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venerdì 3 gennaio 2014

About Marsalis (Wynton)

Con l'inizio del nuovo anno è tutto un fiorire, in rete o su carta stampata, di classifiche varie, top, supertop eccetera. Gioco stupido per eccellenzae anche un po' vigliacco se è vero che tali classifiche, seppur molto soggettive, possono determinare fortune e disgrazie di onesti lavoratori della musica. Non mi sottraggo al gioco crudele e anche io mi permetto di segnalare un disco, non necessariamente il migliore dell'anno, titolo che sarebbe arbitrario e fazioso, ma uno tra i tanti che mi son piaciuti. Lo eleggo, arbitrariamente e faziosamente of course,  disco dell'anno. E se proprio vogliamo dirla tutta non è nemmeno dell'anno scorso ma, addirittura del 2012 ( e che fa...)
In ogni caso, il CD in questione è:
Ho iniziato a leggere il libro di Nisenson. La sua tesi sembra essere: il jazz è morto, l'assassino è Wynton Marsalis. Il trombettista di New Orleans sarebbe colpevole di aver congelato la musica degli afroamericani in una bara di classicismo impedendola in quella che sarebbe stata da sempre la sua peculiarità più interessante, la capacitá di cambiare e contaminarsi con continuità.
Bisognerebbe che i musicologi studiassero in maniera approfondità le reali capacità di cambiamento del jazz e la loro effettiva portata al di lá di ogni tentazione agiografica. Per quel che mi riguarda mi limito a riportare un passo del musicologo Ekkehard Jost che condivido, invitando alla riflessione.

Fra gli aspetti più tipici del jazz tradizionale vi è la semplicità formale. Il tema, assunto come punto di partenza per l'improvvisazione, determina lo sviluppo formale e armonico di un intero brano, attraverso la sottesa progressione accordale e il suo inquadramento in uno schema metrico.
Naturalmente il tema potrà riflettere gli orientamenti di una particolare area stilistica, ma nel complesso funge essenzialmente da cornice metrico-armonica per l'improvvisazione che segue. Nel be bop degli anni quaranta, quando i musicisti cominciarono a scrivere dei nuovi temi, conformi al loro stile melodico e ritmico, sugli accordi degli standard, apparve evidente che il materiale tematico poteva in varia misura essere sostituito a piacere. In questo modo, How high the moon poteva diventare Ornithology senza che l'improvvisatore dovesse minimanente discostarsi dagli schemi armonici sottesi alla melodia originale.

Queste regole, prosegue l'autore citato, rimasero costanti nel corso evolutivo del jazz fino ai nostri giorni e (questo lo dico io) furono infrante solo in due momenti particolari: quando il jazz assorbì la tecnica modale da culture musicali esogene e quando fece sua la teoria dell'atonalità mediandola dalla cultura eurocolta. Entrambi queste "deviazioni" furono indotte da forze che agivano dall'esterno e rispetto alle quali il jazz si svincolò attraverso il mainstream che ci conduce al Wynton Marsalis dei giorni nostri.

Blue. Chi ha ucciso il jazz? Di Eric Nisenson, edit. Odoya



I media ci inondano di pubblicità relativa all'ennesima edizione di Umbria Jazz Winter nella quale tre dinosauri nostrani che da tempo non producono alcuna novità, tre esponenti del cimitero musicale, Fabrizio Bosso, Paolo Fresu ed Enrico Rava vengono fatti passare per l'eccellenza del jazz italiano. Quanto provincialismo da quattro soldi. Forse ha ragione Marsalis ( e Nisenson...)



martedì 30 dicembre 2008

Don Cherry

Allegato al libro di Massimo Nunzi, Jazz istruzioni per l'uso (Laterza) c'è un DVD con un bellissimo documento a cura di Elena Somarè che ripercorre la storia del jazz e vede contributi dal vivo di numerosi musicisti, Pierannunzi, Marcotulli, Rea, Giuliani, Gatto, tra gli altri e del musicologo Marcello Piras.
Così Piras ci spiega come una probabile origine del termine "jazz" si potrebbe far risalire a uno slang che sta per "eiaculare", il chè rimanderebbe all'idea di getto vitale, pulsione animale che il jazz delle origini ricordava e rimarcava come differenza dalla tradizione europea dalla quale pur derivava (in particolare la tradizione bandistica).
Pierannunzi, invece, spiega con grande efficacia, l'atteggiamento mentale dell'improvvisatore, lo staccarsi dal pensiero per entrare nel flusso dei suoni perchè pensare può essere di intoppo al libero fluire dei suoni. Pierannunzi rimarca l'uso del termine "suono" al posto di "nota" ; se è vero che le note sono il nome dei suoni, improvvisando è bene che ci si concentri su questi ultimi dimenticandosi del loro nome.

