domenica 25 gennaio 2015
Strana contraddizione
domenica 3 agosto 2014
Uno sguardo al passato con gli occhi del presente.
lunedì 11 febbraio 2008
Musica Creativa #2
Continuo il discorso sul libro di Bolelli dedicato alla Musica Creativa degli anni settanta perché sembra individuarsi in quegli anni il germe di una musica nuova alla quale l’etichetta “jazz” sta stretta e alla creazione della quale contribuiranno forze da ogni parte del mondo, Europa in particolare. Non che in precedenza non vi siano stati importanti contributi extra-americani al jazz, ma in questi anni a cui si riferisce la vicenda narrata da Bolelli il rapporto tra musica afroamericana e impulsi extra americani diventa più organico e intimo.
Il momento storico risulta, quindi, strategico per l’evoluzione del jazz e quella che sostengo essere la sua implosione su scala mondiale.
Di Franco Bolelli non mi sento di condividere, se non parzialmente, la sua analisi sul ruolo sociale e storico della musica degli anni settanta. Un’evoluzione in senso colto vi è stata, rispetto al Free, una coscienza e consapevolezza riflessiva era sopravvenuta, rispetto agli anni sessanta, con un nuovo modo di porsi, da parte degli afroamericani, rispetto alle problematiche razziali, a loro volta modificatesi nel decennio successivo.[1]
Tuttavia,non riesco a condividere l’opinione di Bolelli secondo la quale quella musica fu popolare e capace di superare la rigida dicotomia della quale è vittima la critica occidentale tra musica colta e musica popolare. Mi sembra, viceversa, che quel movimento fu parallelo all’affermarsi di una fascia sociale di afroamericani appartenente a una discretamente benestante media borghesia che poco aveva da spartire con le assai più larghe fasce di proletariato urbano che a tale fenomeno restò sostanzialmente estraneo.
Il libro di Bolelli risente degli anni in cui fu scritto tuttavia fa emergere un’ipotesi interessante a proposito dell’irruzione europea nel jazz.
L’ipotesi è che il Free abbia smontato l’estetica espressiva e formale del jazz in maniera radicale. Ha prodotto macerie sulle quali i musicisti creativi, a partire dall’Association for the Advanceme the CreativeMusicians di Chicago hanno prodotto nuove dinamiche formali, nuove dialettiche all’interno della dinamica tra composizione e improvvisazione. Proprio in questa fase sarebbe maturato l’incontro con la musica contemporanea e avrebbero trovato sistematica applicazione i contatti tra musicisti delle due sponde.
Tra i miei ricordi personale c’è un incantevole concerto, al teatro Petruzzelli di Bari, di Anthony Braxton e Richard Teitelbaum.
Molto praticato, in questi anni (formidabili, direbbe Mario Capanna) l’approccio creativo allo strumento solo, quello che Bolelli chiama, in modo azzeccato, musica di autoanalisi[2].
Nella pratica espressiva della musica creativa, il solo è ricomposizione onnilaterale di tutte le facoltà umane. Proprio perché accoppia in assoluta identità il ruolo dell’esecutore e quello dell’inventore, il musicista combina mente e corpo (consapevolezza ed emozioni, ragione e inconscio, bisogni e desideri…) in un gesto naturale di unificazione della propria soggettività. In questa totale compenetrazione di espressività umana e linguaggio sonoro, anche gli strumenti sono affrontati da chi suona come propria componente organica e, dunque, in senso squisitamente funzionale. [3]
Importantissimi, in questo senso, Braxton (For Alto), Lacy (Lapis, Solo, Stabs, Straws), Roscoe Mitchell (Solo Saxophone Concerts), George Lewis (Solo Trombone Records), Oliver Lake (Passing Thru), Evan Parker (Saxophone Solos), Paul Rutherford (The Gentle Harm of the Bourgeoise), Peter Brotzmann (Solo), Leroy Jenkins (Solo Concert) ed altri ancora mancano da questo imperfetto elenco. Dischi importanti che segnano il tracciato di una sintassi indubbiamente nuova e di assoluto interesse.Un’altra importante considerazione, riguardo il movimento musicale in oggetto, che Bolelli mette bene in evidenza è la tendenza comunitaria del movimento, la quale ha fatto da carburante alle numerose possibilità di incontri ed interscambi, soprattutto col versante anglo-tedesco.La prima comunità di musicisti che viene in mente è la Association for the Advancement of the Creative Musicians di Chicago, un’associazione che era molto più che un sindacato, un luogo di interscambio fecondo di energie musicali, coagulo di esperienze e produttore di multi tendenze. Coltivò energie e forti contraddizioni i cui sviluppi reclamano diritti ancora oggi.Numerosi furono i collettivi musicali come il Creative Construction Company, l’Art Ensamble of Chicago, Black Artists Group, World Saxophone Quartet di Lake, Hemphill, Murray e Bluiette.Credo, infine che questo movimento, etichettato come Musica Creativa (etichetta che, per comodità, ho fatto mia) o Free Bop, abbia riportato le istanze free in una dimensione più consapevole ma meno corrosiva, incanalato le energie del decennio precedente in direzione di una nuova coscienza privatizzando le istanze di riscatto del popolo nero. Un riflusso, insomma, che ha ridotto la dimensione pubblica e politica del fare musica. Un bavaglio?
