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giovedì 21 febbraio 2008

Coltrane feat. Ellington


Fu la veemente reazione dei critici all’uscita dell’album Live at the Village Vanguard l’occasione che il produttore Bob Thiele aspettava per fare un certo “discorsetto” a John Coltrane: convincerlo, in pratica, ad ammorbidire il suo percorso e prestare un occhio alla cassetta.
Quel disco suscitò reazioni chiassose. Down Beat del 26 aprile 1962 pubblicò due recensioni nel tentativo di produrre un’offerta pluralista dell’opinione della critica. Pete Welding mise in luce l’eccessivo coinvolgimento emotivo, in Chasin’ the train, che lo allontanava da quel senso del distacco che è prerogativa della vera arte. Molto duro fu Ira Gitler che parlò di latrati, strilli e volate ripetitive.[1]
Vista l’aria che tirava per il suo pupillo e per la giovane etichetta di cui era manager, Thiele pensò bene di affidarsi a un’operazione di marketing, un evento promozionale e politico che portasse Coltrane a un riavvicinamento col pubblico, un riannodamento di fili divenuti, a suo avviso, troppo allentati.
Ed ecco all’orizzonte niente di meno che Duke Ellington e Johnny Hartman e un progetto di vecchie e orecchiabili ballads.
In un’intervista, Thiele sostenne che il progetto di collaborazione con Ellington e Hartman intendeva mostrare come John Coltrane fosse saldo di radici, ottimo conoscitore della tradizione e saldo nella storia e bisogna evidenziare il fatto che lo stesso sassofonista fosse entusiasta di questa collaborazione che seppe sfruttare al meglio.
Fu lo stesso Coltrane a spiegare in un’intervista a Frank Kofsky:
Le scelsi io. Era qualcosa che avevo già in mente, dalla mia giovinezza o chissà da quando; semplicemente, sentivo di doverlo fare[2]

Dilungandosi poi su problemi avuti dalla rottura del suo bocchino migliore che gli aveva impedito di sviluppare musica su linee veloci, costringendolo a qualcosa di più ripensato.
E’ incredibile questa ultima specificazione perché evidenzia la stretta correlazione che esiste tra la creatività e la tecnologia, la propria arte e lo strumento che è realmente il prolungamento dell’intelligenza dell’artista.
C’è ancora da dire, a proposito di questa feconda collaborazione, che Coltrane imparò una lezione preziosa: modificò la sua abitudine alle numerose ripetizioni dei takes, in sala di registrazione prima di scegliere quello giusto. Ellington aveva l’abitudine di essere più rapido, convinto com’era che le eccessive ripetizioni avrebbero inevitabilmente indotto a stanchezza e logorio oltre che, prosaicamente, avrebbero gravato di ulteriori costi la casa discografica.
Coltrane, non tanto convinto, si adeguò alla prassi ellingtoniana e le cronache dicono che in seguito, anche senza il duca, divenne più morigerato di suo.
Tutto questo per dire che ho comprato il CD di Ellington e Coltrane.
Note salienti del disco:
Personale:
John Coltrane, sassofoni tenore e soprano
Duke Ellington, piano
Jimmy Garrison, contrabbasso ( in 2, 3, 6)
Aaron Bell, contrabbasso (in 1, 4, 5, 7)
Elvin Jones, batteria (in 1, 2, 3, 6)
Sam Woodyard, batteria (in 4, 5, 7)
Produttore Bob Thiele
Produttore ristampa Michael Cuscuna
Ingegnere del suono Rudy Van Gelder
Registrato al Van Gelder Studio, Englewood Cliffs, New Jersey il 26 settembre 1962
Brani:
In a Sentimental Mood (Duke Ellington)
Take the Coltrane (Duke Ellington)
Big Nick (John Coltrane)
Stevie (Duke Ellington)
My Little Brown Book (Billy Strayhorn)
Angelica (Duke Ellington)
The Feeling of Jazz (Duke Ellington, George Simon, Bobby Troup)


NOTE
[1] cft.
Blue Trane, la vita e la musica di John Coltrane, Minimum Fax, pag 296
[2] cft
Blue Trane, la vita e la musica di John Coltrane, Minimum Fax, pag 297
Musica
Duke Ellington & John Coltrane, Impulse 1962
Immagini
1-Copertina del disco
Duke Ellington & John Coltrane2-Duke Ellington e John Coltrane

martedì 17 luglio 2007

Commemorando John Coltrane (3^ parte)


