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mercoledì 30 gennaio 2013

Ombelichi e periferie...

Proviamo a confrontare Interstellar Space, John Coltrane e Rashied Ali, col Chicago Underground Duo di Rob Mazurek e Chad Taylor: sono passati quasi cinquant'anni e la domanda che sorge immediata è: cosa è cambiato?
Nulla...
Ascolto il Duo e lo trovo piacevole ma tendo a catalogarlo come enterteinment che pure, intendiamoci, è una componente fondamentale dell'ascolto musicale. Niente innovazione, niente tensione proiettata verso il futuro,  nessuna sorpresa. Manca il punctus (per dirla alla Barthes), il fastidio, il difetto, lo screzio che fa sobbalzare.
Potrei dire che è inutile suonare se dopo cinquant'anni si è ancora al punto di partenza (o di arrivo?) nè è sufficiente quel lavoro sul timbro e sull'elettronica che nasce in un ombelico del mondo (Chicago) ma pur sempre piccolo rimane alla mie orecchie chè in certe periferie (del mondo) ho potuto ascoltare lavori ben più validi seppur assai meno osannati rispetto a questo vigoroso campione di tutte le top-classifiche nostrane.

E a questo punto potrei divagare il discorso verso quelle grandi bufale che sono i sondaggi sui musicisti organizzati da quelle due riviste di settore che per necessità devono dare il colpo alla botte parlando di musica e uno al cerchio ammiccando all'industria del settore perpetuando la vergognosa riduzione a mero numero della creatività che, per definizione, è anaritmica.

Tornando a noi: nell'epoca della musica liquida che è la nostra, scoprire che nell'ombelico del mondo (Chicago) si continua a restare ancorati al totem coltraniano la dice lunga anche la dimensione ormai classica del jazz.

Nelle periferie più estreme dell'impero, viceversa, la musica sa realmente riversare la sua moderna liquidità in mille rivoli capaci di incunearsi tra le diverse culture, incurante di qualunque confine. 
Capita così di leggere su una di quelle riviste di settore di cui si diceva prima, una recensione marginale di un tale Admir Shkurtaj, musicista albanese approdato molti anni fa nel Salento.
Sarà che la recensione abbia saputo toccare corde scoperte e sensibili (grazie all'autore, Fabrizio Versienti), oppure sarà stato quel legame che conservo con la mia terra d'origine o, magari, il fatto che conoscevo, per avere avuto modo di ascoltarli spesso, i suoi compagni di viaggio Redi Hasa, connazionale del nostro e bravissimo violoncellista e Giorgio Distante, bravo trombettista e interessante sperimentatore, per farla breve, ho immediatamente scaricato il disco del trio da iTunes e l'ho ascoltato con interesse appassionandomi sempre di più man mano che i minuti passavano.
L'impianto di questo lavoro si sviluppa per brevi schizzi nei quali il pianista albanese salentino alterna pianoforte e fisarmonica coadiuvato dal violoncello e dalle incredibili (queste si) architetture timbriche create dal Distante. E la musica che viene fuori è portentosa nella sua capacità di giocare su tre dimensioni: quella culturale della mirabile sintesi tra melodie balcaniche e salentine; la dimensione improvvisativa fresca e ben supportata dall'incedere ritmico delle tastiere e, ultima ma non ultima, la dimensione sperimentale, territorio dove Giorgio Distante è un po' più avanti di Mazurek (ebbene sì!). 


Questo è il disco:
Admir Shkurtaj Trio, Gestures and Zoom, Slam

Admir Shkurtaj, pianoforte e fisarmonica
Redi Hasa, violoncello
Giorgio Distante, tromba, elettronica

domenica 27 gennaio 2013

Gomitolo fatale

Ascoltati dal vivo Rob Mazurek e Chad Taylor (Chicago Underground Duo) durante la loro performance all'auditorium del Conservatorio Cantelli di Novara, nell'ambito della rassegna Novara Jazz Winter.
Buona musica e divertente. Di questi tempi già questa è un'ottima cosa. Nulla di nuovo, intendiamoci, la strada del duo nell'ambito del cosiddetto jazz d'avanguardia, l'aveva tracciata chiara e ineludibile John Coltrane, con Rashied Alì, ai tempi di Interstellar Space. La strada del Chicago Underground Duo è esattamente la stessa, solo lontana dalla bellezza della struttura musicale di Coltrane.


[r.marotta by iPad]

Non è interessante qui giudicare la musica di Mazurek, confrontandola poi con Coltrane che in ogni tentativo di parametrizzare la musica afroamericana si finisce puntualmente per ritrovarselo fra i piedi, pietra miliare inamovibile.
Ciò su cui sono portato a riflettere è il significato di 'improvvisazione': questa pratica che tanto onore ha dato al jazz mi sembra in forte crisi di significati e di prospettive. Essa si sta avviluppando in un gomitolo fatale, succube di una prassi ormai prigioniera dei soliti patterns su semibiscrome avvolte su scarne frasi musicali.
Questa è ormai la pratica improvvisativa che va per la maggiore e rispetto alla quale non si vedono vie di uscita. Forse è il caso di mettere in discussione tutto l'impianto esecutivo musicale.
Sono pochissimi i musicisti che su questa esigenza di cambiamento si impegnano, in primis il grande Anthony Braxton, attraverso la sua Tri-Centric Foundation. Devo dire che su questa strada si è molto più avanti in Europa, in particolare nel Nord Europa (e questo, storicamente non è una novità).
Tornando al Mazurek-Taylor di ieri sera devo però aggiungere che la loro musica si snodava anche su un'altra coordinata assai più intrigante: il significato timbrico.
Trapelava dalla performance dei nostri un costante lavoro sul timbro; su questa via il contributo di Mazurek, più che di Taylor, mi è sembrato degno di nota: intriganti le sue sovrapposizioni vocali elaborate per via elettronica, il lavoro non convenzionale delle labbra sul bocchino sui suoni gravi.
Si sa che sulla strada dell'arte i cambiamenti sono quasi sempre frutto di un lavoro collettivo, così anche Mazurek si inserisce in un canale già ampiamente battuto. Non pretendiamo originalità a tutti i costi ma lavoro costante sulle direzioni intraprese.
E attendiamo con pazienza.

[r.marotta by Minolta]