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domenica 1 maggio 2016

Le parole dell'improvvisazione



L'atteggiamento del jazzista non è quello di un problem-solver dotato di un formidabile meccanismo di computazione, una sorta di calcolatore interno che gli consente, per ogni coppia di opzioni possibili, di determinare la scelta ottimale. Il jazzista che improvvisa ha piuttosto un atteggiamento retrospettivo (cfr. Gioia 1988, 61). Egli non può dis-suonare nè cancellare quello che ha suonato (può tutt'al più rallentare il tempo). Non è come il vasaio che valuta il risultato della sua azione e se questo non lo soddisfa lo scarta e ricomincia.








E tuttavia il jazzista non procede ciecamente, come se non avesse indicatori a disposizione per sapere dove vuole o deve muoversi: può infatti guardare indietro a quello che ha suonato, e reagirvi, risituandolo, reinterpretandolo e dandogli una forma nelle frasi successive, come quando, parlando, ci si ascolta mentre si dice una parola o un segmento di frase, ci si altera o vi si aggiunge qualcos'altro o si ridirige il senso di quanto iniziato a dispiegarsi. Sotto questo profilo il jazzista suona su quello che ha appena suonato: lo connota, lo varia, lo sviluppa.

[Davide Sparti, Suoni Inauditi, Il Mulino-Intersezioni, 2005 pag.163]


Reagire

Risituare


Reinterpretare


Dare nuova forma


Ascoltarsi


Alterarsi


Ridirigere


Dispiegare


Connotare

                                                                                                  Variare
                                                                                                  Sviluppare

sabato 7 febbraio 2015

Sei gradi di differenza/collegamento (ancora Sudoku Killer)

Parlando di Infanticide, l'ultimo lavoro di Caterina Palazzi-Sudoku Killer ho citato Robert Fripp come riferimento chitarristico, cosa che a qualcuno è apparsa un po' azzardata. Resto della mia convinzione senza avere la pretesa della sua univocità. Nella musica succede un po' come nella fisiognomica: a volte si colgono in persone certi particolari che rimandano a un parente e, in un processo mentale che dal particolare porta al generale, siamo portati a dare la somiglianza complessiva a quel parente.
Detto ciò, restando in tema, mi langio nel famoso gioco dei sei gradi di differenza partendo proprio da Caterina Palazzi come primo grado.
Tra i componenti del gruppo c'è il chitarrista, Giacomo Ancillotto (secondo grado). E' lui che nel gruppo fa uso di live electronics e questo ci permette di collegarlo al grado successivo, Hugh Davies.




Davies è stato un pioniere dell'elettronica in musica, un protagonista dell'epoca della Creative Music inglese; collaborazioni con Evan Parker e Derek Bailey. Ricordiamo Music Improvvisation Company (1970). In quel gruppo c'era anche il nostro quarto grado, Jamie Muir, percussionista poliedrico che ricordiamo col nostro quinto grado, i King Crimson da cui arriviamo veloci al sesto e ultimo grado, Robert Fripp e così il cerchio è chiuso!
Devo dire che l'ultmo Fripp è ben lontano dalle atmosfere di Sigarette, gelati e figurine della Vergine Maria.

sabato 5 novembre 2011

Riflessioni per perdere tempo...

Il timbro come componente musicale, nella cultura occidentale, è sicuramente un'eredità del jazz che poi ha finito per pervadere l'intera produzione musicale commerciale e non, trasversalmente ai generi. Basta pensare alla attuale musica leggera dove il timbro vocale spesso diventa componente più importante della stessa tecnica. Il timbro, quindi, impone il prodotto ma ha una controindicazione: in quanto "prodotto commerciale" il timbro ha un periodo vendibile poi soccombe inesorabilmente ad altre più recenti seduzioni timbriche. Il musicista accorto che voglia ovviare a questi rischi non deve mai dimenticare che la continua ricerca, la capacità di rinnovarsi, mettersi in discussione è la sua unica possibilità di salvezza. Vi sono, nella musica contemporanea, musicisti che hanno saputo controllare la presenza timbrica curando con attenzione la struttura musicale, come Evan Parker, per esempio, ed altri che sono stati caratterizzati da una predominante caratterizzazione timbrica ma hanno avuto il coraggio di buttare in aria il passato e ridiscutere il presente pensando costantemente al futuro, come John Coltrane. Steve Lacy, invece, ha saputo imporre un timbro riconoscibilissimo, il suono del suo sassofono soprano è diventato praticamente lo standard, per quello strumento. Ma, paradossalmente, proprio la stabilità timbrica ha finito per fare emergere con maggior forza l'elegante strutturazione della sua musica.

lunedì 2 giugno 2008

Incontri impossibili

The Seasons have changed
And the light
And the weather
And the hour
But it is the same land

[Dag Hammerskjoeld]


Evan Parker, stupendo improvvisatore a suon di soprano e tenore e Michael Nyman, musicista minimalista (auto definizione) e compositore di colonne sonore, ex critico e fotografo. Un incontro speciale. La prima parte del concerto è stata un solo improvisation al sassofono soprano di Evan Parker. Mi sono attaccato alla balaustra del palco rapito dalla furente diteggiatura, dalla respirazione circolare (ah! Sapessi farla anch’io, quanti problemi di iperventilazione in meno…) e dall’incredibile abilità della lingua sull’ancia. Prodigi tecnici che il soprano rende più evidenti agli occhi ammirati.

