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martedì 1 aprile 2008

Il bisogno aguzza l'ingegno


Mentre ascolto Maresìa, il pregevole disco di Stefania Tallini, impeccabile nella sua perfezione di musica da camera, buona scrittura, perizia tecnica e godimento dell’orecchio non posso fare a meno di riflettere su un senso di smarrimento incombente che mi perseguita tutte le volte che provo ad ascoltare questi moderni ensemble europei dalle fredde tinte nordiche (anche se pianista e clarinettista, a occhio e croce, mi sembrano tosco-umbri). Questa è musica impressionista, fortemente rivolta (rivoltata) su privato, riflessiva. Si muove su un binario composto da una rotaia di puro mainstream (dichiarate affinità evansiane) e l’altra di schemi derivanti dalla tradizione nord europea. Musica piacevolissima, quindi, da camera, come ho già detto e come, del resto, le foto che corredano il booklet confermano in qualche modo.

Ovviamente, la bravissima Tallini non è un esempio isolato. E’ tutto l’andazzo che si sviluppa in questo modo. L’Europa è orfana, ideologicamente orfana, delle furie iconoclaste della Globe Unity e tutto il movimento che originò quel formidabile collettivo. Ascoltiamo musica in tempi in cui prevale l’ideologia del riflesso, ci guardiamo addosso.
E’ come se la grande storia afroamericana, come un fiume impetuoso e ricco di rapide in solcabili, abbia, all’improvviso, trovato pace nel grande mare calmo della tradizione accademica occidentale dove perfino le contaminazioni popolari sono state filtrate da una sensibilità euro colta che ha, come missione, l’adesione ai valori un tempo borghesi e ora inevitabilmente capitalisti.

La musica cosiddetta creativa europea richiede omologazione degli stili e delle idee. E’ iscritto nel Dna della sua filosofia borghese e deriva dall’idea euro classica di musica. I Conservatori hanno avocato a sé l’esclusiva del compito dell’insegnamento, l’oralità si sposta sul pentagramma.
La forte valenza espressionista dell’universo afroamericano si inviluppa in un esasperato impressionismo “nordico” (e se penso che proprio i tedeschi l’avevano ricacciato in mare…)
Cos’è, con esattezza, che collega la pratica musicale e i movimenti che da essa prendono corpo, alle contingenze storiche, sociali, politiche? E’ la capacità della musica di tirare fuori dagli individui le loro passioni, il dolore, la rabbia e farne forza creativa. Come dice il proverbio: il bisogno aguzza l’ingegno. Abbiamo bisogni effimeri e produciamo ingegni effimeri. In giro per la rete vedo, in ogni caso, appassionati felici e pochi dubbi. Beati voi.


Immagini
Stefania Tallini fotografata da Laura Camia

venerdì 21 dicembre 2007

Liberation Music Orchestra


Il disco omonimo della Liberation Music Orchestra uscì nel 1969 ma il mio primo ascolto risale pressappoco a una decina di anni dopo.
Fu un ascolto entusiasta quanto inconsapevole. Ero teso verso un impegno politico intenso e incessante e questo favorì l’entusiasmo dell’incontro con un’opera di chiari intenti e contenuti politici, orientata verso il terzomondismo e le lotte di liberazione dei popoli oppressi, con i suoi riferimenti alla guerra civile spagnola, al Vietnam e all’America Latina.
Insomma, il rischio fu, allora, e si verificò, sostanzialmente, quello di far passare in secondo piano la valenza musicale, il nucleo portante dell’Orchestra.
La quale, ben inteso, fu una performance di buona fattura, garantita dalla qualità dei musicisti in campo, leggermente sopravvalutata dalla critica.

A risentirla a trent’anni di distanza induce un forte effetto di deja vu e di ritorno al passato ma emerge anche un’aspetto interessante: correva l’anno 1969, come direbbe Minoli, e la maggior parte dei musicisti impegnati nel progetto erano di estrazione free, a cominciare proprio da Haden che doveva la sua fortuna iniziale al sodalizio cruciale con l’Ornette Coleman di The Shape Of Jazz To Come e del mitico Free Jazz. Ma erano anche musicisti che già flirtavano con l’Europa o si apprestavano a conoscerla, forse innamorati del mito della sponda opposta dell’oceano. E questo si sente, eccome!
Ricco di riferimenti europei, a cominciare da Bertold Brecht, rimanda inevitabilmente a certi costrutti della Globe Unity Orchestra dando la sensazione di essere, entrambe, le colonne portanti tra le quali si tendeva il filo diretto tra Europa e USA. I flussi improvvisativi, poi, erano alquanto privi della rabbia che caratterizzava l’epopea della New Thing tingendosi talvolta di vena ironica o riflessiva e calma, avvicinandosi ulteriormente agli stilemi tedeschi, allo stesso modo di come, specularmente, i musicisti europei hanno più volte amesso i loro riferimenti alla libera improvvisazione del Free Jazz.