Il licenziamento subito da Miles Davis non fu sentito da Coltrane in maniera drammatica. Tutt’altro, il musicista di Hamlet approfittò di questa pausa per concedersi un periodo di transizione riflessiva fatto di studio, partecipazioni a brevi esperienze di palco con alcuni amici di Philadelphia come McCoy Tyner o il compositore Cal Massey.
La precedente esperienza con Davis era stata positiva dal punto di vista musicale ma distruttiva da quello delle tossicodipendenze. Racconta Davis:
Suonava con addosso vestiti nei quali sembrava avesse dormito per giorni e giorni, tutti spiegazzati e sporchi. Poi, sul palco, quando non ciondolava mezzo addormentato, si scaccolava il naso, e qualche volta si mangiava pure le caccole [1]
Fu proprio in questo periodo, siamo nel 1957, che decise di dare un taglio secco alle sue dipendenze. Sicuramente maturò la giusta consapevolezza e capì che l’abbandono da quelle dipendenze era condizione necessaria per poter proseguire con decisione verso la strada musicale che intendeva intraprendere. Fu molto motivato, fino a sentire una specie di predestinazione al ruolo di messia musicale, sorgente di felicità attraverso la musica. Questa fase spirituale fu quasi sicuramente la vitamina che nutrì la determinazione al cambiamento della sua vita.
Iniziò allora la decisiva collaborazione con Thelonious Monk, dapprima saltuariamente professionale, in seguito intima e fraterna.
Monk era un genio del pianoforte e sulla sua musica complessa ebbe inizio l’ultima fase dell’apprendistato coltraniano.

John Coltrane prese a frequentare la casa di Monk con assiduità amicale e professionale, come lui racconta al giornalista Blume:
Beh, andavo a casa sua, nel suo appartamento, e lo tiravo giù dal letto, per dire, oppure…(ride). E allora lui si svegliava, andava al piano e si metteva a suonare. Suonava qualsiasi cosa, magari uno dei suoi pezzi. Si metteva a suonare e poi a un certo punto mi guardava, o qualcosa del genere, e quando mi guardava io prendevo il sax e cominciavo a cercare di capire che cosa stava suonando. E lui continuava a suonare all’infinito finchè non capivo una certa parte, e quando ripeteva il pezzo, la volta dopo, io ne capivo un’altra parte. Poi si fermava a mostrarmi certe parti più difficili, e se proprio non ci riuscivo, beh, tirava fuori il portaolio e mi faceva vedere la partitura. Lui tiene le partiture, ce le ha tutte scritte, e io leggevo e imparavo. Preferiva che la imparassi senza leggere, sai, perché in quel modo la senti meglio. La senti più in fretta se la impari a memoria, a orecchio, hai presente? E insomma, quando avevo imparato quasi tutto il pezzo, mi lasciava a provarlo da solo. Mi mollava lì e se ne andava, magari a fare la spesa, oppure si rimetteva a letto. Io me ne stavo lì a ripassare il pezzo. Quando lo suonavo benino lo chiamavo e lo suonavamo insieme. E certe volte facevamo un solo pezzo al giorno.[2]
Successivamente, con Monk, suonò a lungo al Five Spot, al 5 di Cooper Square, nel Greenwich Villane, in un trio del quale faceva parte il batterista dello stesso Monk, Frankie Dunlop e allargatosi, in seguito col sopraggiungere dell’ottimo Wilbur Ware al contrabbasso.
Questa esperienza fu, nel complesso, di fondamentale importanza per Coltrane in quanto Monk, sia dal punto di vista umano che professionale si dimostrò prodigo di insegnamenti. Pronto all’ascolto e al consiglio, sul piano musicale lo costrinse a una continua attenzione, lo portò a un notevole miglioramento sugli assoli, costringendolo, sul palco, ad assoli lunghissimi e consigliandogli, nello studio, di ripeterli più volte alla ricerca di soluzioni migliorative.
Insomma, Coltrane ha riconosciuto a Thelonious Monk il merito di avergli fornito il contesto giusto per sviluppare quella che sarà la sua concezione musicale futura.

