martedì 25 ottobre 2011
Fumetti & Musica, una segnalazione
martedì 17 giugno 2008
Olè
Dopo la poesia estemporanea un disco inaspettato, un brano in particolare, il primo. Sto parlando di Olè, dalla Atlantic, datato 1961 ma rimasterizzato nel 2000.
Perché questo brano?
La sua storia è singolare, per quanto arcinota. Nacque dalla necessità di un adempimento contrattuale. Coltrane, già impegnato per conto della Impulse, dovette incidere in fretta e furia questo disco al quale riservò scarsa considerazione nonostante dalla critica fu considerato un capolavoro.
La formazione dei musicisti vede la particolarità del doppio contrabbasso, affidato a Reggie Workman e Art Davis, Elvin Jones, McCoy Tyner, Eric Dolphy con lo pseudonimo di George Lane, oltre, naturalmente, al boss, John Coltrane.
Ascolto Olè mentre leggo e sottolineo un saggio di Carlo Serra avente per argomento Ritmo e Ciclicità nella musica e mi accorgo che la struttura del brano di Coltrane ben si presta a considerazioni che emergono dalla lettura del saggio. In particolar modo, noto due direzioni principali lungo le quali si sviluppa la composizione coltraniana: la direzione etnica e quella dello sperimentalismo melodico-armonico.
Dal punto di vista ritmico, su un groove pianistico e batteristico insistenti e monotoni si sviluppa la dinamica offerta dalla combinazione contrabbassistica, regalando un tappeto armonico swingante e nel contempo rigidamente atto a contenere le soluzioni modali a cui si affidano i fiati.
Dicevo della direzione etnica. Coltrane fa perno sul suo interesse per le musiche popolari spagnole e utilizza un motivo conduttore derivato dalla Cancion del Quinto Regimiento (Venga Jaleo). Qualcuno ha voluto vederci un’adesione politica che JC non ha mai avuto, almeno in maniera esplicita. Per quanto riguarda l’aspetto sperimentale, Coltrane approfondisce l’approccio modale, che governa fin dai tempi di Kind of Blue, in modo più coerente con le strutture armoniche mediorientali o mediterranee, quest’ultime nell’aspetto legato al senso di trance che la musica suscita nell’ascoltatore[1]
Olè comincia col sassofono soprano che detta il tema e “chiama” il flauto che sviluppa la sua melodia sui due accordi due segnati dal pianoforte. L’assolo della tromba richiama melodie arabeggianti e prepara il ritorno al tema di partenza, ancora dettato dal pianoforte, in funzione introduttiva al dialogo dei due contrabbassi. L’epilogo, ovviamente, è affidato al sassofono soprano e all’improvvisazione bollente di Coltrane che si spegne nel finale su un’estrema sensazione di pacificazione cosmica.
Nella sua struttura, Olè richiama My Favorite Thing ma qui è più matura la coscienza di JC per quanto riguarda il lavoro di ricerca sulla modalità.
[1] E’ una considerazione personale. L’aspetto della trance, in musica, è diffuso in vari luoghi del mondo e non è assolutamente detto che Coltrane abbia inteso prendere in considerazione le musiche mediterranee di origine orfica, come quelle legate al tarantismo, per esempio.
Ascolti
John Coltrane, Olè, Atlantic 1961
Letture
Lewis Porter, Blue Trane, Minimum Fax
martedì 27 maggio 2008
Pongo
Poi si entra nel merito della musica che si suona.
Ho sempre pensato che il jazz è il privilegio di essere bambino, anche a quarant’anni, e questo privilegio non me lo faccio togliere da nessuno. Ecco che, allora, il rischio diventa quello di “crescere”, di abbandonare questa innocenza bambina e credere di essere un intellettuale, o un furbo. La mia preoccupazione, dunque, e solo quella di assemblare quello che le mie mani, in quel momento, possono arraffare, che è radicalmente diverso da quello che le mani di Jelly Roll Morton o di Chet Baker avevano a disposizione. Io, dall’Umbria del 2008 e con la mia storia che ha incontrato la musica classica, quella colta contemporanea, il Brasile, la canzone d’autore. Tutto questo è quello che ho per le mani per giocare col mio pongo.