Confesso che non sono del tutto convinto che l’adesione terzomondista fosse assolutamente genuina. Erano tempi di impeto rivoluzionario e non è da escludere che un piccolo pensiero al box office fosse stato fatto dato che l’argomento era di innegabile attrazione. Così come era attrattivo il cast della LMO che comprendeva calibri di prima scelta come Gato Barbieri, Roswell Rudd, Don Cherry, Carla Bley, Paul Motian, Andrew Cyrille, oltre al leader, Charlie Haden.
Dal disco è stata fatta copia su CD nel 1996, sempre edito dalla gloriosa Impulse, con allegato libretto contenente nutrite note di copertina che riportano ad accenni filologici, strutture dei brani e note sugli autori e sui musicisti partecipanti alla session.

Bibliografia
Mario Luzzi, Uomini e avanguardie del Jazz, GammaLibri 1980
Ashley Khan, The house that Trane built, Il Saggiatore 2007

lunedì 10 dicembre 2007

Globe Unity Orchestra


Nel dibattito in corso sullo stato attuale e le possibili future direzioni della musica che convenzionalmente viene chiamata jazz si inserisce il contributo di un noto studioso come Luca Cerchiari che prova a riflettere a partire dalla storia di questa musica. Una retromarcia alla ricerca del miglior punto di vista, espresso nel volume di Bompiani dal titolo “Intorno al jazz”.
Intorno al jazz, come specifica l’autore, non “sul” jazz. Perché l’indagine si sposta sui dintorni, il ruolo che la musica europea va assumendo, sempre più importante, e quello delle musiche comunemente definite come “etniche” che qua e là stanno contaminando l’ossatura semantica del jazz.

Jazz ed Europa, dunque, connubio avviato dall’avventura colemaniana, quel jazz che si ritrovò inappetibile alle logiche di mercato americane e fu costretto a gettare il suo ponte verso il vecchio continente. Ben accolto, in ogni caso.
Grandi ospiti di questo incontro furono i musicisti della
Globe Unity Orchestra, immenso laboratorio di incredibili sperimentazioni musicali, aperto e permeabile.
Ricordo il fascino che questa musica inaspettata esercitò su chi scrive, verso la fine degli anni settanta. In bilico tra scrittura e improvvisazione, rigore scenico e teatralità.
La
Globe Unity Orchestra fu un momento importante di sperimentazione. Punto di partenza fu l’idea dell’improvvisazione totale (ancora freschi gli effetti della New Thing e dei fermenti newyorkesi di quell’inizio anni sessanta). Lo stesso Schlippenbach ha avuto modo di dichiarare più volte il suo debito verso la musica improvvisata di Ornette Coleman e i suoi seguaci. A questa ha contrapposto, dialetticamente, grandi dosi di musica scritta. Un’altra interessante contrapposizione fu quella tra momenti di cristallino rigore formale e momenti dissacranti di teatralità e riferimenti indissimulabili alla tradizione della musica di Kurt Weil.

L’elenco dei musicisti che hanno frequentato e contribuito ad alimentare il cuore magico di questa orchestra è fantasmagorico:
Si può notare la presenza di due musicisti che più di chiunque altro si sono adoperati per stabilire un contatto fecondo tra Stati Uniti e Europa: Anthony Braxton e Steve Lacy
L’importanza di questo laboratorio musicale è al contempo, inarrivabile e sottovalutato dai media. L’analisi filologica della
Globe Unity Orchestra potrebbe dire molto sulle prospettive future della musica creativa e andrebbe senz’altro intrapresa.
L’ultimo disco della
Globe Unity Orchestra risale al 2003, per l’etichetta elvetica Inktat: Globe Unity Orchestra 2002. Quest’ultima operazione prevedeva una formazione comprendente:
Manfred Schoof (tromba, flicorno)Paul Rutherford (trombone)Hannes Bauer (trombone)Ernst-Ludwig Petrowsky (sax contralto, clarinetto, flauto)Peter Brotzmann (sax tenore, clarinetto, tarogato)Evan Parker (sax soprano, sax tenore)Alexander Von Schlippenbach (pianoforte)Paul Lovens (batteria)Paul Lytton (batteria)


