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Alieno il musicista (ancora Miles Davis...)
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mercoledì 2 settembre 2009
Lo strumento e il virtuoso


domenica 15 marzo 2009
Appunti di astronomia
domenica 8 marzo 2009
So what
A proposito del brano introduttivo, So What, ascoltavo qualche giorno fa, nella trasmissione radiofonica Fahrenheit, alcune considerazioni che mi hanno colpito a proposito dell'introduzione, famosissima presso i jazzofili, che secondo il conduttore trasporta l'ascoltatore in una sorta di tempo sospeso, come in languida attesa, senza inizio nè fine.
Sorpreso dalla veridicità di tali sensazioni ho cercato di ragionare sull'alchimia davisiana responsabile di ciò.
In questa riflessione mi sono stati d'aiuto vecchie letture come il libro di Daniel Levitin, Fatti di Musica. La scienza di un'ossessione umana edito per Codice Edizioni e una recente intervista di Paolo Giordano (quello dei numeri primi) a Rita Levi Montalcini pubblicata sulla rivista Wired Italia.
Entrambi fanno riferimento a quella parte del cervello umano, la più antica, immutata da milioni di anni, il cosiddetto cervello rettile che gestisce attività primarie e istintive come il battito cardiaco o il respiro ma che è anche la sede della nostra dote emotiva. Sarebbe questo il luogo ove va a depositarsi la musica e ove nascono le emozioni musicali.
Il fascino di So What è legato proprio alla sua capacità di sorprendere le aspettative emozionali del nostro cervello, effetto che Miles Davis raggiunge con una piccola variante di architettura.
Osserviamo, infatti, le prime due battute: su un tempo base di quattro quarti la prima battuta segna otto colpi di contrabbasso (Paul Chambers) mentre nella seconda battuta entra la tromba di Miles Davis a suonare due note, una lunga da due quarti (minima) e la seconda da un quarto (semiminima).
L'ascoltatore, o meglio, il suo cervello rettile, si aspetterebbe a questo punto una pausa da un quarto a chiudere la battuta (2/4 + 1/4 + 1/4 = 4/4)


Ma è anche il segno della potenza della musica sulle nostre emozioni, della sua capacità di farle esplodere con impercettibili variazioni formali.
Ascolto:
Miles Davis, Kind of Blue, Columbia 1959
Tracce:
- So What - 9:22
- Freddie Freeloader - 9:46
- Blue in Green - 5:37
- All Blues - 11:33
- Flamenco Sketches - 9:26
- Miles Davis - tromba
- Julian "Cannonball" Adderley - sax contralto, ad eccezione di Blue in Green
- John Coltrane - sax tenore
- Wynton Kelly - pianoforte, soltanto in Freddie Freeloader
- Bill Evans - pianoforte
- Paul Chambers - contrabbasso
- Jimmy Cobb - batteria
martedì 10 giugno 2008
Impara l'arte e mettila da parte
Gli anni ’60 hanno rappresentato uno spartiacque nel jazz americano anche in funzione del rapporto tra pratica musicale e apprendimento.
Nella musica afroamericana, al contrario di quella euroclassica, esiste una stretta connessione tra apprendimento e pratica, una sorta di inscindibilità, retaggio delle origini africane ma non solo: la tradizione bandistica europea, ripresa dal jazz agli albori neworleanesi, ha da sempre saputo coniugare, nella fase dell’apprendistato, la componente didattica da quella esecutiva vera e propria.
Il libro di Luigi Onori, Paolo Fresu Talkabout, biografia a due voci, parla a lungo dell’apprendistato di Fresu all’interno della banda di Berchidda ed è, da questo punto di vista, esplicativo di un esempio di “inizio” jazzistico oggigiorno assai famoso.
Quindi, il musicista afroamericano ha cominciato a imparare a bottega dal più anziano, per imitazione e in maniera prevalentemente orale.
