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domenica 24 aprile 2016

Il suono del nord. Considerazioni leggendo il libro di Luca Vitali



Leggendo il libro 'Il suono del nord', dedicato al fenomeno della musica norvegese (a tutti noi viene immediatamente in mente  Ian Garbarek ma non è il solo!) mi vene spontaneo fare qualche paragone tra Norvegia e Italia, un po' sulla falsariga di quello che avviene nella trasmissione televisiva L'erba del vicino, condotta dall'antipatico Severgnini.

Come spiegare dunque il fenomeno musicale norvegese?

E' molto interessante analizzare il percorso tipico del musicista tipico, dalla formazione alla professione.

Il musicista italiano 

accede presto al Conservatorio (di nome e di fatto). In questo freezer sarà costretto a confrontarsi con una didattica paleolitica che lo convincerà della necessità di omologare il suo timbro al concetto di 'suono bello' (quante volte ho sentito quest'odioso termine), dell'importanza filologica della scrittura musicale alla quale imparerà presto ad attenersi scrupolosamente. Sarà certamente informato sulla superiorità della musica eurocolta sul restante magmatico mondo musicale 'altro', compresa la propria più profonda tradizione.

Finito il Conservatorio, il musicista italiano verrà lasciato al suo destino di clientele, lavoro nero o sottopagato (tranne pochissime eccezioni).
E' ovvio che nessun animale selvatico, se cresciuto in cattività, può affrontare la foresta in sicurezza, nonostante l'istinto, e così il nostro comincia a barcamenarsi tra subordinata influenza americana, riferimenti a qualche icona rock o popolare, magari qualche musica da film.

Il musicista norvegese 

ha, viceversa, dapprima goduto della quasi assenza di istituzioni paragonabili ai nostri conservatori e solo in seguito questi ultimi si sono diffusi ma con programmi e didattiche sicuramente a passo con le necessità creative più moderne, meno ingessati e ammuffiti nella naftalina.
Da quanto si può dedurre leggendo il libro di Vitali le istituzioni didattiche norvegesi non rinunciano a stimolare le differenze stilistiche e creative degli studenti e sanno guardare a un patrimonio musicale più ampio di quello limitato alla musica eurocolta e comprensivo della propria grande tradizione.
Il musicista formato, poi, può godere di un vero e proprio sistema musicale che vede da un lato la presenza di numerose occasioni di esibizione interagenti con efficace sinergia territoriale e culturale e dall'altro un'industria musicale attenta, competente e innovativa, anch'essa sinergica col sistema dei festival, dei teatri e dei clubs, Un nome su tutti: ECM.

Fa specie il sapiente utilizzo della tradizione folklorica sia norvegese che globale (world music) con particolare attenzione al bacino del Mediterraneo, cosa che invece i nostri musicisti, troppo presi da rifacimenti pop e commerciali, si guardano bene dal fare.


In questo senso non finirò mai di elogiare i tentativi non sempre riusciti, per la verità, ma sempre encomiabili di molti musicisti pugliesi che invece hanno imparato a sondare le acque del canale d'Otranto da un po' di tempo a questa parte, a guardare dall'altra parte, a incontrare persone, musiche e linfa succosa.

Suggerimenti:

un ottimo musicista: 
Admir Shkurtaj

il più interessante lavoro recente: 
Bestiario marino, Francesco Massaro group, Desuonatori

Qualche gruppo che varrebbe la pena ascoltare: 
Opa Cupa, Maria Mazzotta-Redi Hasa, Banda Adriatica

Il vate: 
Gianni Lenoci

Uno da (ri)ascoltare assolutamente:
Jon Balke

Il suono del nord. La Norvegia protagonista della scena jazz europea, Luca Vitali, Auditorium



PS Sono arrivato solo a metà libro, nella lettura...

venerdì 26 agosto 2011

Approssimandosi la Notte della Taranta

La musica andina che noia mortale
son più di tre anni che si ripete sempre uguale
[L. Dalla]

Anche quest'anno si avvicina l'evento clou dell'estate salentina, il concertone finale della Notte della Taranta.
Da tempo mi ero ripromesso di tenermi lontano da questa kermesse diventata ormai un lontano ricordo della dinamica manifestazione musicale che contribuì alla rinascita della tradizione salentina in chiave modernista.. Ma, ahimè, quando si frequenta il Salento per vacanza è molto difficile tenersi alla larga da tutto cià che concerne il fenomeno neotarantista che permea in ogni ganglio vitale la vita di queste contrade. E così, mio malgrado, ho avuto l'occasione di assistere a una tappa di avvicinamento al concertone, una tappa importante, per la verità, quella di Lecce, città che per la prima volta si è spogliata dalla sua aura snob e ha accettato di entrare a pieno titolo nel club della Taranta.
Così, in una piazza gremita oltre ogni limite, ho avuto l'occasione di ascoltare i Nidi D'Arac con la loro elettro taranta, l'Ensemble della Notte della Taranta con Alessia Tondo e Raiz poi, francamente, mi sono distratto e non ho avuto la forza di ascoltare i Radio Dervish. Pazienza.
La cosa incredibile è che a fronte di una stantìa ripetizione di stili, musiche e atteggiamenti, continui a corrispondere un immutato successo di partecipazione popolare nel quale non è difficile individuare una forte componente identitaria e un contestuale processo di omologazione al mercato e sacrificio al dio del turismo di massa. Il "prodotto Salento"  esercita ancora notevole attrattiva.