Il jazz non sopporta corruzione.
[Vincenzo Martorella, Jazz It]
Gabriele Mirabassi, Canto d’ebano, Egea 2008
lunedì 21 aprile 2008
Ascolto filologico
Franco Bolelli, Musica Creativa, GammaLibri
Ekkehard Jost, Free Jazz, Epos
Eric Dolphy, Out To Lunch! Blue Note
John Coltrane, Interstellar Space, Impulse
Anthony Braxton-Max Roach, Birth & Rebirth, Black Saint
2- Albert Ayler
3-Albert e Donald Ayler
mercoledì 30 gennaio 2008
Il clarinetto
Il secondo motivo è che, essendo l’ancia più distante dal’orlo del bocchino, è richiesta una minor “destrezza” di emissione del fiato e risulta assai ridotto il rischio di cacofonia (i famigerati e imprevisti fischi).
Risultato: il sassofono è molto più facile da suonare del clarinetto, o, se vogliamo vedere la cosa da un’altra angolazione, a parità di destrezza tecnica, il sassofono consente maggior velocità di esecuzione.
Scrivo queste note mentre ascolto Gabriele Mirabassi alla radio.
Certo, il clarinetto jazz può vantare i suoi bravissimi esecutori ma è innegabile che il suo fascino e la sua storia non siano per nulla paragonabili a quelle dei sassofoni. Potremmo fermarci alla Swing Era, Benny Goodman, Woody Herman, forse, dopo essere partiti da Sidney Bechet.Ma la storia dice che Bechet, mentre passeggiava per Londra, vide esposto in una vetrina un sassofono soprano, lo provò e se ne innamorò (come ho modestamente rischiato di fare io) diventando, in seguito, uno dei più apprezzati solisti, un vero capostipite dello strumento in questione.
Dopo Goodman e Herman dovremmo effettuare un doppio salto mortale fino a Eric Dolphy per resuscitare il povero clarinetto, in versioni spesso alternative a quello più classico in SIb.
Che sia stato il bebop a costringere alla resa il nobile fiato? La sua necessità di tempi veloci, la revisione melodica degli anni quaranta? Né poteva essergli d’aiuto la forza politica, il timbro urbano della New Thing, la rabbia della coscienza. Il clarinetto è legno laddove il sassofono è metallo con tutte le implicazioni timbriche del caso. E poi quella degli anni sessanta era musica che nasceva nelle budella negre delle metropoli, poco incline ai vezzi morbidi e pastosi di un clarinetto, anche se quel genio di Eric Dolphy ha saputo fare coscienza civile di quella morbida pastosità, di quel timbro suadente, sapendone ricavare suoni di rabbia.
Il clarinetto viene dalle bande (e questa delle bande è una mia fissazione), è parte della nostra tradizione. Il jazz italiano è in preda a una furiosa ondata neobop con pochi musicisti capaci di andare oltre questo solido schematismo, verso una musica più legata alla propria identità. Mirabassi è uno dei pochi e il clarinetto potrebbe essere protagonista di un nuovo jazz italiano. Chi vivrà vedrà.
Woody Herman, Early autumn, Bluebird 1976
Benny Goodman, Togheter again, Rca 1963
Sidney Bechet, On the road, Pablo 1979
Eric Dolphy, Out to lunch, Blue Note 1964
Gabriele Mirabassi, Cambaluc, Egea 1999
1-clarinetto (particolare)
2-Banda civica di Caltanissetta, foto Rodolfo Marotta 1993
3-Gabriele Mirabassi, foto Giorgio Ricci 2007
giovedì 30 agosto 2007
The Old New Thing
Parlo di un libro.
Dopo New Thing, il libro di Wu Ming1, scrittore da un componente il collettivo Wu Ming, appunto (www.wumingfoundation.com), ecco The Old New Thing, secondo libro dello stesso.
