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lunedì 21 aprile 2008

Ascolto filologico


Ho prestato un ascolto filologico ad alcuni dischi indubbiamente eccezionali ma che si prestavano anche a una specie di percorso simbolico in una situazione cruciale, sia dal punto di vista storico che prettamente musicale.
Ho ascoltato The Shape Of Jazz To Come, l’avvento di Ornette Coleman sulla scena mondiale, sorprendente, osteggiato ma innovativo, basta pensare al concetto di centro tonale. Soprattutto, buttato come un sasso nello stagno, prelude al fondamentale Free Jazz, incisione alla quale partecipò Eric Dolphy, del quale ho ascoltato il secondo disco oggetto d’argomento: Out To Lunch!, il testamento di Dolphy, quello macchiato del sangue di Fred Hampton, il militante delle Black Panther trucidato dalla polizia nella sua abitazione.
Ho chiuso la serie con Interstellar Space, Coltrane.

Di Out To Lunch! c’è da ribadire, al di là del suo valore simbolico, l’importanza che ebbe nel contesto innovativo dell’epoca. Dolphy, se si esclude la partecipazione al Free Jazz di Coleman, si era mosso in un contesto tradizionale, hard boppistico. In questo disco, ove coglie, forse, i frutti della sua collaborazione musicale e intellettuale con John Coltrane, si sgancia dal contesto tradizionale operando in una struttura ritmica innovativa, caratterizzata dalla sostituzione del pianoforte col vibrafono di Bobby Hutcherson e dall’imprevedibile drumming di giovanissimo Tony Williams (futuro davisiano) mantenedo un seducente equilibrio tra libertà improvvisativa e coerenza formale.
L’ultimo disco, quello di Coltrane, trovo che sia estremamente interessante.
C’è la tendenza a quella che amo definire “dialettica dell’essenzialità” che amo molto e che altro non è se non la riduzione della musica a un dialogo per due strumenti o, talvolta, uno. In questo caso, John Coltrane e Rashied Alì. Come non ricordare gli sviluppi di tale sperimentazione negli anni seguenti e basti pensare all’ Anthony Braxton e Max Roach di Birth & Rebirth. In Interstellar Space vi è anche un ulteriore sviluppo del centro tonale di Coleman in senso più complesso ma non meno strutturale, nel senso che i brani del disco, a cominciare da Venus, definiscono una struttura proprio a partire da una successione di più centri tonali che definiscono quelle che Lewis Porter chiama aree tonali, caratterizzate dalla conservazione di un determinato tono nel passaggio tra tonalità differenti. Le soluzioni formali che Coltrane prospettava erano rivoluzionarie e intriganti ma l’uomo, in quei giorni, era già preda di quel male che ce lo avrebbe portato via.
Qualche critico sostiene la mutua influenza tra Albert Ayler e John Coltrane, soprattutto nell’ultimo anno di vita di Coltrane. C’è il fatto che questi si adoperò molto presso Thiele per convincerlo a mettere sotto contratto alla Impulse! il sassofonista di Cleveland.


Tutti e tre i dischi in esame hanno una caratteristica comune: l’assenza del pianoforte. Scontata per Coltrane, funzionale per gli altri due. Il pianoforte è armonia e struttura ritmica troppo vincolante per le idee musicali dei nostri. Il vibrafono o il contrabbasso, se suonato da Charlie Haden, estende in senso modale le possibilità ritmiche, liberandole dalla gabbia armonica.
La molecola rivoluzionaria che questi tre atomi vanno a costituire sarà il fondamento del movimento chicagoano che vedrà in Braxton il nume maggiore, la cosiddetta Creative Music che porrà le basi per una definitiva universalizzazione della musica afroamericana.
Siamo in un perido storico nel quale, ad ogni modo, prevale il riflusso, una presa di distanza dalla radicalità dei sixties, nel quale la musica sembra ritornare nell’alveo di forme usuali e un atteggiamonto cauto verso ogni forma di sperimentazione che non scorri entro canali sicuri e prestabiliti. Il discorso è vecchio e la nostalgia tanta.


Letture
Musica
Immagini
1-Copertina Downbeat 17 novembre 1966
2- Albert Ayler
3-Albert e Donald Ayler

venerdì 21 dicembre 2007

Liberation Music Orchestra


Il disco omonimo della Liberation Music Orchestra uscì nel 1969 ma il mio primo ascolto risale pressappoco a una decina di anni dopo.
Fu un ascolto entusiasta quanto inconsapevole. Ero teso verso un impegno politico intenso e incessante e questo favorì l’entusiasmo dell’incontro con un’opera di chiari intenti e contenuti politici, orientata verso il terzomondismo e le lotte di liberazione dei popoli oppressi, con i suoi riferimenti alla guerra civile spagnola, al Vietnam e all’America Latina.
Insomma, il rischio fu, allora, e si verificò, sostanzialmente, quello di far passare in secondo piano la valenza musicale, il nucleo portante dell’Orchestra.
La quale, ben inteso, fu una performance di buona fattura, garantita dalla qualità dei musicisti in campo, leggermente sopravvalutata dalla critica.

