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martedì 31 maggio 2011

Dedalo

Gianluigi Trovesi è un profondo conoscitore della musica afroamericana che esegue coniugandola con la tradizione popolare italiana.
L'ho ascoltato recentemente a Novara Jazz 2011, eseguire sue composizioni nell'ambito  del progetto Dedalo, insieme alla big band del Lucern School of Music diretta dal trombettista e flicornista Matthias Spillmann.
Devo fare due considerazioni, la prima sulla qualità delle musiche proposte, sicuramente piacevoli ma prive di tensione e un po' scontate. 
Dati i riferimenti culturali di Trovesi compositore ho qualche dubbio sulla funzionalità di un ambito come quello delle formazioni allargate poichè queste tendono a sbilanciare le esecuzioni ingabbiandole in una situazione di mainstream jazzistico che soffoca le istanze provenienti da altre componenti della sua creatività. Sicuramente più congeniali le collaborazioni col maestro Gianni Coscia. Tuttavia Trovesi ha spesso cercato di suonare in ensemble allargate, basti pensare al suo famoso ottetto o alle collaborazioni con la Italian Instabile Orchestra. Il primo è sicuramente un contesto diverso rispetto alla Big Band di Spillmann, nel quale la presenza delle doppie percussioni, del violoncello e del clarinetto apre a soluzioni creative più coerenti con l'approccio musicale di Trovesi.



La seconda considerazione riguarda la sorprendente bravura degli studenti del Conservatorio di Lucerna (Lucern School of Music). Sorprendente sia rispetto agli standards dei nostri conservatori che in questo periodo sono alle prese con la riforma e i drammi del nuovo ordinamento che per la possibilità di studiare con programmi sicuramente più flessibili e interessanti. Infatti, nei nostri conservatori è stato, fino ad ora, pressochè impossibile arrivare a questi livelli, almeno per quegli studenti che non frequentassero i pochissimi corsi sperimentali di jazz. Si spera appunto che il nuovo ordinamento porti ad un'adeguamento dell'offerta formativa a quelli che sono gli standards europei dei quali i ragazzi di Lucerna ci hanno fornito una dimostrazione apprezzabile.




Gianluigi Trovesi, Dedalo (Enja 2002)

foto 1 Gianluigi Trovesi 
foto 2 Matthias Spillmann
foto 3 Lucern School of Music Big Band

sabato 10 maggio 2008

Al tempo che farà

Paolo Damiani, Al tempo che farà è un disco che ha ottenuto numerosi riconoscimenti , assunto come esempio di tendenza positiva della musica italiana.

Non sono un critico per cui posso tranquillamente manifestare la mia insofferenza verso questa musica che non ho saputo reggere fino alla fine del disco. Ed esprimo questo giudizio, non essendo un critico del settore, senza tema alcuno di essere smentito, che ognuno è libero di dare un giudizio personale sulla musica che gli capita di ascoltare.

Di questo lavoro di Damiani ci sono tante cose che non mi hanno convinto.

Alla base del suo linguaggio espressivo c’è una profonda mistificazione della sintassi afroamericana. Il jazz è stato qui spalmato su una struttura le cui componenti sono la tradizione popolare e quella canzonettistica a cavallo tra ‘800 e ‘900. Un’operazione che, forzando leggermente, ricorda quella (più nobile) effettuata alla metà degli anni ’70 dal mitico Canzoniere del Lazio. In misura maggiore, rispetto a quanto capitò al Canzoniere, in Damiani queste due componenti restano separate disvelando il trucco. Mi infastidisce questo ruolo subalterno del linguaggio jazzistico che sembra quasi dovuto, dato il retaggio storico di alcuni componenti dell’ensemble di Damiani, un retaggio fastidioso da cui liberarsi.

La voce femminile che percorre l’intero disco è imitativamente morriconiana e contribuisce con frequenza a banalizzare il contesto.. La struttura ritmica, nonostante la valenza dello stesso Damiani e di Walter Paoli, perde riferimenti alla tradizione neroamericana mentre, viceversa, lo stile è subalterno alla tradizione canzonettistica italica e mai, rispetto a quest’ultima, incisivo e dialettico. Si salvano i voli timbrici di Gianluigi Trovesi e Javier Girotto.