La seconda parte, spero di essere perdonato, l’ho trovata abbastanza noiosa. L’ultima parte, infine, ha visto l’incontro quasi impossibile e tale, alla fine, è stato. Non so se per pregiudizio o altro, ma Parker ha seguito il solito copione improvvisativo, stavolta col tenore, su un tappeto sonoro stimolante fornito dal piano preparato di Nyman, un vecchio strumento verticale e abbastanza scassato, non a caso denominato Ruined piano. L’incontro tra i due lo ritengo mancato proprio per il fatto che Parker non ha ceduto un passo e Nyman si è limitato ad un’onesta “assistenza tecnica”. In ogni caso, il concerto è stato molto stimolante e le richieste di bis si sono, alla fine, sprecate.

Evan Parker è uomo della ECM (Editon of Contemporary Music) di Manfred Eicher, gloriosa etichetta il cui ruolo nell’incontro creativo delle due sponde dell’Atlantico è stato ampiamente riconosciuto. Ho sotto mano lo splendido catalogo 2007, illustrato con splendide fotografie in bianco e nero e l’esaustivo elenco di dischi i cui autori spaziano, leggendo a caso, da Lester Bowie a Jan Garbarek, da Keith Jarrett a Stefano Battaglia e altri ed altri ancora… Da segnalare, inoltre, il catalogo ECM New Series, nuova creazione di Eicher che apre alla musica classica. E anche questa scelta è una dichiarazione di intenti chiara per un operatore culturale con l’idea fissa del ponte tra sponde opposte, alla continua ricerca di quella creatività capace di unire mondi lontani. In questo senso, il concerto di Novara è stato molto in linea con la filosofia eicheriana.



Musica
Evan Parker Transatlantic Art Ensemble, Boustrophedon, ECM 2008

Immagini
1-5
Evan Parker fotografato da Rodolfo M. 1 giugno 2008

lunedì 10 dicembre 2007

Globe Unity Orchestra


Nel dibattito in corso sullo stato attuale e le possibili future direzioni della musica che convenzionalmente viene chiamata jazz si inserisce il contributo di un noto studioso come Luca Cerchiari che prova a riflettere a partire dalla storia di questa musica. Una retromarcia alla ricerca del miglior punto di vista, espresso nel volume di Bompiani dal titolo “Intorno al jazz”.
Intorno al jazz, come specifica l’autore, non “sul” jazz. Perché l’indagine si sposta sui dintorni, il ruolo che la musica europea va assumendo, sempre più importante, e quello delle musiche comunemente definite come “etniche” che qua e là stanno contaminando l’ossatura semantica del jazz.

Jazz ed Europa, dunque, connubio avviato dall’avventura colemaniana, quel jazz che si ritrovò inappetibile alle logiche di mercato americane e fu costretto a gettare il suo ponte verso il vecchio continente. Ben accolto, in ogni caso.
Grandi ospiti di questo incontro furono i musicisti della
Globe Unity Orchestra, immenso laboratorio di incredibili sperimentazioni musicali, aperto e permeabile.
Ricordo il fascino che questa musica inaspettata esercitò su chi scrive, verso la fine degli anni settanta. In bilico tra scrittura e improvvisazione, rigore scenico e teatralità.
La
Globe Unity Orchestra fu un momento importante di sperimentazione. Punto di partenza fu l’idea dell’improvvisazione totale (ancora freschi gli effetti della New Thing e dei fermenti newyorkesi di quell’inizio anni sessanta). Lo stesso Schlippenbach ha avuto modo di dichiarare più volte il suo debito verso la musica improvvisata di Ornette Coleman e i suoi seguaci. A questa ha contrapposto, dialetticamente, grandi dosi di musica scritta. Un’altra interessante contrapposizione fu quella tra momenti di cristallino rigore formale e momenti dissacranti di teatralità e riferimenti indissimulabili alla tradizione della musica di Kurt Weil.

L’elenco dei musicisti che hanno frequentato e contribuito ad alimentare il cuore magico di questa orchestra è fantasmagorico:
Si può notare la presenza di due musicisti che più di chiunque altro si sono adoperati per stabilire un contatto fecondo tra Stati Uniti e Europa: Anthony Braxton e Steve Lacy
L’importanza di questo laboratorio musicale è al contempo, inarrivabile e sottovalutato dai media. L’analisi filologica della
Globe Unity Orchestra potrebbe dire molto sulle prospettive future della musica creativa e andrebbe senz’altro intrapresa.
L’ultimo disco della
Globe Unity Orchestra risale al 2003, per l’etichetta elvetica Inktat: Globe Unity Orchestra 2002. Quest’ultima operazione prevedeva una formazione comprendente:
Manfred Schoof (tromba, flicorno)Paul Rutherford (trombone)Hannes Bauer (trombone)Ernst-Ludwig Petrowsky (sax contralto, clarinetto, flauto)Peter Brotzmann (sax tenore, clarinetto, tarogato)Evan Parker (sax soprano, sax tenore)Alexander Von Schlippenbach (pianoforte)Paul Lovens (batteria)Paul Lytton (batteria)


Discografia
1966: Alexander Schlippenbach - Globe Unity, Saba/MPS 15 109 ST
1967/70: Globe Unity 67 & 70, Atavistic/Unheard Music Series
1973: Live in Wuppertal,
FMP 0160
1973: For example,
FMP R123
1974: Der alte Mann bricht ... sein Schweigen,
FMP S4
1974: Hamburg '74,
FMP 0650
1975: Bavarian Calypso/Good bye,
FMP S6
1975: Rumbling,
FMP CD 40
1975/1976: Jahrmarkt/Local Fair, Po Torch PTR/JWD 2
1977: Improvisations, JAPO 60021
1977: Pearls,
FMP 0380
1979: Compositions, JAPO 60027
1982: Intergalactic blow, JAPO 60039
1986: 20th anniversary,
FMP CD45
2002: Globe Unity 2002, Intakt CD 086
Immagini
1-Alexander von Schlippenbach
2-Evan Parker
3-Steve Lacy (foto di Vito Mancino)