[1] Non vorrei cadere nel luogo comune della suddivisione storica dell’evoluzione jazzistica basata su salti decennali. In realtà, quella che in questo post intendo come musica degli anni settanta è andata prendendo forma qualche anno prima, per lenta trasformazione, senza soluzione di continuità, rispetto al movimento Free.
[2] cft. Franco Bolelli, Musica Creativa, Squilibri Edizioni 1978, pag. 42
[3] cft. Franco Bolelli, Musica Creativa, Squilibri Edizioni 1978, pag. 44
Discografia
Muhal Richard Abrams, Levels and Degrees of Light, Delmark 1967
Barry Altschul, You can’t name your own tune, Muse 1977
Art Ensemble of Chicago, Certain Blacks, America 1969
Derek Bailey, Solo Improvisations, Incus 1974
Han Bennink, Solo, Icp 1972
Hamiet Bluiett, Birthright, India Navigation 1977
Lester Bowie, Rope-a-dope, Musee
Anthony Braxton, For Alto, Delmark 198
Circle, Paris Concert, Ecm 1971
Creative Construction Company, No more White Gloves, Muse 1971
Chico Freeman, Morning Prayer, Whynot 1976
Globe Unity Orchestra, Jahrmarkt/Local Fair, PO Torch-2 1976
Milford Graves, Dialogue of the Drums, Ips 1975
Julius Hemphill, Raw materials and residuals, Black Saint 1977
Iskra, Iskra, Incus 1972
Joseph Jarman, As if it were the Seasons, Delmark 1968
Lerooy Jenkins, For Players only, Jcoa 1975
Maurice Mctyre Kalaparusha, Kalaparusha, Trio PA 1975
Steve Lacy, Solo, Emanem 1972
Oliver Lake, Passing Thru, Africa 1974
George Lewis, Solo Trombone Record, Sackville 1976
Misha Mengelberg, Groupcomposing, Icp 1970
Roscoe Mitchell, Solo Saxophone Concert, Sackville 1974
Music Improvisation Company, Incus 1971
Revolutionary Ensemble, The People Republic, Horizon 1975
Sam Rivers, The Quest, Red Record 1976
Sun Ra, Montreaux, Saturn 1976
Cecil Taylor, Silent tongues, Arista 1973
Mal Waldron, One upmanship, Enja 1977
World Saxophone Quartet, Live in Moers, Ring 1977
Immagini
1-Joseph Jarman by Roberto Cifarelli
2-Joseph Jarman by Roberto Cifarelli
3-Joseph Jarman by Jackie Lepage
Letture
Franco Bolelli, Musica Creativa, Squilibri Edizioni 1978
giovedì 1 novembre 2007
Musica, tempo, ritmo
Si sa che tempo e ritmo sono due cose differenti e il secondo ha la funzione di segnare il primo.
Il direttore della rivista arriva ad invocare, come discorso generale, l’importanza della complessità nel discorso artistico, vista come ulteriore possibilità espressiva.
Io che sono fautore dell’essenzialità del segno non riesco a sentirmi del tutto in sintonia con queste parole.
L’efficacia semantica (che nella musica esiste) del linguaggio artistico non ha rapporti di proporzionalità con la sua complessità ed esempi, in tal senso, se ne potrebbero ricavare a iosa.
Ma c’è una questione che mi induce a riflettere particolarmente sul problema del ritmo.