Improvvisatore atipico fu Don Cherry. Interessante il saggio che Ekkehard Jost gli riserva sul suo monumentale Free Jazz (L'Epos).
Nell'ambito del movimento noto come Free Jazz, Cherry fu una presenza atipica. Non partecipò alla seduta del famoso double quartet di Coleman ma con questi aveva lungamente collaborato come sideman maturando, in questa esperienza, il passaggio da una fase basata sull'uso degli accordi, a quella dell'utilizzo dei centri tonali. Il suo ruolo, in quel contesto storico, fu piuttosto quello del "fomentatore", per usare un termine di Jost, l'attizzapopolo. Quindi più intellettuale che pratico. Fu in seguito, quando divenne band leader, che il suo valore di musicista di punta venne prepotentemente fuori.
Sto ascoltando Mu e rifletto su una questione: il Free Jazz, nel momento in cui ha demolito le regole dell'armonia, ha mischiato le carte anche per quanto concerne l'improvvisazione la quale, è noto, si sviluppa a partire da una forma di conoscenza. Il senso di indeterminatezza derivato da questa sistematica demolizione di quanto storicamente noto ha indotto i musicisti, Don Cherry tra questi, a superare la necessità del virtuosismo, tanto importante nel bebop, rendendo più riflessivo l'approccio (caratteristica peculiare, ideologicamente definita, della scuola chicagoana, questa).
Un altro spunto di riflessione su Don Cherry lo riposto testualmente:

Complete Communication e Symphony for Improvisers sono fra gli album più importanti che Don Cherry abbia realizzato, se non fra i più importanti di tutto il free jazz degli anni Sessanta. Hanno in comune un'idea di fondo: l'abbandono di brani monotematici e l'integrazione di diversi complessi tematici all'interno di una suite, i cui "movimenti", pur chiaramente identificabili per via del loro materiale tematico contrastante, risultano collegati l'un l'altro. Ora, questo procedimento rievoca i brani di Charles Mingus la cui struttura assomiglia a una suite, e certamente non è nuovo nel jazz. Nondimeno, la sua adozione nel linguaggio del free jazz ebbe un'importanza incalcolabile per l'epoca. Come si ricorda, la prassi esecutiva introdotta da Free Jazz di Coleman, New York Eye and Ear Control di Ayler e Ascension di Coltrane negava l'esecuzione del tema. Complete Communication offriva per la prima volta un'alternativa che può essere considerata una negazione della negazione. La struttura monotematica stereotipata viene accantonata, ma al contempo l'improvvisatore non è obbligato a fare a meno dell'ispirazione e del senso della direzione che un tema suggerisce. Senza voler stabilire delle priorità o postulare dirette influenze, va osservato che lavori come " A portrait of Robert Thompson" di Archie Sheep e "Conquistador" di Cecil Taylor (registrati entrambi circa un anno dopo Complete Communication e dalla concezione simile) mostrano come questo tipo di organizzazione formale fosse pienamente accettato dai musicisti di free jazz contemporanei a Don Cherry come un'alternativa tanto all'improvvisazione tematica quanto ai brani monotematici.
[Ekkehard Jost, Free Jazz, L'Epos, pag. 192]





Discografia essenziale:
Don Cherry,Complete Communion, Blue Note 1965
Don Cherry, Symphony for improvisers, Blue Note 1966
Don Cherry- Ed Blackwell, Mu, Charly 1969
Don Cherry, Where is Brooklin, Blue Note 1966

martedì 16 settembre 2008

La musica che nasce dal corpo

La residenza della musica è il corpo. La residenza del jazz è il corpo. Lo strumento è solo un mezzo attraverso il quale la musica si manifesta.

E il jazz è musica che si vede, mostrata dal corpo del musicista. Si pensi a T. Monk e al suo dondolare intorno alla tastiera del pianoforte, quel suo gioco di gambe sulla pedaliera. Tutti i musicisti jazz, in ogni caso, esprimono “fisicamente” la loro musica.

C’è, per esempio, Cecil Taylor che sostiene di aver capito certi aspetti della musica di Charlie Parker solo dopo essersi seduto ai suoi piedi, una sera al Birdland in modo da poterlo vedere oltre che ascoltare.[1]

Il jazzista produce suono a partire dal suo corpo e lo strumento non è altro che il mezzo attraverso cui esprimere la forma sonora. Corpo-strumento/ strumento-mezzo.

Thelonious “percepiva il suono in qualche posto nello spazio che scansionava col suo corpo-strumento per poi dargli forma attraverso il pianoforte, strumento-mezzo.

Potremmo pensare ad Archie Sheep.

Ad un certo punto del suo percorso stilistico sviluppò una tecnica improvvisativa che il critico tedesco Ekkehard Jost definì “sequenza di blocchi sonori” e che alla prima impressione potrebbero ricordare le raffiche di suono di Coltrane ma che, rispetto a queste ultime, mancavano di una struttura formale compiuta (anche dal punto di vista melodico) e si basavano su vere e proprie compulsioni sonore sparate a velocità stratosferiche. L’analisi della loro struttura formale rivelava una scarsa varietà di soluzioni e l’insieme rischiava di comunicare sensazioni di estrema monotonia al punto che il critico rock Alan Heinemann, a proposito del brano Three for a Quarter, ebbe a dire che si poteva sollevare la puntina e lasciarla ricadere su un punto qualsiasi del disco, tanto il risultato non sarebbe cambiato.