Se il primo era un romanzo ambientato negli anni infuocati della rivolta dei neri e della loro musica free, il secondo riprende la tematica a partire dall’archivio della casa discografica ESP, vera pietra miliare della Free Music
E così ne vien fuori un cofanetto contenente due CD con una compilation di alcuni fra i più importanti musicisti dell’epoca e un volumetto rapido che in novantadue pagine riesce ad inserire una prefazione di Pino Saulo (Radio 3 Rai), un intervento di Wu Ming , articolato in nove punti, in italiano e in inglese, e una raccolta di immagini di alcuni tra i più importanti protagonisti di quell’epoca irripetibile, spesso criticata, forse non pienamente capita, ma capace di diffondere semi i cui frutti sono ancora oggi più vivi che mai.
Così, questo saggio in forma di volumetto di Wu Ming1 affronta, nelle venti pagine che si prende a disposizione, temi importanti come la difficoltà di definire il jazz, l’attualità del free jazz e la sua peculiarità di avanzare oltre l’avanguardia mantenendo il vincolo con la tradizione, in questo differenziandosi dalle spinte avanguardistiche dei bianchi, per esempio, più distruttive della tradizione, in qualche modo. Così il Free Jazz sembrerebbe addirittura meno radicale di quanto immaginassimo.
Non è tralasciato un accenno al forte legame che esisteva tra il Free Jazz e i movimenti di liberazione del popolo nero e lo spostamento in un’Europa ricettiva non appena la repressione poliziesca annientò la resistenza negli slums.
L’autore passa poi ad illustrare la compilation e il modo in cui si è arrivati a questo lavoro grazie a un contatto avviato proprio dalla casa discografica.
I CD contengono un elenco di nomi importanti della scena musicale americana a cavallo tra gli anni sessanta e gli anni settanta, qualcuno noto, altri meno noti e qualche “desaparecido”
Quando un commando di killer della polizia uccide nel suo letto Fred Hampton, leader delle Black Panthers di Chicago, sul pavimento della stanza c’era una pila di dischi, copertine lorde di sangue e materia cerebrale. In una foto si distingue Out To Lunch, di Eric Dolphy. Immagine-simbolo, più eloquente di cento trattati in stile Free Jazz/Black Power di Carles e Comolli. Musica e politica, jam sessions e Black Power, movimenti e jazzisti erano parte di una sola espressione collettiva. Tonalità emotiva della musica, titoli di dischi e composizioni, dichiarazioni di artisti, serate benefit per la causa nera, il jazz preso ad esempio di cultura nera antagonista nei discorsi e negli scritti dei grandi leader, da Malcom X a Stokely Carmichael… Tutto ci parla di quella simbiosi, di quell’essere una cosa sola.
La new thing pagò caro quel legame. L’assassinio di Malcom X e Marthin Luther King, la selvaggia repressione anti-Pantere, i ghetti investiti da valanghe di “eroina di stato”…
Difficilmente un movimento culturale può prosperare o anche solo sopravvivere se vengono repressi (addirittura annichiliti) i fermenti sociali che lo hanno generato. In Cile, dopo il ’73, scompare la scena folk e cantautoriale, per ovvi motivi: i musicisti stanno tutti nelle fosse comuni (Victor Jara) o in esilio (Inti Illimani, Quilapayùn).
Un esilio, una diaspora, si verifica anche nel jazz d’avanguardia. Diversi artisti spostano la loro attività in Europa, dove i fermenti ci sono ancora. Non solo per questo motivo, ma anche per la crescita di scene autoctone, non derivative, da lì in avanti il jazz, certo jazz, diventa affare più europeo che americano. [1]
CD 1
Shoot a nigger and Watch him run
Marzette Watts, Backdrop for urban revolution (edit)
Albert Ayler, Spirits (edit)
Sun Ra, Exotic Forest, (edit)
Milford Graves, Nothing 11 10 (edit)
Sunny Murray, Giblet (edit)
Various, Ain’t gonna let nobody
Sun Ra, Outer Spaceways inc.