Sono convinto, infatti, che un ritmo complesso non sia sempre un buon viatico per una musica libera; penso all’improvvisazione ed ho due esempi recenti: il concerto di Reggio Emilia dove tre valenti improvvisatori come Taylor, Braxton e Parker hanno lavorato con un batterista dal drumming complesso e raffinato come Tony Oxley e Milano, dove un’altra brava improvvisatrice, Marilyn Crispell si è esibita in solo.
Devo dire che nel primo caso, al di là del valore assoluto del combo, il drumming di Oxley non ha poi concesso a Braxton, per esempio, terreno sufficientemente fertile, laddove, a Milano, la Crispell ha saputo tessere le sue note all’interno di uno spazio non condizionato.
Se guardiamo a Coltrane, non a caso, vediamo come negli ultimi tempi della sua vita abbia cercato di affrancare la sua musica dal tempo che, a rifletterci, è un azzardo non da poco. In qualche modo, il sassofonista di Hamlet vedeva la scansione ritmica come un impedimento alla libertà della sua musica.
Che di questo si tratta, in fondo. Il ritmo è un binario; se complesso, un binario pieno di curve ma qualche volta il treno desidererebbe correre senza la prigionia delle rotaie.
Sicuramente, una base ritmica può conferire tensione dinamica al suono ma non è l’unico modo: nei dischi “solo”, per esempio, come il famoso Series F di Braxton, si ricorre spesso ad un uso inaspettato delle pause (ora mi sovviene Monk) a delle variazioni modali più spesso. Questa seconda tecnica trovo sia assolutamente sublime nel risultato offerto. Già usata da Coltrane in My Favourite Thing come opportunamente riportato dal libro di Ekkehard, Free Jazz.
Sottolineando l’importanza di una complessità ritmica, nel jazz, che sempre è stato poliritmico, non si dimentichi, bisogna rifuggire atteggiamenti tendenti a considerare tale caratteristica come unico metro di giudizio della musica.
Se si provasse una rapida escursione nei territori della musica euro colta si potrebbe notare come, in questo caso, la creatività abbia utilizzato il tempo musicale in funzione di una resa ottimale riferita al materiale melodico e armonico, come un uso statisticamente significativo del tempo di 4/4 sta a dimostrarlo. Nel jazz moderno è rilevante la semplificazione ritmica operata da Steve Coleman, funzionale alla sua esigenza espressiva e tutt’altro che limitante.
Concludendo, potremmo dire che il tempo può essere tiranno anche nella musica e il tra-ta-ta del giocattolo napoletano non è poi così scontato. Trattasi di un 3/4.

Cecil Taylor, Looking Ahead!, 1958
John Coltrane, Ascension, Impulse 1965
Anthony Braxron, Saxophone Improvisations, Series F, 1972
Marilyn Crispell, Storyteller, Ecm 2004
Steve Coleman, World expantion, Jmt 1987
1-Gianluca Petrella, foto Roberto Cifarelli
2- Gianluca Petrella, foto Dario Villa
3-Gianluca Petrella, foto ignoto
domenica 17 giugno 2007
Ornette Coleman, storia di un furto a Malpensa
Non mi piace la parola jazz: l’hanno inventata i bianchi, implica segregazioneQuel musicista era Ornette Coleman. Lui e il suo sassofono sono parte fondante della storia del jazz: la New Thing.
Il disco durava 36 minuti complessivi ed era diviso in due parti: Free Jazz I e Free Jazz II.
Cito Gaetano Liguori:
Inoltre il Free Jazz fa proprio il principio che nelle diverse culture musicali esistano dei suoni che l’orecchio europeo, abituato alla sua musica, non riesce più a percepire come musicali. L’afro-americano elabora una libera estetica musicale secondo la quale il jazz può impiegare tutto quanto è percepibile dall’orecchio umano.
Il passaggio dallo stile modale a quello FREE, e' stato rappresentato dall'approfondimento radicale degli elementi modali introdotto nel jazz che portera' alcuni solisti a raggiungere dimensioni sempre più libere e fuori dalle regole strutturali e armoniche fin qui adottate. Oltre a Ornette Coleman, il pianista Cecil Taylor e numerosi altri personaggi quali John Coltrane, Albert Ayler , introdussero un netto cambiamento nella struttura dei pezzi e soprattutto nel modo di sentire la musica.