Discografia
1966: Alexander Schlippenbach - Globe Unity, Saba/MPS 15 109 ST
1967/70: Globe Unity 67 & 70, Atavistic/Unheard Music Series
1973: Live in Wuppertal,
FMP 0160
1973: For example,
FMP R123
1974: Der alte Mann bricht ... sein Schweigen,
FMP S4
1974: Hamburg '74,
FMP 0650
1975: Bavarian Calypso/Good bye,
FMP S6
1975: Rumbling,
FMP CD 40
1975/1976: Jahrmarkt/Local Fair, Po Torch PTR/JWD 2
1977: Improvisations, JAPO 60021
1977: Pearls,
FMP 0380
1979: Compositions, JAPO 60027
1982: Intergalactic blow, JAPO 60039
1986: 20th anniversary,
FMP CD45
2002: Globe Unity 2002, Intakt CD 086
Immagini
1-Alexander von Schlippenbach
2-Evan Parker
3-Steve Lacy (foto di Vito Mancino)


mercoledì 25 luglio 2007

Intervista a Schlippenbach su Musica Jazz


Un’interessante intervista ad Alexander von Schlippenbach, questo mese su Musica Jazz.
Gli argomenti topici sono
Thelonious Monk, la Globe Unity Orchestra, il rapporto tra musicisti europei e americani.
La
Globe Unity Orchestra è una grande orchestra multinazionale la cui musica è totalmente improvvisata. Nata nel 1966, ha avuto un periodo di crisi negli anni ’90 ma in questo ultimo periodo, grazie anche all’innesto di linfa nuova tra le sue fila, sembra aver ripreso l’antico vigore.Thelonious Monk è stato, per Schlippenbach, un faro la cui luce ha illuminato la traiettoria del musicista tedesco ed altri come Misha Mengelberg e Steve Lacy, dall’inizio ad oggi, senza sosta.Schlippenbach dice che lui e i colleghi si muovono dentro lo spirito di Monk che, pur essendosi mosso nell’ambito di una musica legata ai dettami del blues, con quel peculiare senso del ritmo e quelle inaspettate variazioni armoniche ha saputo rendere quella musica speciale. L’influenza di Monk sui pianisti è stata, quindi, più incisiva e discreta di quanto non lo fu quella di Coltrane sui sassofonisti che, seppur molto più vasta, si è prestata a una generalizzata banalizzazione che ha portato, qua e là, alla perdita di quella serietà e profondità del linguaggio musicale del genio di Hamlet.
Poi c’è quella parola magica: jazz
Schlippenbach sostiene che il legame tra gli improvvisatori europei e la New Thing è che i primi hanno cominciato laddove i secondi sono giunti, anche se dal punto di vista strettamente musicale, tecnico, differenze non ce ne sono.

“Mi ritengo un improvvisatore europeo ma ho imparato a improvvisare suonando jazz: per questo continuo a usare il termine “jazz”.Il mio approccio rimane quello di un jazzista. Citando la mia amica Irene Schweizer, anch’io potrei dire: se non ci fosse stato il jazz non sarei diventato un musicista”.
E ancora:
“C’era un forte impeto ottimistico fra i musicisti della mia generazione riguardo alla nostra musica, e c’era anche il tentativo di sottrarre qualcosa al mercato della musica, fondando cooperative, festival mirati, rassegne e case discografiche. […] in Europa continua ad esserci più autogestione che negli Stati Uniti. Comunque, nel mondo, non c’è mai stato tanto free jazz come oggi”


Una mia considerazione al margine: credo che il jazz, negli USA, per come l’abbiamo inteso negli anni passati, è in crisi. C’entra la maggior omologazione sociale e la parziale attenuazione della conflittualità sociale tra bianchi e neri. Riferendomi all’intervista a Max Roach, direi che è venuto meno il forte riferimento alle radici africane. Amen.
L’intervista a
Schlippenbach è stata raccolta da Libero Farnè.