Charles Tyler Ensemble, Black Misticism
The Giuseppi Logan Quartet, Tabla suite
By and by
CD 2
Fred Hampton, A revolutionary
Sonny Simmons, Dolphy’s Days (edit)
Giuseppi Logan, Shebar (edit)
Albert Ayler, Ghosts
Ornette Coleman, The Ark (edit)
Milford Graves, Nothing 19 (edit)
Sun Ra, The Cosmos
Free Music Quintet, Free Music Quintet no.1 (edit)
Giuseppi Logan Quartet, Bleecker Partita (edit)
By and by
NOTE
[1] cft. Wu Ming 1, The Old New Thing, Abraxas/ESP, pag 16-17
Bibliografia:
Wu Ming 1, The Old New Thing, Abraxas/ESP 2007
Ekkehard Jost, Free Jazz, L’Epos 2006
Fotografia:
1 copertina del libro
2 Albert Ayler
3 Giuseppi Logan
mercoledì 25 luglio 2007
Il Post Free, la chiave per capire l'oggi? (parte 1)
Nessuno meglio di lui può incarnare l’idea del traghettatore, colui che conduce il jazz americano verso il collasso sui nuovi fermenti , provenienti in maggior misura dal Vecchio Continente.
Sono due, le caratteristiche principali che determinano la sintassi post Free, che qualcuno chiamerà, in seguito Free Bop, una definizione abbastanza calzante.
La prima è il background formativo di Braxton, nutritosi a dosi massicce di Paul Desmond e Ornette Coleman, saltando a piè basso la tradizione, dal bebop in poi.
Braxton, quindi, è partito dal jazz bianco di Brubeck e dal leggero soffio di Desmond, ha studiato la New Thing, Stockhausen e Schoenberg, saltando lo steccato che separava la pratica afroamericana da quella euro colta. Non è stato il primo, su questa strada ma, sicuramente, il più consapevole.La seconda caratteristica è la capacità di coniugare partiture scritte e improvvisazione in maniera dinamica e mai scontata.
Nella sua sintesi musicale manca quasi del tutto il riferimento al blues e questo è un importante punto di rottura con la sua tradizione di provenienza[1].Braxton è molto lontano dall’immagine del negro dall’atteggiamento esistenziale oscillante tra una forte spinta vitale e un pessimismo esistenziale prossimo all’autodistruzione, tipico di tanti boppers, per esempio, è un intellettuale, studi di matematica e filosofia, appassionato di scacchi.
La sua prima opera, Three Compositions of New Jazz, per l’etichetta Delmark, già dal titolo lascia intuire la frattura. Siamo verso la fine dei Sessanta e accennare alla composizione in un epoca in cui le urla del free continuavano ad echeggiare, poteva sembrare eresia pura. Inoltre, spicca la definizione di New Jazz, una presa di distanza dall’allora recente movimento Free,In realtà, la musica del disco era tutt’altro che pura partitura e l’improvvisazione era pratica preponderante. L’’atmosfera del disco, aperta, è condotta non sui binari dell’aggressività iconoclasta ma su quelli della ricerca, della sperimentazione sonora.
Polistrumentista, e questa non è una novità, ma per via di questa importante caratteristica è stato spesso accostato a Eric Dolphy, musicista che il nostro stima moltissimo [2].
Fin dal suo primo approdo a Parigi, nel 1969, Braxton si distinguerà per le sue molteplici collaborazioni con i musicisti creativi europei. In Europa troverà situazioni di autogestione simili a quella della AACM che aveva lasciato e troverà importanti riferimenti in musicisti come Willem Breuker, Gunther Hampel e, soprattutto, il chitarrista Derek Bailey, particolarmente ammirato per il suo forte radicalismo e coerenza musicale.
Dietro le quinte di queste vicende c’è la rottura degli argini che separavano il jazz dal resto del mondo,alla quale aveva contribuito in maniera decisiva il movimento Free il cui testimone, Braxton ha saputo portare alla meta. Insieme a una moltitudine di compagni di viaggio.
[1] Si cimenterà, in seguito, con successo con la tradizione musicale afroamericana, nel disco In The Tradition. Con questa brillante prova Braxton metterà a tacere i suoi detrattori, quelli che fin li avevano sostenuto che egli non sapesse suonare sui giri armonici, e riuscirà nel contempo ad esprimersi in quel linguaggio bebop (cft. Il Jazz degli anni ’70, Luca Cerchiari, pag 22).
