di oltrepassare i limiti del jazz e distendersi verso esperienze e culture sonore “altre”, spesso lontane, indotto in questo da quell’affascinante ed esclusivo rapporto che si viene a creare tra musicista e strumento. Intanto, fermo restando lo stile, unico elemento che lo lega al jazz, Braxton rinuncia a due importanti coordinate jazzistiche: il ritmo swing, non eliminato del tutto, ma sostituito qua e là da ritmi certamente complessi ma più legati alla tradizione eurocolta. L’altra coordinata a cadere è l’interplay che, necessariamente, in un album solo non ha ragione di esistere. In questo contesto, il processo improvvisativo si libera dagli schemi jazzistici tipici del free mantenendo, tuttavia, una voluta consapevolezza che lo tende all’incontro con la cultura europea. Non a caso, tra i maestri, Braxton, oltre a Parker , Coltrane o Desmond, non manca di citare Karlheinz Stockhausen, Stravinsky, Berio e John Cage.
Attualmente (ma di acqua ne è passata molta, sotto i ponti) Braxton è impegnato con la Ghost Trance Music e col progetto della Tri-Centric-Music che continuiamo a seguire con immutato interesse.
1-Riccardo Granato
2-Ziga Konitnik
3-Giovanni Piesco
Discografia
Anthony Braxton and the Tri-Centric Foundation
Articolo