La domanda è: quanto giova questa situazione al movimento musicale salentino che pure è ricco di energie?
Dal mio punto di vista è difficile dare una risposta ma mi vengono spontanee alcune considerazioni.
Di positivo c'è da dire che il movimento musicale salentino noto come "neotarantismo" ha stimolato molti giovani a intraprendere la strada della musica e molti musicisti già attivi a interrogarsi sul senso della loro musica con maggior coscienza. Il tutto ha dato origine a un vero e proprio movimento di massa che ha pochi eguali in Italia.
Di contro c'è da dire che dopo oltre un ventennio, di rinascita della musica popolare l'impulso positivo sembra ormai scemato.
Le esecuzioni si avvitano su schemi ormai immutabili e la ricerca creativa che pure avrebbe immenso materiale su cui lavorare a partire dalla ricchezza melodica garantita da un materiale sonoro basato su un patrimonio molto interessante dal punto di vista creativo, non ha fatto alcun passo in avanti apprezzabile.
Poco è stato fatto per selezionare le professionalità creative e troppo spazio è stato concesso a troppi parvenue dell'ultima ora.
Questo monotematico andazzo ha castrato ogni tentativo di crescita nella diversificazione degli stili da parte dei giovani musicisti salentini che, tranne poche eccezioni, peraltro notevoli per qualità, vedere Casarano, Bardoscia &C, sono rimasti irrimediabilmente intrappolati nelle maglie di questa specie di pensiero unico che, come tutti i pensieri unici, risulta necessariamente limitativo del libero pensiero.



Gli interventi sul materiale sonoro popolare salentino sono andati fondamentalmente in due direzioni: si è puntato sugli arrangiamenti, qualche innovazione timbrica o ritmica, sul vestito, insomma, anche se sotto il vestito il corpo è rimasto sempre lo stesso. Questo quasi sempre è avvenuto proprio nel concertone finale. L'altra direzione mi sembra la più importante ed è quella che punta sulla direzione balcanica, sul tentativo di allargare l'esplorazione etnica alla ricerca di incontri fruttuosi nell'area mediterranea o balcanica. Reputo interessante il lavoro di Cesare Dell'Anna con gli Opa Cupa e ricordo ancora un ottimo concerto di qualche anno fa con la Banda Adriatica di Claudio Prima e la Kocani Orkestar.



foto
in alto Cesare Dell'Anna e Irene Lungo (Opa Cupa)
in basso Kocani Orkestar


video
Tarantismo. regia di Gian Franco Mingozzi, musiche originali registrate da Diego Carpitella, commento di Salvatore Quasimodo

giovedì 15 maggio 2008

Hotel Albania


Poi mi capita di ascoltare questo disco, comprato per caso alla Fiera del Libro di Torino, stand de Il Manifesto.
E vedo un po’ di luce.
Intanto, laddove, nel precedente ascolto (Paolo Damiani) c’era il chiudersi su un territorio amico, quasi a difesa, in questo di Paolo Fresu, Antonello Salis e la Kocani Orkestar c’è una volontà di aprirsi e attraversare il mare.
Una musica, questa, che va in cerca di cose nuove, getta ponti per unire e allargare l’orizzonte del proprio ombelico. Che in questo caso è la Sardegna, Mediterraneo, come per Damiani, dunque.
E la musica della Kocani è modale, come tutta la musica del bacino mediterraneo, caro Miles Davis, cosa credi che l’hai inventata tu? La fanfara balcanica attrae in quanto gruppo aperto ad alto valore infettivo. Ascoltandola mi viene in mente Cesare Dell’Anna con Opa Cupa.
E se queste sono le coordinate estetiche, approccio modale e solido legame con la tradizione bandistica, è ovvio che Fresu vada in brodo di giuggiole.
In questo spazio cartesiano, avvalendosi del fattore imprevedibile di Antonello Salis, musicista considerato atipico in quanto non di provenienza accademica ma molto tipico in quanto a forza creativa, Fresu e l’Orkestar tracciano punti di sutura tra le differenti (ma sarà poi vero? ) tradizioni del continente.
Il tempo che percorre le performance è un quattro quarti costante sul quale emerge il perfetto interplay tra i musicisti, talvolta sconvolto dalle incursioni anarchiche di Salis.
Siamo usciti dall’auditorium ed eccoci in mezzo alla strada. Abbiamo recuperato la giusta dimensione dell’aria aperta.