A risentirla a trent’anni di distanza induce un forte effetto di deja vu e di ritorno al passato ma emerge anche un’aspetto interessante: correva l’anno 1969, come direbbe Minoli, e la maggior parte dei musicisti impegnati nel progetto erano di estrazione free, a cominciare proprio da Haden che doveva la sua fortuna iniziale al sodalizio cruciale con l’Ornette Coleman di The Shape Of Jazz To Come e del mitico Free Jazz. Ma erano anche musicisti che già flirtavano con l’Europa o si apprestavano a conoscerla, forse innamorati del mito della sponda opposta dell’oceano. E questo si sente, eccome!
Ricco di riferimenti europei, a cominciare da Bertold Brecht, rimanda inevitabilmente a certi costrutti della Globe Unity Orchestra dando la sensazione di essere, entrambe, le colonne portanti tra le quali si tendeva il filo diretto tra Europa e USA. I flussi improvvisativi, poi, erano alquanto privi della rabbia che caratterizzava l’epopea della New Thing tingendosi talvolta di vena ironica o riflessiva e calma, avvicinandosi ulteriormente agli stilemi tedeschi, allo stesso modo di come, specularmente, i musicisti europei hanno più volte amesso i loro riferimenti alla libera improvvisazione del Free Jazz.

Confesso che non sono del tutto convinto che l’adesione terzomondista fosse assolutamente genuina. Erano tempi di impeto rivoluzionario e non è da escludere che un piccolo pensiero al box office fosse stato fatto dato che l’argomento era di innegabile attrazione. Così come era attrattivo il cast della LMO che comprendeva calibri di prima scelta come Gato Barbieri, Roswell Rudd, Don Cherry, Carla Bley, Paul Motian, Andrew Cyrille, oltre al leader, Charlie Haden.
Dal disco è stata fatta copia su CD nel 1996, sempre edito dalla gloriosa Impulse, con allegato libretto contenente nutrite note di copertina che riportano ad accenni filologici, strutture dei brani e note sugli autori e sui musicisti partecipanti alla session.

Bibliografia
Mario Luzzi, Uomini e avanguardie del Jazz, GammaLibri 1980
Ashley Khan, The house that Trane built, Il Saggiatore 2007

domenica 17 giugno 2007

Ornette Coleman, storia di un furto a Malpensa

Non mi piace la parola jazz: l’hanno inventata i bianchi, implica segregazione
(Archie Sheep)

Aveva smarrito lo strumento, il sassofono contralto, e un assegno di 18 mila euro. E’ successo alla Malpensa qualche giorno fa. Poi, per fortuna, sono stati ritrovati all’interno di una custodia, in un angolo anonimo dell’aeroscalo, forse abbandonati da un ladro pentito e sbadato o forse semplicemente dimenticate dal vecchio musicista che, disperato, aveva già annullato tutti i concerti.
Quel musicista era Ornette Coleman. Lui e il suo sassofono sono parte fondante della storia del jazz: la New Thing.


Manifesto della New Thing fu il disco Free Jazz, realizzato il 21 dicembre 1960 da una formazione alquanto inconsueta, voluta e capeggiata proprio da Ornette Coleman. Un doppio quartetto comprendente Don Cherry alla tromba, Ornette Coleman al sassofono contralto, Charlie Haden al contrabbasso e Bill Higgins alla batteria, nel primo e Freddie Hubbard alla tromba, Eric Dolphy al clarino basso, Scott La Faro al contrabbasso e Ed Blackwell alla batteria.
Il disco durava 36 minuti complessivi ed era diviso in due parti: Free Jazz I e Free Jazz II.


Già il titolo è una palese dichiarazione di intenti che fa giustizia di ogni regola consolidata sia a livello melodico che a livello ritmico e armonico. La musica scorre con assoluta libertà, priva di ogni vincolo, audace.
Cito Gaetano Liguori:
“Col Free si assiste, sul piano strettamente musicale, ad una crescente tendenza a liberarsi dalle limitazioni armoniche nell’improvvisazione. Il nero arriva alla convinzione che la libertà, così come viene intesa nel Free, debba essere consapevole di svincolarsi da qualsiasi ordine musicale di derivazione europea”.

La musica degli afroamericani abbandona ciò che maggiormente la lega alle radici eurocolte: l’ordine armonico.
Inoltre il Free Jazz fa proprio il principio che nelle diverse culture musicali esistano dei suoni che l’orecchio europeo, abituato alla sua musica, non riesce più a percepire come musicali. L’afro-americano elabora una libera estetica musicale secondo la quale il jazz può impiegare tutto quanto è percepibile dall’orecchio umano.

Il Free jazz è figlio del movimento dei diritti civili degli anni '60 e, specie negli anni '60, il free jazz è stato visto essenzialmente come un fenomeno politico, come tra l'altro anche altri stili jazzistici, tra cui il be bop degli anni '50 che aveva rappresentato l'avanguardia della musica nera.
Il passaggio dallo stile modale a quello FREE, e' stato rappresentato dall'approfondimento radicale degli elementi modali introdotto nel jazz che portera' alcuni solisti a raggiungere dimensioni sempre più libere e fuori dalle regole strutturali e armoniche fin qui adottate. Oltre a Ornette Coleman, il pianista Cecil Taylor e numerosi altri personaggi quali John Coltrane, Albert Ayler , introdussero un netto cambiamento nella struttura dei pezzi e soprattutto nel modo di sentire la musica.
Questo post è stato pubblicato qui il mese di luglio 2006