Paradosso finale, a proposito di questo lavoro, l’ammiccamento a luoghi accademici, come l’auditorium di S. Cecilia di Perugia, in un momento in cui sarebbe auspicabile il sovvertimento/rivoluzionamento del “sistema musicale” europeo e italiano in particolare.

Si riflette spesso su questo blog riguardo la direzione verso cui il grande stream afroamericano si sta ramificando. Questa di Damiani mi sembra una direzione sbagliata, un’operazione costruita a tavolino, magari (ma non posso esser certo) con un fine commerciale. In questa direzione, antesignano il già citato Canzoniere del Lazio, si muovono in parecchi, in Italia. Penso a Daniele Sepe. Tendenza discutibile, a mio avviso ma degna di rispetto per la sua convinta veracità. Damiani, invece, ha voluto fare l’intellettuale e ha “pisciato di fuori”.

E’ veramente questa l’unica strada possibile per allargare gli orizzonti del jazz, come molti si auspicano? In tal modo questa musica, ascrivibile a una sorta di filone neoespressionistico, rischia di ridursi a puro esercizio stilistico mentre le energie vengono rivolte altrove, su altri terreni di coltura che, nel caso di Damiani, sono quelli della tradizione popolare di appartenenza.

Questa è la mia impressione.

Tuttavia, Paolo Damiani è musicista intelligente e passionale per cui, lungi dal bocciarlo (e chi sarei, poi, io per bocciare chicchessia) mi accingo a seguirlo in futuro per vedere come proseguirà il suo cammino. Insomma: al tempo che farà.


Ascolto
Paolo Damiani, Al tempo che farà, Egea 2007
Canzoniere del Lazio
, Miradas, Cramps 1977
Daniele Sepe
, Suonarne 1 per educarne 100, Il Manifesto 2006

Immagini
Paolo Damiani (foto di Roberto Cifarelli)


lunedì 1 ottobre 2007

Strategie di vendita

Passeggiando una domenica per Saluzzo, cittadina della provincia di Cuneo, entrare in un bar per un caffè e scoprire, sul bancone, l’espositore con i CD della Egea, importante etichetta dal catalogo assai nutrito. E’ inevitabile, mentre si sorseggia il caffè, soffermarsi sull’espositore, esplorarne il contenuto: Mirabassi, Rava, Fresu, Galliano, Pietropaoli, Battaglia e tanti altri. E inevitabile l’acquisto, lungamente ponderato, di Radici, Gianluigi Trovesi, clarinetti e Gianni Coscia, accordion.
Pensavo, mentre mi rigiravo tra le mani in CD, che incredibile trovata quella di vendere in un bar, nemmeno fosse un gelato o un amaro lucano. Una trovata che ha un forte impatto strategico perché, comunque la si pensi, l’efficacia della distribuzione determina l’efficacia della vendita. E se il jazz è musica elitaria lo è contro la sua volontà.
In realtà, non si può prescindere da un buon successo commerciale oggi come non si poteva prescindere nel passato. Ai tempi d’oro della musica afroamericana le major discografiche investivano denaro e misuravano il successo in copie vendute e il successo garantiva budget adeguati per le successive incisioni. E’ risaputa la difficoltà in cui versa l’organizzazione produttiva italiana, strozzata tra i forti costi produttivi e lo scarso ritorno commerciale. Ottima strategia di diffusione è stata quella dell’
Editoriale L’Espresso con la collana Jazz Italiano Live 2006 e 2007, interessante la modalità scelta da Egea, legata all’inusualità dei luoghi di vendita.

In particolare, quella dell’Espresso è un esempio di filiera produttore-consumatore che, nel suo percorso, conserva intatta l’omogeneità dei vari componenti come, per esempio, il pubblico che ascolta jazz e il lettore tipo della rivista.
Altresì, il metodo adottato da
Egea potrebbe estendersi a librerie, ristoranti, cinema ecc. (se avete altre idee, prego).
Insomma, il jazz deve vendere decisamente meglio, anche nei bar, perché no?

Bibliografia:
Ashley Khan, The house that Trane built, Il Saggiatore 2007
Fotografie:
dal catalogo EGEA 2005/2006
1-Gabriele Mirabassi
2-Danilo Rea
3-Pietro Tonolo