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domenica 15 marzo 2009

Appunti di astronomia

Appunti di astronomia per una piccola storia del jazz, visto attraverso il libero fluire delle sue note. Dedicato a chi, ascoltando musica, percepisce la misteriosa presenza di una nota regina che domina, sovrintende e scandisce l'apparente fluire melodico. Perchè è vero, ogni musica dipende dalla sua nota regina.

La musica afroamericana è un laboratorio di ricerca. Di libertà e di identità. Un territorio dove il suono si è sempre riferito al corpo e il corpo ha avuto un'appartenenza precisa e un desiderio da realizzare, una collocazione nella storia.
Si potrebbero tracciare coordinate precise, a definire questo spazio nella storia: ritmo, timbro, armonia e melodia.
Fin qui nulla di nuovo. Queste coordinate segnano la musica in ogni luogo del mondo.
Ma nel jazz il ritmo è swing e il timbro definisce un mondo sconfinato, è una voce e, come tale, appartiene a una e una sola persona. E' identità, quindi. e significato sociale di una musica che ha bandito le vie accademiche per trasmettersi attraverso l'oralità accettando la libertà espressiva che ne conseguiva. [1]

Questo è il timbro del mio strumento. E' peculiare e quindi mi definisce. Parla di me, mi colloca in uno spazio unico.

Bebop

Il musicista afroamericano improvvisa. Si muove in una gabbia armonica che non conosceva, che gli è stata imposta dalla cultura dominante: l'armonia europea. Non gli resta che giocare con gli accordi, alterandoli, cercando una via d'uscita che i boppers penseranno invano di aver trovato. Non era così nè poteva esserlo. Mancava la capacità di guardare oltre l'America.

Jazz Modale

Bisognava allargare lo sguardo chè la libertà della mente ha bisogno anche di occhi. Non più una questione del tipo: 

io africano, tu europeo

ma un superamento di questo spazio bidimensionale, uno sguardo sul resto del mondo per trovare la via d'uscita dalla gabbia armonica, la piccola luce in fondo alla galleria come promessa di fuga verso la libertà.
Fu l'inizio del jazz modale, non una struttura armonica complessa ma un sentiero definito da pochi accordi, uno o due al massimo, che come lati di una corsia permettevano alle note di rotolare lungo una direzione che poteva essere infinita. 
Il jazz modale liberò le note dalla gabbia del sistema tonale. Non ci fu più un tono predominante e il musicista, suonando su scale libere poteva sviluppare le sue invenzioni in orizzontale, un salto verso la libertà senza precedenti, libertà melodica come coscienza di una nuova consapevolezza sociale. [2]

Free Jazz

Perchè affidarsi ancora all'abbraccio degli accordi, per quanto pochi? Pensò Ornette. 
Li eliminò ed elesse una nota guida intorno alla quale far gravitare tutte le altre. Un sistema solare con un tono di riferimento e altri undici toni, come pianetini, a gravitargli intorno secondo traiettorie non certo ellittiche, non solo ellittiche, ma imprevedibili, soggette unicamente alla infinita legge dei numeri. Si chiamava Centro tonale, quella nota che, brillando come una stella, indicava il centro di gravità di uno spazio che era ormai diventato tridimensionale, senza confini.
Solo l'attrazione gravitazionale verso quel centro limitava, ormai, la libertà totale della musica.[3]

Coltrane

Coltrane cercò di sfuggire una prima volta a quella forza magnetica[4] e ci riuscì poco prima della morte quando cominciò a far saltare la sua musica su differenti Centri tonali. Inventò il Centro Tonale variabile. Una galassia di stelle e forza gravitazionale leggera trasformarono le note in frenetiche astronavi senza confini. Fu forse per questo motivo che il suo ultimo capolavoro fu intitolato Interstellar Space. [5]

Epilogo

Una nota, datemi una sola nota! 
sembra gridare il musicista afroamericano, 
e saprò percorrere la mia strada verso la libertà.
Il legame tra l'anelito libertario e la ricerca musicale è stato, in fin dei conti,  il tratto distintivo più forte della pratica musicale afroamericana, certamente contraddittorio, talvolta inconsapevole ma certamente, al giorno d'oggi, ahimè, latitante.

[1] Oserei dire che una differenza tra musica afroamericana e musica europea sia evidente nell'approccio allo strumento. Tra gli afroamericani lo strumento è al servizio di chi suona, viceversa, nella tradizione europea, dove è richiesto un timbro immodificabile, il suonatore è al servizio dello strumento.