Questo sistema ha apportato taluni innegabili vantaggi al jazz: una forte caratterizzazione timbrica e stilistica dovuta al processo di apprendimento orale e imitativo che svincolava il discepolo da obblighi di aderenza a stili codificati, anzi, in un ambito di assenza di norme codificate (retaggio dell’origine popolare di questa musica). Il forte radicamento popolare del jazz delle origini ha dato luogo alla componente improvvisativa che, agli esordi, era basata su uno schema di chiamata e risposta, facilmente identificabile anche in talune forme popolari del bacino del mediterraneo.
La verifica professionale, nella prima fase storica, era delegata all’entartainment, target del jazz degli inizi. Successivamente, soprattutto con l’avvento del bebop, la musica degli afroamericani fu eseguita in funzione dell’ascolto e la cifra timbrica e stilistica divenne valore aggiunto ai fini di eventuali ingaggi.
Per una musica che si trasformò da intrattenimento a forma d’arte, anche le sue modalità di apprendimento subirono alcune modifiche, nel senso che entrarono in campo le scuole accademiche come la Juilliard School of Music, frequentata tra gli altri da Miles Davis il cui atteggiamento fu, comunque, di rifiuto per l’accademismo e preferenza per la bottega rappresentata in questo caso da un certo Charlie Parker.
Mai, in ogni caso, l’accademia riuscì a sostituire la strada e la bottega. In questo senso il jazz fu musica intimamente americana, basata com’era su un sistema selettivo feroce, inimmaginabile per i canoni nostrani. Basti pensare alla pratica delle jam sessions la cui funzione era soprattutto quella di vetrina ad uso di eventuali impresari. La “differenza” individuale serviva ad attrarre, anche in questo caso.
Dicevo all’inizio degli anni ’60.
L’esplosione del Free produsse uno scollamento traumatico, una frattura in quella connessione tra apprendimento e pratica che per oltre mezzo secolo aveva visto nascere e caratterizzato la musica afroamericana. La complessità del nuovo linguaggio musicale richiedeva preparazione, coscienza tra i musicisti e cultura capace di accettare, nei fruitori. Quest’ultima venne a mancare facendo venir meno i profitti per l’industria legata a questa musica che fu salvata dalla fine dal tempista e provvido aiuto europeo.
Con l’ingresso sulla scena dell’Europa, dunque, si cambiano le carte in tavola: intervento pubblico e sponsor privati attenuano il potere del mercato e liberano la musica dalle dipendenze meno nobili. Nello stesso tempo, l’accresciuta coscienza civile e umana dei neri americani li aveva portati a un maggior livello di cultura e a un interessante ibrido tra accademia e tradizione capace di produrre gli splendidi fiori selvaggi degli anni ’70, l’acme del jazz americano.
Questo tipo di organizzazione, tuttavia, risulta indigesto al sistema americano che non rinuncia al mercato e al profitto e priva le sue energie musicali del necessario supporto vitale, ricacciandoli tra le braccia di mamma Europa, con esiti nefasti. Perché nel vecchio continente il nero americano abdica, rinunciando alla sua tradizione e subordinandosi alla rigida schematicità didattica europea, omologante e appiattente.
Suggerimento letterario
Franco Bergoglio, Jazz! Appunti e note del secolo breve, Costa & Nolan, 2008
Suggerimento musicale
Wildflowers Vol.1-5 (The New York Loft Jazz Sessions) - Artisti vari, Knit Classics
Immagini
1-Buddy Bolden Blues Band (anonimo)
2-Jelly Roll Morton (anonimo)
3-Jelly Roll Morton (anonimo)
giovedì 1 maggio 2008
Le sirene del mercato
Gianfranco Salvatore, Miles Davis. Lo sciamano elettrico, Stampa Alternativa 2007
Miles Davis, On The Corner, Atlantic
Miles Davis, Bitches Brew, Atlantic
Miles Davis, In A Silent Way, Atlantic
1, 2, 3-Miles Davis