Scrive Lewis Porter:

Le composizioni di Monk mettevano alla prova le conoscenze di Coltrane in fatto di progressioni armoniche, il suo accompagnamento asciutto e percussivo gli dava una nuova libertà, e le sue improvvisazioni strutturate su motivi rappresentavano modelli dai quali Coltrane poteva imparare.[3]
Concludo questo lungo excursus commemorativo di John Coltrane parlando di un CD che documenta impeccabilmente la collaborazione Monk-Coltrane del 1957. Si intitola semplicemente Thelonious Monk with John Coltrane, della Jazzland. E’ originale USA e la ristampa e del 1998. La qualità del suono è ottima e pulita. Contiene 6 brani:
-Ruby, my dear
-Trinkle, tinkle
-Off minor
-Nutty
-Epistrophy
-Functional (piano solo)
In tutti e sei Monk suona il piano. Coltrane il sassofono tenore e Wilbur Ware il contrabbasso nei primi 5. Inoltre, nei brani 1, 2 e 4 compare Shadow Wilson alla batteria e nei brani 3 e 5 Ray Copeland alla tromba, Gigi Gryce al sassofono contralto, Coleman Hawkins al sassofono tenore, Art Blackey alla batteria.

NOTE[1] Miles Davis, Autobiography, pag 248
[2] Lewis Porter, Blue Trane, la vita e la musica di John Coltrane, Minimum fax, pag. 175
[3] cit. pag.179


Bibliografia:
LeRoi Jones, Il popolo del Blues, Einaudi, 1980
Lewis Porter, Blue Trane, la vita e la musica di John Coltrane, Minimum Fax, 2006

Discografia:
Thelonious Monk with John Coltrane, Jazzland, rist. 1998
Thelonious Monk & John Coltrane at Carnegie Hall, Blue Note, rist. 2005

Fotografie:
Thelonious Monk, tratte dal sito del Thelonious Monk Institute

lunedì 16 luglio 2007

Commemorando John Coltrane


Cosa si può dire di ancora non detto a proposito di John Coltrane?
Non a torto può essere tranquillamente considerato un faro non solo della musica jazz ma di tutta la musica che ha percorso il secolo appena trascorso. La sua stella più fulgida ha brillato per appena 7 anni, almeno convenzionalmente, dal 1960 al 1967, anno della sua morte, e in questo breve periodo ha sfornato capolavori immortali, primo fra tutti il celebratissimo A love supreme del quale, recentemente, è stata pubblicata un’edizione deluxe contenente incisioni inedite della medesima sessione. Un acquisto imperdibile per ogni appassionato.
Vorrei dare a questo post un taglio inusuale e parlare di un Coltrane meno conosciuto, quello precedente all’esplosione, per intenderci, il sideman di anonimi leader di rhythm ‘n blues bands più o meno anonime sfiorato appena dall’esplosione del bebop, destinato a una tranquilla carriera di insegnamento in una qualche scuola di musica di Philadelphia e colpito in pieno da un fulmine scagliato da Miles Davis.
John Coltrane nacque ad Hamlet, North Carolina, nel 1926, nipote di predicatori metodisti, frequentatore della chiesa locale dove, come la stragrande maggioranza dei colleghi, ha imparato a suonare durante le funzioni eccetera eccetera. Nulla di nuovo sotto il sole. Da segnalare, forse, una tenera confidenza con una cugina, Mary Lyerly (da sposata, Alexander) che rimase per tutta la vita un punto di riferimento importante.
E’ interessante notare, come del resto fa la rivista Jazz It di novembre, che se fosse ancora vivo, Coltrane avrebbe appena compiuto 80 anni e chissà quanta altra vita musicale! Forse avrebbe realizzato il desiderio di incontrarsi col citarista indiano Ravi Shankar, di cui era un fervente ammiratore. Ma siamo nel campo dei “se”.
Biografi come Ashley Kahn e Lewis Porter, entrambi autori di importanti libri che lo riguardano, suppongono che un ruolo fondamentale nella costruzione della personalità di Coltrane lo ebbe il nonno paterno, forte personalità che gli inculcò un grande senso del dovere, curiosità, mania di perfezionismo, forza di volontà e gusto per la lettura, tutte caratteristiche peculiari di quello che sarà l’approccio alla vita di Coltrane uomo o musicista.
Si sa anche che, al di là della precoce ammirazione per Charlie Parker che lo portò ad imparare il sassofono contralto in suo onore, il primo vero idolo di Coltrane fu Johnny Hodges, l’altosassofonista dell’orchestra di Duke Ellington. Ne studiava i gesti, cercando di imitarlo allo specchio, ammirandone la postura statuaria e perfetta.
Ebbe in seguito occasione di suonare con Hodges in un ruolo molto appagante, seppur da comprimario. Un’esperienza rovinata dalla sua tossicodipendenza, comunque.
La sua formazione artistica, ad ogni modo, si costruì negli anni vissuti a Philadelphia, città ove si trasferì in seguito alla morte del padre e che segnò positivamente il suo impatto col mondo metropolitano.Personalmente, credo che questa fase della sua vita fu essenziale nel plasmarlo in quello che sarà negli anni del suo azimut creativo.In questa città, intanto, andò ad ingrossare il nutrito gruppo di turnisti anonimi che gravitavano intorno alle tante orchestre o combos che agivano in quel luogo producendo di tutto, dal swing all’hard ma soprattutto tanto rhythm ‘n blues.

