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lunedì 6 ottobre 2008

Note dissonanti

Sull’ultimo numero di Musica Jazz è stata pubblicata una fulminante intervista a Daniele Sepe a cura di Neri Pollastri, il cui argomento verte sulla questione di quali siano le sorti del Jazz.

Sono contento di trovarmi in gran parte d’accordo con le tesi di Sepe, persona che stimo. Di Sepe riporto, dalla mia memoria, le contestazioni a cui fu sottoposto quando ricoprì il ruolo di maestro concertatore in un’edizione della Notte della Taranta e un delizioso concerto in un localino sulla costa jonica salentina, il Fico d’India. In quest’ultima occasione, tra un brano e l’altro, espose le sue teorie sulla musica popolare, sui nuovi ritmi, dettati dal woofer degli stereo sparati a palla e così via.

Sepe è uno che vive la musica in tempo reale, immerso nel flusso della molteplice contemporaneità. 

Del suo essere nel flusso delle cose gli va dato ampio atto.

L’intervista, per l’argomento e per il contenuto, la trovo interessantissima, sebbene la rivista abbia ritenuto utile relegarla a pag. 68, dopo le recensioni, ma tant’è.

Cosa dice, dunque, il nostro?

Dice innanzitutto che il jazz è morto, non ha più ragione d’essere. E su questo sono d’accordo. Paragona i musicisti che riproducono cose come hardbop o bebop a quei musicisti di musica barocca che teorizzano l’”adesione filologica alla scrittura” e li accusa di fare una musica che è morta e forse sono morti essi stessi. Sono d’accordo, seppure mi dà immenso piacere suonare col mio clarinetto Naioma o My Favorite Thing, piuttosto che Autumn Leaves o Saint Thomas. Ma io sono un dilettante e, per lo più, apprendista quindi non faccio testo.

Sono tutti argomenti ai quali ho accennato con frequenza su questo blog.

Per esempio, il jazz è musica d’uso, ossia, ballata, accompagnata, da chiacchere a un tavolo, cenando o sorseggiando del buon vino (bravo Raffaele Casarano col tuo Locomotive Jazz Festival, anche se il menu potrebbe migliorare) ma con l’arrivo di nuove musiche, come il Rock ‘n’ Roll, per esempio, l’uso si spostò verso di esse e il jazz rimase deprivato della sua identità. A questo punto iniziò la sua agonia dal momento in cui i musicisti si rivolsero all’Europa, avvezza a un tipo di ascolto più intellettuale.

Fu in questa fase storica che l’energia del Jazz confluì nella tradizione europea. Un feedback, se si fa caso, l’Europa aveva dato linfa alla tradizione africana ed ora reclamava il saldo del debito con i dovuti interessi.

Accenna, Sepe, all’omologazione dei musicisti come conseguenza dell’appiattimento didattico dei Conservatori e suggerisce la speranza di riprendere la strada.

Anche questo è un discorso vecchio, benché assodato. Dimmi come impari a suonare e ti dirò che musica mi farai ascoltare.

Insomma, una quantità enorme di carne al fuoco. Discutere di cosa è o cosa non è jazz al giorno d’oggi potrebbe sembrare una discussione fine a sé stessa ma la coscienza della propria collocazione storica conferisce un’identità differente al musicista, forse una maggiore libertà.

Dischi
Daniele Sepe, Suonarne 1 per educarne 100, Il Manifesto 2006
Daniele Sepe, Kronomakia (La battaglia del Tempo), Il Manifesto 2008

Letture
Musica Jazz, ottobre 2008

sabato 10 maggio 2008

Al tempo che farà

Paolo Damiani, Al tempo che farà è un disco che ha ottenuto numerosi riconoscimenti , assunto come esempio di tendenza positiva della musica italiana.

Non sono un critico per cui posso tranquillamente manifestare la mia insofferenza verso questa musica che non ho saputo reggere fino alla fine del disco. Ed esprimo questo giudizio, non essendo un critico del settore, senza tema alcuno di essere smentito, che ognuno è libero di dare un giudizio personale sulla musica che gli capita di ascoltare.

Di questo lavoro di Damiani ci sono tante cose che non mi hanno convinto.

Alla base del suo linguaggio espressivo c’è una profonda mistificazione della sintassi afroamericana. Il jazz è stato qui spalmato su una struttura le cui componenti sono la tradizione popolare e quella canzonettistica a cavallo tra ‘800 e ‘900. Un’operazione che, forzando leggermente, ricorda quella (più nobile) effettuata alla metà degli anni ’70 dal mitico Canzoniere del Lazio. In misura maggiore, rispetto a quanto capitò al Canzoniere, in Damiani queste due componenti restano separate disvelando il trucco. Mi infastidisce questo ruolo subalterno del linguaggio jazzistico che sembra quasi dovuto, dato il retaggio storico di alcuni componenti dell’ensemble di Damiani, un retaggio fastidioso da cui liberarsi.

La voce femminile che percorre l’intero disco è imitativamente morriconiana e contribuisce con frequenza a banalizzare il contesto.. La struttura ritmica, nonostante la valenza dello stesso Damiani e di Walter Paoli, perde riferimenti alla tradizione neroamericana mentre, viceversa, lo stile è subalterno alla tradizione canzonettistica italica e mai, rispetto a quest’ultima, incisivo e dialettico. Si salvano i voli timbrici di Gianluigi Trovesi e Javier Girotto.


Paradosso finale, a proposito di questo lavoro, l’ammiccamento a luoghi accademici, come l’auditorium di S. Cecilia di Perugia, in un momento in cui sarebbe auspicabile il sovvertimento/rivoluzionamento del “sistema musicale” europeo e italiano in particolare.

Si riflette spesso su questo blog riguardo la direzione verso cui il grande stream afroamericano si sta ramificando. Questa di Damiani mi sembra una direzione sbagliata, un’operazione costruita a tavolino, magari (ma non posso esser certo) con un fine commerciale. In questa direzione, antesignano il già citato Canzoniere del Lazio, si muovono in parecchi, in Italia. Penso a Daniele Sepe. Tendenza discutibile, a mio avviso ma degna di rispetto per la sua convinta veracità. Damiani, invece, ha voluto fare l’intellettuale e ha “pisciato di fuori”.

E’ veramente questa l’unica strada possibile per allargare gli orizzonti del jazz, come molti si auspicano? In tal modo questa musica, ascrivibile a una sorta di filone neoespressionistico, rischia di ridursi a puro esercizio stilistico mentre le energie vengono rivolte altrove, su altri terreni di coltura che, nel caso di Damiani, sono quelli della tradizione popolare di appartenenza.

Questa è la mia impressione.

Tuttavia, Paolo Damiani è musicista intelligente e passionale per cui, lungi dal bocciarlo (e chi sarei, poi, io per bocciare chicchessia) mi accingo a seguirlo in futuro per vedere come proseguirà il suo cammino. Insomma: al tempo che farà.


Ascolto
Paolo Damiani, Al tempo che farà, Egea 2007
Canzoniere del Lazio
, Miradas, Cramps 1977
Daniele Sepe
, Suonarne 1 per educarne 100, Il Manifesto 2006

Immagini
Paolo Damiani (foto di Roberto Cifarelli)