A proposito, però, è interessante quanto scrive Jost[2]

Tuttavia la questione è se questa prevedibilità, risultato, in ultima analisi, di un processo intellettivo di chi ascolta, sia davvero un metro di valutazione adeguato nel caso considerato. Il modo in cui Sheep esegue le sue improvvisazioni sul “suono”, enfatizzando visibilmente ogni blocco con movimenti energici e rotatori del corpo, sembrerebbe indicare che il punto principale è l’espressione e la comunicazione emotiva elevata all’ennesimo grado, piuttosto che la presentazione di una musica piena di significati per il compiacimento intellettuale. L’effetto reciproco di dinamismo visivo ed energia musicale dà un’impressione complessiva di enorme intensità, rinforzata, anziché indebolita ripetizione di particelle sonore dal medesimo effetto.

NOTE

[1] Davide Sparti, Suoni inauditi. L’improvvisazione nel jazz e nella vita quotidiana, Il Mulino, pag.145

[2] Ekkehard Jost, Free Jazz, Ed. L’Epos, pag.162]

Da leggere

Ekkehard Jost, Free Jazz, L’Epos

Da ascoltare

Archie Sheep, Four for Trane, Impulse

martedì 24 luglio 2007

Jazz & Libri

Parlare di libri, ogni tanto. Che il jazz è fatto anche di libri. Ed io che sto ricostruendo sulle macerie degli anni ’70 e ’80, distrutti da un black out di 15 anni[1] oltre a quelli che ho comprato in tempi relativamente recenti, ho anche macerie di libri da restaurare e prima o poi lo farò.

Dunque, i miei acquisti recenti, diciamo ultimi 8 mesi.



Gian Carlo Roncaglia
  • Il Jazz e il suo mondo
  • Einaudi Struzzi, 1998

Gaetano Liguori-Guido Michelone
  • Una storia del Jazz, musica e musicisti dal 1900 al 2000
  • Edizioni Christian Marinotti, 1999

Ashley Kahn
  • A Love Supreme, storia del capolavoro di John Coltrane
  • Il Saggiatore, 2004

Luca Cerchiari
  • Il Jazz, una civiltà musicale afroamericana
  • Bompiani Tascabile, 2005

Davide Sparti
  • Suoni inauditi, l’improvvisazione nel jazz e nella vita quotidiana
  • Il Mulino Intersezioni, 2005

Carlo Boccadoro
  • Jazz! Come comporre una discoteca di base
  • Einaudi Struzzi, 2005

Maurizio Franco
  • Il jazz e il suo linguaggio
  • Edizioni Unicopli, 2005

Arrigo Polillo
  • Jazz
  • Mondatori Oscar, edizione 2006 con post fazione di Franco Fayenz

Flavio Caprera Ekkehard Jost Lewis Porter
  • Blue Trane, la vita e la musica di John Coltrane
  • Minimum Fax, 2006

Amira Baraka
  • Il popolo del Blues, sociologia degli afroamericani attraverso il blues
  • Shake tascabili, 2007 (ristampa)

In quest’elenco è compreso il classico di Arrigo Polillo, irrinunciabile per la completezza delle sue informazioni storiche. L’edizione più recente è arricchita da un’appendice di Franco Fayenz che riprende e aggiorna le schede di alcuni protagonisti.Vi sono, poi, testi di valore didattico, come quello di Lewis Porter, una biografia di Coltrane molto ricca di dettagli tecnici, e quello di Ekkehard Jost, il testo più importante sulla vicenda del Free. Entrambi ricchi di spartiti eseguibili ( a casa propria. Sono coperti da copyright!).Importante, dal punto di vista sociologico, quello di Amira Baraka (LeRoi Jones), un testo molto datato ma basilare. La prima versione, degli anni ’60, fu pubblicata da Einaudi.Da segnalare, infine, il testo di Maurizio Franco che affronta il jazz dal punto di vista delle peculiarità sintattiche e semantiche del suo linguaggio.

Aggiornamenti sopravvenuti, nel frattempo...

Ashley Kahn, The house that Trane built, storia della Impulse, Il Saggiatore 2007
Luigi Onori, Paolo Fresu Talkabout, biografia a due voci, Stampa Alternativa 2007
Gianfranco Salvatore, Miles Davis, lo sciamano elettrico, Stampa Alternativa 2007
Gianfranco Salvatore, Charlie Parker, "Bird" e il mito afroamericano del volo, Stampa Alternativa 2007
Vittorio Giacopini, Al posto della libertà, breve storia di John Coltrane, edizioni e/o 2007
Davide Sparti, Musica in nero, Bollati Boringhieri 2007
Enrico Rava, Alberto Riva, Note necessarie, Minimum Fax 2007