[2] Non può non venire in mente Miles Davis e il suo fondamentale Kind of Blue, del quale ricorre il cinquantesimo. Ma vorrei ricordare un musicista non altrettanto conosciuto ma altrettanto importante e ancora attivo sulla scena: Lateef Yusef.

[3] Un altro aspetto tecnico ed espressivo fondamentale del periodo free fu l'abbattimento della scansione ritmica predefinita. Nessuna indicazione riguardo un tempo prestabilito ma assoluta libertà ritmica.

[4] Riferimento ad Ascension

[5] La parabola artistica di John Coltrane si sviluppò attraverso tutte le istanze descritte sopra. In questo è anche la sua grandezza. Fu certamente commerciale, boppers, modale, free e post free. Fino alla morte.

venerdì 29 febbraio 2008

Origini inaspettate del linguaggio modale


William Emanuel Huddleston, carneade! Chi è costui?
Un sassofonista di Chattanooga, Tenessee, la cui data di nascita è il 9 ottobre 1920. Ottantasette anni, dunque. Convertitosi all’Islam, cambiò nome in Yusef Lateef. Musicista importantissimo e sottovalutato.
Parlo di lui a partire da un libro abbastanza famoso e importante: Miles Davis. Lo sciamano elettrico, di Gianfranco Salvatore, edito da Stampa Alternativa.
Di Davis si dice che abbia introdotto il linguaggio modale nel jazz attraverso il famosissimo Kind of Blue. In realtà, sostiene Salvatore che tale linguaggio, insieme alle prime contaminazioni etniche pre coltraniane, sia stato introdotto nel jazz proprio da Yusef Lateef e che ad esso si siano ispirati Davis e Coltrane.

[…] esisteva già in seno al jazz una corrente pan-etnica, alternativa (e addirittura precedente) a quella coltraniana; e proprio a questa direzione, sia pure per vie traverse, avrebbe finito per ricongiungersi anche Davis. La corrente era stata inaugurata, fin dai suoi esordi discografici come leader (addirittura nel 1957) da Yusef Lateef, un sassofonista nero di fede islamica che poi avrebbe fatto parte del sestetto dei fratelli Adderley. Sottovalutato intellettuale del jazz, Lateef ascoltò a lungo Ravi Shankar, trascorse ore ed ore nelle biblioteche musicali, frequentò diverse università. Possedeva un autentico talento di polistrumentista, e fu convinto da Kenny Burrell a dedicarsi al flauto. Quasi subito cominciò ad utilizzare anche flauti di varia provenienza etnica, assieme a strumenti ad ancia doppia come l’oboe europeo e lo shanai, zampogna dell’India del nord. Così, nei brani composti per i suoi strumenti più esotici e per le loro scale, si trovò ad introdurre il linguaggio modale in un contesto jazzistico attraverso un sentiero esotizzante, uno o due anni prima del Davis di Milestones e di Kind of Blue, e indipendente dall’altro grande teorizzatore jazzistico della modalità, George Russell. [1]
Anche Coltrane rimase fortemente influenzato dalle esperienze pan etniche di Lateef e probabilmente da quest’ultimo indotto all’avvicinamento a Ravi Shankar.
Yusef Lateef rimase, in ogni caso, pressoché sconosciuto o, per lo meno, molto sottovalutato nel contesto storico del jazz.
Nel linguaggio modale l’invenzione musicale si sviluppa all’interno di un modo relativo alla scala scelta dal musicista compositore che, nell’ambito del jazz è spesso compositore istantaneo per cui il modo scelto agisce come una gabbia all’interno della quale si sviluppa l’impianto melodico sfrondato dall’armonia verticale.
Nel maggio del 2002 su All about jazz fu pubblicata un’intervista a Lateef realizzata da Valerio Prigiotti. La considero completa e importante Provo a riportarla nella sua interezza per qualcuno a cui fosse sfuggita.


Ho avuto l'onore di accompagnare Yusef Lateef durante la sua recente permanenza in Italia.
Prima a Roma, per le prove con il Roma Jazz Ensemble di Pietro Iodice e Mario Corvini. Poi a Prato, per il concerto al Teatro Metastasio organizzato da Stefano Zenni, dove Lateef ha incantato il pubblico con la sua arte generosa, coinvolgente.
Ho registrato l'intervista che segue in automobile, diretti verso Prato. È una chiacchierata informale, amichevole, su molti aspetti della musica di Lateef e della sua forte concezione filosofica.
Non sempre si segue un chiaro filo conduttore, ma spero che emerga con chiarezza l'acuto intelletto di uno dei più grandi musicisti afro-americani viventi. (continua)



Immagini
1, 2, 3-Yusef Lateef