Bibliografia:
Musica Jazz luglio 2007
Ekkehard Jost, Free Jazz, Epos 2006
Fotografia:
Claudio Casanova

Uomini e avanguardie del jazz


Continuando nel lavoro di recupero di vecchi libri, mi sono imbattuto in questo di Mario Luzi, Uomini e avanguardie jazz, edito da Gammalibri nel 1981. E’ una raccolta di conversazioni , riprese con un registratore a bobina e riprodotte integralmente, con musicisti che, come è facile dedurre dalla data di pubblicazione, hanno segnato la storia jazzistica degli anni ’70, sicuramente un momento storico cruciale, di intersezioni importanti tra jazz afroamericano e musica improvvisata europea (jazz europeo?).

Infatti, rileggendo alcune pagine, ho ben presto focalizzato l’attenzione sul musicista tedesco Alexander Von Schlippenbach, nume della Globe Unity Orchestra, laboratorio di idee imprescindibili e grande creatività, capace di indicare una strada importante sulla via della ridefinizione storica di questa musica.
Tra le altre cose, Luzi chiede al musicista che effetto abbia prodotto in lui e nei suoi colleghi tedeschi in generale l’uscita del disco
Free Jazz di Ornette Coleman e del perché sia negli USA con l’ottetto di Ascension, di John Coltrane e in Europa, col progetto Globe Unity si sia sentita contemporaneamente l’esigenza di un lavoro improvvisativo a impronta collettiva. In entrambi i casi ottiene, dal nostro, risposte abbastanza scontate. Schlippenbach ricorda l’enorme interesse e, insieme, il grande ostracismo che quel disco suscitò in Germania. Ricorda come i suoi colleghi usassero fischiettare con gusto, le improvvisazioni di Coleman e compagni. E spiega, a proposito della seconda domanda, come, a suo avviso, certi avvenimenti sono casualità della Storia, esigenze che sgorgano spontaneamente quando i tempi diventano maturi.
Schlippenbach si sofferma sul lavoro improvvisativo di tipo atonale della Globe Unity e sul fatto che non necessariamente questo debba svilupparsi a partire da concetti astratti ma possa anche svilupparsi a partire da riferimenti musicali più concreti, come quelli legati alla tradizione, per esempio.
E’ interessante quanto dichiara il musicista tedesco a proposito di un’accusa mossa dal musicista Willem Breucker a proposito di un presunto elitarismo della musica improvvisata europea (siamo nell’81, n.d.r.).
Sottolineando come recenti concerti in Europa e nel Medio Oriente avessero visto una partecipazione significativa di appassionati, spiega come, inevitabilmente, ogni discorso musicale innovativo si muova in direzioni elitarie salvo poi attrarre progressivamente masse di referenti via via più numerose. Si dice convinto che nel futuro sarà l’Europa a dettare le direzioni più interessanti, essendo gli USA più legati al business, notoriamente allergico a discorsi avulsi dal mercato, mentre nel Vecchio Continente le istituzioni pubbliche riescono ancora a giocare un ruolo di protagoniste attive a tutela della qualità musicale.
Parla ancora, Alexander Von Schlippenbach, parla della sua formazione musicale, a cavalllo tra cultura afroamericana e
Schoenberg, dell’influenza che hanno avuto su di lui Thelonious Monk e Jelly Roll Morton, di come il suo lavoro solistico, quello nei piccoli gruppi e quello con la grande orchestra, pur essendo tipologie differenti che richiedono differenti approcci, nel suo caso sono coesi dalla sua forte idea musicale basata sul concetto di improvvisazione atonale.

Bibliografia:
Mario Luzi, Uomini e avanguardie jazz, Gammalibri 1981
Fotografie:
1-Copertina del libro di Mario Luzzi
2-Alexander Von Schlippenbach (dal sito personale)
Discografia:
Globe Unity Orchestra
1966 Globe Unity, Saba 15 109 ST. Issued under Schlippenbach's name.1973 Live in Wuppertal, FMP 0160.
1973 For example, FMP R123.
1974 Hamburg '74, FMP 0650.
1974 Der alte mann bricht ... sein schweigen, FMP S4 (single). Globe Unity Orchestra.1975 Rumbling, FMP CD 40.
1975, Bavarian calypso/Good bye, FMP S6 (single).
1975/1976 Jahrmarkt/Local fair, Po Torch PTR/JWD 2.1977 Improvisations, JAPO 60021.
1977, Pearls, FMP 0380.
1979 Compositions, JAPO 60027. Improvisations and Compositions reviewed by Peter Kostakis in Downbeat, vol. 48, no. 11, (November 1981), pp. 38-39.
1982 Intergalactic blow, JAPO 60039.
1986 20th anniversary, FMP CD45.Brief review in Coda, no. 258, (November/December 1994)
2002, Globe Unity 2002, Intakt CD 086.

mercoledì 18 luglio 2007

Storia di un jazzofilo in 10 piccoli capitoli

Introduzione

E’ la storia di un tipo, non esattamente un archetipo, uno che a un certo punto della sua vita gli piomba tra capo e collo una irrefrenabile passione per questa musica. E come tutte le passioni ha pure i suoi sacrosanti alti e bassi, questi ultimi molto profondi, in verità.