Coltrane, con molti sidemen, sassofonisti come Jimmy Heat, Bill Barron, Jimmy Oliver, Jimmy Steward, Benny Golson o trombettisti come Johnny Coley o Calvin Massey, pianisti come Red Garland o batteristi come “Philly” Joe Jones, strinse un sodalizio amicale che resistette, seppur con alterne fortune, per tutta la sua breve vita.
Suonò R&B nell’orchestra di Heat ed in quella di Eddie “Cleanhead” Vinson, essenzialmente per avere un reddito. E suonò quella musica che il giornalista bianco Joe Goldberg descrisse come semplice musica popolare nera, in funzione abbastanza riduttiva.
In realtà quest’esperienza forgerà il genio per due motivi.
Primo, quella musica era pregna di blues. Coltrane vi si immerge completamente e quello sarà il limo fertile entro il quale svilupperà le direzioni future della sua musica.
“Se non si capisce il blues non si possono suonare quei pezzi. E non parlo di blues in dodici battute, mi riferisco alla rappresentazione di ciò che è il blues, tutto ciò che ha a che vedere con il fatto di crescere e di abitare in un quartiere di negri”.[1]
Secondo, l’esperienza R&B:
“Molte delle cose che venivano percepite come innovative quando Coltrane le faceva in un nuovo contesto, soffiare con forza nello strumento per ottenere suoni distorti, mordere l’ancia per produrre squittii striduli, suonare assolo molto lunghi e sepre più infuocati, fino all’orlo dell’isteria, derivano direttamente dalla tradizione dei sassofonisti R&B”[2]
Fu nell’organico di Vinson che Coltrane abbandonò il contralto per passare al tenore, attratto dalle più ampie possibilità timbriche.
Fu un periodo fecondo di studio e attività che vide la sua tecnica e la sua consapevolezza crescere esponenzialmente. Ma fu anche il periodo del suo fidanzamento subdolo con la droga che cominciò ad utilizzare per reggere lo stress dei frequenti spostamenti, per lenire il mal di denti che lo affliggeva a causa della sua golosità e per aumentare la sua capacità di concentrazione.
In realtà la droga provocò una crisi profonda che lo allontanò dagli obiettivi creativi che si era posto.

NOTE
[1] cit. Brandon Marsalis, musicista
[2] cit. Robert Palmer, giornalista

Discografia:
John Coltrane, A Love Supreme, Impulse, 1964
John Coltrane, Ascension, Impulse, 1965
Thelonious Monk, With John Coltrane, R, 1957

Bibliografia:
Ashley Kahn, A Love Supreme, storia del capolavoro di John Coltrane, Il Saggiatore, 2006
Lewis Porter, Blue Trane: la vita e la musica di John Coltrane, Minimum Fax, 2006

Fotografie:Tratte dal libro di Ashley Kahn. Autore non specificato.
1-Coltrane con Frank Tenot, Parigi, 1961
2-Coltrane col primogenito, Long Island, 1964
3-Coltrane con Jimmi Garrison, 1964
Pubblicato qui il 30 novembre 2006