[2] Il rapporto con Eric Dolphy che all’inizio degli anni ’60 aveva compiutamente messo a punto uno stile le cui note distintive erano il polistrumentismo e la tendenza a prodursi in assoli senza alcun accompagnamento oltre ad un atteggiamento musicale libero e aperto a ogni sperimentazione. Inoltre ha derivato da Dolphy anche l’arte del grido, del discontinuo e del grottesco (cft. Il Jazz degli anni ’70, Luca Cerchiari, pag 22).
Vari, Il Jazz degli anni ’70, GammaLibri, 1980
1968 Three Compositions of New Jazz
1968 For Alto
1969 Anthony Braxton [Affinity]
1969 The 8th of July 1969 w/ Gunter Hampel [Birth Records]
1971 Récital Paris 1971 [live] [Futura]
1971 Together Alone Delmark
1971 Circle: Paris Concert [live]
1972 Saxophone Improvisations, Series F (America)
1972 Town Hall (1972) [live] (with Jeanne Lee)
1974 In the Tradition, Vol. 1
1974 In the Tradition, Vol. 2
1974 Quartet Live at Moers New Jazz Festival
1974 Duo, Vols. 1 and 2
1974 First Duo Concert [live]
1974 Trio and Duet Sackville
1974 New York, Fall 1974
1974 Live at Wigmore
1975 Five Pieces (1975)
1975 Anthony Braxton Live
1975 The Montreux/Berlin Concerts [live]
1975 Live
1976 Creative Orchestra Music (1976)
1976 Elements of Surprise: Braxton/Lewis Duo
1976 Duets (1976)
1976 Donaueschingen (Duo) 1976
1976 Quartet (Dortmund) 1976 [live]
1976 Solo: Live at Moers Festival
1977 Four Compositions (1973)
1978 Creative Orchestra (Koln) 1978
1978 For Four Orchestras
1978 Alto Saxophone Improvisations (1979)
1978 Birth and Rebirth (with Max Roach)
1978 NW5-9M4: For Trio
1979 Performance (9-1-1979) [live]
1979 With Robert Schumann String Quartet
1979 Seven Compositions (1978)
1980 For Two Pianos
1980 The Coventry Concert [live]
1981 Composition No. 96
1981 Six Compositions: Quartet
1982 Open Aspects (Duo) 1982
1982 Four Compositions (Solo, Duo & Trio)
1982 Six Duets (1982)
1983 Four Compositions (Quartet) 1983
1983 Composition No. 113
1984 Prag (Quartet-1984) [live]
1985 Seven Standards (1985), Vol. 2
1985 London (Quartet-1985) [live]
1985 Seven Standards (1985), Vol. 1
1985 Quartet (London) 1985 [live]
1985 Six Compositoins (Quartet) 1984
1985 Szabraxtondos (Duo with György Szabados) 1985 Hungary
1986 Five Compositions (Quartet), 1986
1986 Moment Précieux [live]
1987 Six Monk's Compositions (1987)
1987 ... If My Memory Serves Me Right
1988 19 (Solo) Compositions (1988)
1988 Victoriaville 1988 [live]
1988 2 Compositions (Järvenpää) 1988, Ensemble
1988 Kol Nidre
1988 The Aggregate
1988 London Solo (1988)
1989 Eugene (1989)
1989 7 Compositions (Trio) 1989
1989 Vancouver Duets (1989)
1989 2 Compositions (Ensemble) 1989/1991
1989 Eight (+3) Tristano Compositions, 1989
1991 8 Duets: Hamburg 1991
1991 Duo (Amsterdam) 1991 [live]
1991 Composition No. 107 (Excerpt, 1982)/In CDCM
1991 Composition No. 98
1992 Wesleyan (12 Altosolos) 1992
1992 Willisau (Quartet) 1991[Pt. 2] [live]
1992 Composition No. 165 (For 18 Instruments)
1992 (Victoriaville) 1992 [live]
1993 Duets (1993)
1993 9 Standards (Quartet) 1993 [live]
1993 Trio (London) 1993 [live] (Leo)
1993 12 Compositions: Oakland, July 1993
1993 Quartet (Santa Cruz) 1993 [live]
1993 Charlie Parker Project 1993
1993 Duo (Leipzig) 1993