Fase I: beata innocenza

Questo tipo è stato adolescente di strani riferimenti. La televisione delle canzonissime di Gianni Morandi e Massimo Ranieri, dell’imperversare di Pensieri e Parole e di Hit Parade luttazziane. E del mitico mangiadischi grigio regalatogli dal padre per un compleanno.

Il primo 45 giri comprato fu suggerito, sorprendentemente, direi, all’adolescente da una rivista molto in voga tra i giovanissimi snob (il nostro lo era): Ciao 2001. Erano anni in cui il 2001 sembrava una data fantascientifica, d’altronde, e la rivista era di grafica e impaginazioni inusuali e ipercolorate.Il disco, comunque, era Paranoid, dei Black Sabbath. Al ragazzo facevano un po’ schifo ma erano tanto di tendenza…

Per rifarsi comprò, successivamente, Massimo Ranieri e Nicola di Bari riuscendo a fare pace con sé stesso.

Più che una pace quella fu, in realtà, una tregua poiché crescendo, il tipo (ed anche il suo snobismo) fu rapidamente fagocitato dal rock con prevalenza netta, in una prima fase, di quello progressivo: Emerson Lake & Palmer, King Crimson, Van Der Graaf Generator, Genesis. Recentemente, il tipo ha riascoltato l’assolo di chitarra in Firth of Fifth (da Selling England by the pound) che all’epoca gli sembrò mitico. All’epoca, appunto…

In seguito, il nostro tipo traversò l’atlantico per incappare nei Doors , nei Grateful Dead e, soprattutto, nei Jefferson Airplane in tutte le salse. Il tipo era appena diventato maggiorenne e una nuova fase della sua vita musicofila era in agguato dietro l’angolo.

Fase II: Fughe in avanti di uno snob

Si preannunciavano tempi intensi di impegno e di passione e quel polline fluttuava già nell’aria quando la curiosità spinse il tipo tra le iperpubblicizzate braccia del rock jazz nostrano. Così, per vedere l’effetto che fa, il nostro acquistò il disco dei Perigeo, subendo l’impatto violento con Giovanni Tommaso, Franco D’Andrea, Claudio Fasoli. Fu una scoperta corroborante che lo proiettò d’impeto tra le braccia di Jaco Pastorious, Miroslav Vitus, Joe Zawinul e il grande (l’avrebbe capito in seguito) Wayne Shorter

Fase III: presa di coscienza

Birdland, da Heavy Weather, divenne la colonna sonora del tipo in oggetto e altri dischi dei Weather Report arricchirono la sua collezione di Long Playng. Un nuovo vento, però, soffiò improvviso su ogni cosa e casa e via di ogni città. Le lotte studentesche del 1977 travolsero il nostro e la musica progressiva italiana. La polizia lo manganellò mentre cercava di autoridursi il prezzo del biglietto per il concerto di Giorgio Gaslini. Fu affascinato da Gaetano Liguori e Mario Schiano, conobbe Rava. Praticamente saltò il fosso senza possibilità di ritorno.

Fase IV: Il nuovo mondo

Passate le fiamme del ’77, il tipo incappò in un periodo di riflessione. Mise a punto il suo rapporto con la musica jazz e fece la conoscenza con Mc Coy Tyner e il suo disco, Sahara. Il motivo per cui il acquistò quel disco, ad ogni modo, fu banale: la sua permanenza al primo posto della jazz chart statunitense. Insomma, non proprio un esempio di sensibilità. All’epoca, infatti, il tipo non aveva conoscenze specifiche: Coltrane? Chi era costui? L’esplorazione del jazz classico cominciò, quindi, dalla coda piuttosto che dalla testa. In questo, nel tipo, c’era una formidabile coerenza con la sua vita, non c’è che dire.

