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sabato 14 gennaio 2012

BAM, Black American Music


Jazzitalia.net riporta un brevissimo resoconto di una conferenza organizzata dal movimento BAM (Black American Music) e tenutasi presso il Birdland Jazz Club. L'oggetto di tale conferenza mi sembra interessante: i membri di questa organizzazione, alcuni tra i più autorevoli musicisti della scena newyorkese con in testa il musicista Nicholas Peyton, sostengono la necessità di eliminare la parola jazz per il suo riferimento razzista e usare, in sua vece, il termine Black American Music.
Leggo:

Si è tenuta il 5 gennaio 2012, a New York, presso il Birdland Jazz Club, la prima conference organizzata dal movimento denominato#BAM (Black American Music). Nato dall'idea di alcuni musicisti di punta della musica jazz americana come Nicholas Payton, Gary Bartz,Orrin Evans, Marcus Strickland, Ben Wolfe, #BAM si pone a tutela di quelli che sono tutti i canoni tipici della musica nera

Apprendiamo dall'articolo che BAM si pone a tutela di quelli che sono i canoni tipici della musica nera. Quali che siano tali canoni possiamo certamente immaginarli sia di tipo estetico che di tipo culturale. Tra i primi potremmo mettere certe caratteristiche peculiari della musica afroamericana come il swing, il ritmo, il timbro ecc mentre tra le seconde certamente un forte senso identitario, di appartenenza alla negritudine, un'affermazione di identità come condizione necessaria del musicista afroamericano. Concetto, questo, dibattuto e contestato dalla critica ma sostenuto con veemenza, tra gli altri, da Max Roach, per esempio.
Infatti, continua l'articolo:

 rafforzandone un'identità che sempre più spesso si è dispersa attraverso operazioni commerciali. 

Sembrerebbe un velleitario serrare le fila di un sistema identitario che è sentito in crisi dal popolo afroamericano senonchè è vero che:

-la musica afroamericana è nata negli Stati Uniti grazie alle minoranze etniche che hanno portato il loro bagaglio musicale di provenienza e all'interno di esse ha finito per prevalere nettamente la componente africana.

-La musica che Payton si rifiuta di chiamare jazz è caratterizzata da una serie di parametri estetici ben definiti.

-non può essere definita jazz una musica solo perchè chi suona usa un sassofono, un contrabbasso e una batteria ma va definita in base alla sua aderenza a quei parametri musicali di cui sopra.

-così come un italiano può suonare il tango perchè gli piace e l'ha studiato senza mai dimenticare, però, che il tango è musica argentina nata in un determinato ambiente anche il musicista bianco, magari europeo che voglia suonare jazz non deve dimenticare l'appartenenza culturale della musica che suona.

Per esempio, la produzione ECM non può annoverarsi come jazz così come la musica di Paolo Angeli o Fresu con A Filetta, tanto per fare due nomi a caso, non hanno nulla di jazz. Il fatto è che molti addetti del settore, musicisti, critici o fruitori, tendono a dividere le musiche del mondo intero in due categorie, quella interessante e quella scadente. La prima, finiscono inevitabilmente per chiamarla, a sproposito,  "jazz".
Come non citare Anthony Braxton? [1]

La critica sul ritmo si fonda su argomentazioni sterili e partigiane. Ogni cultura possiede ritmo. Il ritmo non è una qualità politica, ma parte del movimento dell'universo. Sicuramente è vero che la mia musica non possiede nè osserva la logica ritmica di Charlie Parker. Infatti non considero affatto la logica ritmica di Charlie Parker, perchè la mia opera e la mia musica ne seguono un'altra: la mia: In realtà sono assai interessato al ritmo.Esistono tanti differenti approcci al ritmo. Sono molto contento di non essere un jazzista, perchè un jazzista deve suonare un ritmo jazz [...] 


Ecco, un jazzista deve suonare un ritmo jazz, dice Braxton. Siccome il ritmo era l'argomento dell'intervista si può dedurre, per estensione, che in base al pensiero braxtoniano un jazzista è colui che suona appunto secondo parametri codificati che appartengono al jazz.
Si tratta di considerare il jazz per quello che esso è, una forma musicale e non una filosofia di approccio alla musica. Questa dovrebbe essere una buona linea di demarcazione.

Conclude così l'articolo di Jazzitalia.net:

Non si vogliono rinnegare o non accettare altre musiche oggi annoverate sotto il termine "jazz", ma piuttosto si cerca un altro termine che possa racchiudere la musica nera, la Black American Music, e BAM è la proposta.
Il movimento quindi ha avuto il suo ufficiale inizio durante la conference del Birdland dove si sono ritrovati molti altri musicisti, giornalisti e operatori del settore. Il movimento è animato anche da un senso di appartenenza ad un ambito culturale, sociale e, si consenta, anche di razza, molto alto. Ma ha senza dubbio molto da poter produrre sperando in una serie di iniziative atte a far evolvere la musica e la cultura a cui si riferisce, come la musica stessa di Nicholas Payton dimostra.
L'intera conferenza su Vimeo: http://vimeo.com/34718095

http://nicholaspayton.wordpress.com
http://alternate-takes.com/2012/01/06/bam-at-birdland/ (#BAM at Birdlind - by Angelika Beener)
http://blogs.villagevoice.com/music/2012/01/nicholas_payton_black_american_music_panel_january_5.php (Nicholas Payton and Guests don't need all that Jazz - by Jozen Cummings)

fonte:



Note:
[1] La citazione di Anthony Braxton è tratta da una sua intervista ripresa da Musica Jazz di novembre 2010