1993 Duo (London) 1993
1994 Composition No. 174: For Ten Percussionists
1994 Small Ensemble Music (Wesleyan) 1994 [live]
1994 Duo (Wesleyan) 1994
1994 Knitting Factory (Piano/Quartet) 1994, Vol. 2 [live]
1995 11 Compositions
1995 10 Compositions (Duet) 1995
1995 Performance Quartet
1995 Octet (New York) 1995
1995 Solo Piano (Standards) 1995
1995 Two Lines Lovely Music
1995 Knitting Factory (Piano/Quartet) 1994, Vol. 1 [live]
1995 4 Compositions (Quartet) 1995
1995 Seven Standards 1995
1996 Composition No. 192
1996 Composition No. 193 [live]
1996 Tentet (New York) 1996 [live]
1996 Live at Merkin Hall
1996 14 Compositions (Traditional) 1996
1996 Composition No. 102: For Orchestra & Puppet Theatre
1996 Sextet (Istanbul) 1996
1996 Composition No. 173
1997 Silence/Time Zones
1997 Amsterdam 1991 [live]
1997 4 Compositions (Quartet) 1995
1998 Compositions No. 10 & No. 16 (+101)
1999 Duets (1987)
1999 4 Compositions (Washington D.C.) 1998
1999 Trillium R [4-CD boxset opera]
2000 Composition No. 94:
2000 Quintet (Basel) 1977 [live]
2000 10 Compositions (Quartet) 2000
2000 9 Compositions (Hill) 2000
2001 Compositions/Improvisations 2000
2001 Composition No. 247
2001 Composition No. 169 + (186 + 206 + 214)
2001 Four Compositions (GTM) 2000
2001 8 Compositions (Quintet) 2001
2002 This Time
2002 Duets [Wesleyan] 2002
2002 8 Standards (Wesleyan 2001) [live]
2002 Solo (Koln) 1978
2002 Ninetet (Yoshi's) 1997, Vol. 1
2003 Four Compositions (GTM) 2000
2003 Two Compositions (Trio) 1998 [live]
2003 Solo (Milano) 1979, Vol. 1 [live]
2003 Anthony Braxton [2003]
2003 Ninetet (Yoshi's) 1997, Vol. 2 [live]
2003 Solo (NYC) 2002 [live]
2003 23 Standards (Quartet) 2003
2003 20 Standards (Quartet) 2003
2004 Shadow Company (2004)
2004 4 Improvisations (Duets) 2004
2005 Quintet (London) 2004 Live at the Royal Festival Hall
2006 Compositions 175 & 126 (for Four Vocalists And Constructed Environment) [with The Creative Jazz Orchestra]
2006 Sextet (Victoriaville) 2005
domenica 17 giugno 2007
Ornette Coleman, storia di un furto a Malpensa
Non mi piace la parola jazz: l’hanno inventata i bianchi, implica segregazioneQuel musicista era Ornette Coleman. Lui e il suo sassofono sono parte fondante della storia del jazz: la New Thing.
Il disco durava 36 minuti complessivi ed era diviso in due parti: Free Jazz I e Free Jazz II.
Cito Gaetano Liguori:
Inoltre il Free Jazz fa proprio il principio che nelle diverse culture musicali esistano dei suoni che l’orecchio europeo, abituato alla sua musica, non riesce più a percepire come musicali. L’afro-americano elabora una libera estetica musicale secondo la quale il jazz può impiegare tutto quanto è percepibile dall’orecchio umano.
Il passaggio dallo stile modale a quello FREE, e' stato rappresentato dall'approfondimento radicale degli elementi modali introdotto nel jazz che portera' alcuni solisti a raggiungere dimensioni sempre più libere e fuori dalle regole strutturali e armoniche fin qui adottate. Oltre a Ornette Coleman, il pianista Cecil Taylor e numerosi altri personaggi quali John Coltrane, Albert Ayler , introdussero un netto cambiamento nella struttura dei pezzi e soprattutto nel modo di sentire la musica.