Fase V: Bibliograficamente

Urgeva una riflessione seria e una precisa messa a fuoco della situazione. Il tipo acquistò all’uopo il formidabile libro di Arrigo Polillo e quel delizioso libretto di LeRoy Jones, Il Popolo del Blues. Fatta chiarezza e messo a punto l’orientamento, per il nostro le cose cambiano radicalmente. Ora è in possesso di una nuova consapevolezza e le sue scelte diventano più mature e consapevoli. Arrivano Coltrane e Parker, Il Free Jazz le orchestre, l’Hard Bop. La collezione discografica è completa ma langue, nel tipo, la prova sul campo.

Fase VI: La prova sul campo

La prova sul campo è il boom del jazz nelle estate salentine. Nel frattempo, il nostro tipo si dedica alla fotografia e intravede la ghiotta occasione di unire le due cose: fotografare i grandi jazzisti che nei primi anni ’80 invadevano il Salento. Il nostro ha tutt’oggi un’invidiabile archivio in bianco e nero. Per esempio una documentazione del concerto agostiano del trio di Bill Evans a Santa Cesarea Terme nell’anno in cui Evans morì a settembre.

L’inseguimento dei palchi ove si suonava jazz con la camera a tracolla portò il tipo a Taranto, nella villa cittadina dove il nostro fu folgorato dalla cosiddetta Musica Creativa e Improvvisata. Ascoltò e fotografò i chicagoani Braxton, Art Ensembre of Chicago, Roscoe Mitchell Quartet, ancora Braxton con Michael Taitelbaum, Globe Unity Orchestra. Insomma, una nuova fase.

Fase VII: La trepida attesa

La fase Progressive necessitò al tipo l’acquisizione di una discreta biblioteca avente per oggetto questa musica e le relative tecniche improvvisative. L’acquisto dei dischi fu delegata ai Magazzini Nannini di Bologna. Da segnalare, all’epoca, l’acquisto, da parte del tipo, di una serie di 5 dischi intitolata Wildflowers, un’antologia in cui comparivano tutti i protagonisti di questa nuova musica, limitatamente allo scenario USA, la cosiddetta Loft Music. Vi erano compresi gli stessi Braxton e Abrahms, Julius Emphill, Trehadgrill, Sam Rivers ed altri. Il nostro era anche molto attratto dalla situazione europea di Misha Mengelberg, Bennink ma anche Steve Lacy. Una situazione estremamente creativa, stimolante ed in divenire. Conteneva i germi di quella fase di superamento del jazz così come lo si era conosciuto fino a quel punto. Il nostro protagonista, e non solo lui, era in una situazione di trepida attesa sul futuro della sua musica.

Fase VIII: Il riflusso

La crisi che colpì il tipo era certamente grave. In effetti, fu colto da una specie di torpore, una sindrome da rassegnazione, un senso di perdita di qualcosa che, in qualche modo, gli conferiva una specie di identità. Il nostro continuava a scattare fotogrammi su fotogrammi rifuggendo le piazze e rifugiandosi nei localetti tipici come il Tam Tam di Tricase, mitico, nel quale ebbe modo di assistere ai concerti, fra gli altri, di Dewey Redman, Geri Allen e Cassandra Wilson. Un altro locale frequentato dal tipo era Gli Infernotti, di Torino (un superlativo Braxton)

Fase IX: Il buio profondo

Questa attività di riflusso fu il preludio di una crisi che allontanò il nostro dalla sua musica per anni. Rispetto all’incertezza che regnava nel mondo musicale afroamericano, il nostro scelse, dunque, la via dell’oblio. Si dedicò alla fotografia, cercando strade nuove e modificò il suo approccio con la musica nel senso che ampliò i suoi interessi evolvendosi nel senso di superare gli steccati dei generi. Ascoltò, tanta musica di estrazione diversa maturando, alfine, una nuova flessibilità sensoriale. Nel frattempo anche il jazz si andava diluendo in esperienze trasversali che sembravano il preludio di una definitiva contaminazione irreversibile.

Fase X: Il ritorno

Siamo arrivati ai nostri giorni. Il tipo è in fase di aggiornamento, come un emigrante che torna al suo paese dopo quarant’anni di assenza. Oggi è impegnato a tracciare nuovi punti di riferimento e a ricominciare un nuovo capitolo di questa lunga storia.


Fotografia:
elaborazione personale della copertina della rivista Musica Jazz di gennaio 2007