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domenica 1 maggio 2016

Le parole dell'improvvisazione



L'atteggiamento del jazzista non è quello di un problem-solver dotato di un formidabile meccanismo di computazione, una sorta di calcolatore interno che gli consente, per ogni coppia di opzioni possibili, di determinare la scelta ottimale. Il jazzista che improvvisa ha piuttosto un atteggiamento retrospettivo (cfr. Gioia 1988, 61). Egli non può dis-suonare nè cancellare quello che ha suonato (può tutt'al più rallentare il tempo). Non è come il vasaio che valuta il risultato della sua azione e se questo non lo soddisfa lo scarta e ricomincia.








E tuttavia il jazzista non procede ciecamente, come se non avesse indicatori a disposizione per sapere dove vuole o deve muoversi: può infatti guardare indietro a quello che ha suonato, e reagirvi, risituandolo, reinterpretandolo e dandogli una forma nelle frasi successive, come quando, parlando, ci si ascolta mentre si dice una parola o un segmento di frase, ci si altera o vi si aggiunge qualcos'altro o si ridirige il senso di quanto iniziato a dispiegarsi. Sotto questo profilo il jazzista suona su quello che ha appena suonato: lo connota, lo varia, lo sviluppa.

[Davide Sparti, Suoni Inauditi, Il Mulino-Intersezioni, 2005 pag.163]


Reagire

Risituare


Reinterpretare


Dare nuova forma


Ascoltarsi


Alterarsi


Ridirigere


Dispiegare


Connotare

                                                                                                  Variare
                                                                                                  Sviluppare

martedì 24 novembre 2015

Tim Berne improvvisa a Novara



'L'improvvisazione è una sorta di masturbazione in pubblico'
(Pierre Boulez)

Questo brano è totalmente improvvisato e pur trattandosi di due mostri sacri della scena musicale non possiamo non notare una certa scolasticità dell'esibizione, difetto ormai ampiamente diffuso in ogni latitudine fino al punto da far sorgere il sospetto che la pratica improvvisativa, almeno per quanto riguarda i territori occidentali, sia arrivata ormai prossima alla frutta.
Per troppi musicisti, purtroppo, improvvisare vuol dire riproporre il medesimo brano un numero infinito di volte.
Questa performance di Berne, nella fattispecie, possiamo dividerla in due parti distine dalla durata di circa due minuti caduna:
La prima parte possiamo dunque definirla :
  • ciclica, in quanto alternzanza di gruppi di note sul registro medio a impennate sul registro acuto a sequenza appunto ciclica. 
Timbro e ciclicità rimandano necessariamente  all'aspetto
  • tradizionale poichè ricalca gli stilemi tipici del call and response dove la chiamata è rappresentata dal registro medio basso e la risposta dal registro acuto.


Mentre la seconda parte acquista un andamento di tipo monodico, basato su una cellula del tipo Sol La Fa# Sol Mi, nell'ambito di una scala di Re+, sottolineata da un timbro abbastanza lontano dalle caratteristiche dell'originaria tradizione afroamericana.
Sostiene Eileen Southern :
Non solo molti jazzisti ma anche vari storici interpretavano l'atonalità del free jazz come un richiamo alla musica non tonale del XIX secolo, cioè al mondo dei field hollers, delle grida di strada e dei jubilees e non come un esplicito tentativo di realizzare un sistema atonale formale nel senso europeo [1].
Nel caso di Berne entrambe le interpretazioni trovano realizzazione in questi quattro minuti improvvisati, sostenuti dal notevole contrabbasso di Bruno Chevillon.

Tuttavia è proprio lo schematismo dell'approccio che rimanda il nostro a quel fastidioso aspetto scolastico e un po' scontato.

Concludendo, se il musicista che improvvisa non è più capace di sorprendere, a cosa può mai servire la sua musica?


[1]Eileen Southern, La musica dei neri americani. Dai canti degli schiavi ai Public Enemy, Il Saggiatore