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domenica 27 gennaio 2013

Gomitolo fatale

Ascoltati dal vivo Rob Mazurek e Chad Taylor (Chicago Underground Duo) durante la loro performance all'auditorium del Conservatorio Cantelli di Novara, nell'ambito della rassegna Novara Jazz Winter.
Buona musica e divertente. Di questi tempi già questa è un'ottima cosa. Nulla di nuovo, intendiamoci, la strada del duo nell'ambito del cosiddetto jazz d'avanguardia, l'aveva tracciata chiara e ineludibile John Coltrane, con Rashied Alì, ai tempi di Interstellar Space. La strada del Chicago Underground Duo è esattamente la stessa, solo lontana dalla bellezza della struttura musicale di Coltrane.


[r.marotta by iPad]

Non è interessante qui giudicare la musica di Mazurek, confrontandola poi con Coltrane che in ogni tentativo di parametrizzare la musica afroamericana si finisce puntualmente per ritrovarselo fra i piedi, pietra miliare inamovibile.
Ciò su cui sono portato a riflettere è il significato di 'improvvisazione': questa pratica che tanto onore ha dato al jazz mi sembra in forte crisi di significati e di prospettive. Essa si sta avviluppando in un gomitolo fatale, succube di una prassi ormai prigioniera dei soliti patterns su semibiscrome avvolte su scarne frasi musicali.
Questa è ormai la pratica improvvisativa che va per la maggiore e rispetto alla quale non si vedono vie di uscita. Forse è il caso di mettere in discussione tutto l'impianto esecutivo musicale.
Sono pochissimi i musicisti che su questa esigenza di cambiamento si impegnano, in primis il grande Anthony Braxton, attraverso la sua Tri-Centric Foundation. Devo dire che su questa strada si è molto più avanti in Europa, in particolare nel Nord Europa (e questo, storicamente non è una novità).
Tornando al Mazurek-Taylor di ieri sera devo però aggiungere che la loro musica si snodava anche su un'altra coordinata assai più intrigante: il significato timbrico.
Trapelava dalla performance dei nostri un costante lavoro sul timbro; su questa via il contributo di Mazurek, più che di Taylor, mi è sembrato degno di nota: intriganti le sue sovrapposizioni vocali elaborate per via elettronica, il lavoro non convenzionale delle labbra sul bocchino sui suoni gravi.
Si sa che sulla strada dell'arte i cambiamenti sono quasi sempre frutto di un lavoro collettivo, così anche Mazurek si inserisce in un canale già ampiamente battuto. Non pretendiamo originalità a tutti i costi ma lavoro costante sulle direzioni intraprese.
E attendiamo con pazienza.

[r.marotta by Minolta]


giovedì 9 giugno 2011

Cool

Alla presentazione dell'ultimo libro di Guido Michelone, tenutasi in una libreria di Novara nei giorni del Novara Jazz 2011 mi ha colpito un chiarimento dell'autore a proposito del termine "cool" che designa il noto movimento jazzistico nato agli inizi degli anni '50. Ebbene, "cool" non vuol dire o non solo, almeno, freddo. Allora, forse, giocando un po' con le parole possiamo andare a vedere i diversi possibili significati italiani della parola inglese "cool" e partendo da loro, magari, provare a ridefinire il senso di quel filone musicale. Possiamo quindi leggere le traduzioni che ci fornisce il Word Reference on line:

freddo, fresco, figo, indifferente, alla moda, glaciale, di tendenza, tranquillo, fantastico, calmo, bello, cauto, forte, attento, leggero, circospetto

Ora proviamo ad ascoltarre un disco di Lee Konitz o magari Lennie Tristano piuttosto che il Miles Davis di The birth of the cool e, mentre ascoltiamo, proviamo a leggere questi vocaboli e segnare quelli che, secondo noi, si adattano alla musica che stiamo ascoltando. 
Potremmo contribuire a ridefinire, con qualche sorpresa, il senso del Cool Jazz.
Non posso fare a meno di chiedermi una cosa. Gli americani, data la familiarità col vocabolo hanno sempre dato al cool jazz una complessità di significati che forse a noi è talvolta sfuggita? Certo, la musica resta sempre quella ma siamo sicuri che nel lavoro del critico e dello storico sia tenuto adeguatamente in conto l'aspetto delle differenze linguistiche laddove ci sono e possono essere parte del processo critico. Perchè è indubbio che la definizione di etichette o termini che vanno a definire movimenti, situazioni o periodi storici è un lavoro che mette in comunicazione due linguaggi, scrittura e musica, entrambi complessi e di complessa interazione.


venerdì 3 giugno 2011

Novara Jazz 2011






Charles Gayle

foto R. Marotta

martedì 31 maggio 2011

Dedalo

Gianluigi Trovesi è un profondo conoscitore della musica afroamericana che esegue coniugandola con la tradizione popolare italiana.
L'ho ascoltato recentemente a Novara Jazz 2011, eseguire sue composizioni nell'ambito  del progetto Dedalo, insieme alla big band del Lucern School of Music diretta dal trombettista e flicornista Matthias Spillmann.
Devo fare due considerazioni, la prima sulla qualità delle musiche proposte, sicuramente piacevoli ma prive di tensione e un po' scontate. 
Dati i riferimenti culturali di Trovesi compositore ho qualche dubbio sulla funzionalità di un ambito come quello delle formazioni allargate poichè queste tendono a sbilanciare le esecuzioni ingabbiandole in una situazione di mainstream jazzistico che soffoca le istanze provenienti da altre componenti della sua creatività. Sicuramente più congeniali le collaborazioni col maestro Gianni Coscia. Tuttavia Trovesi ha spesso cercato di suonare in ensemble allargate, basti pensare al suo famoso ottetto o alle collaborazioni con la Italian Instabile Orchestra. Il primo è sicuramente un contesto diverso rispetto alla Big Band di Spillmann, nel quale la presenza delle doppie percussioni, del violoncello e del clarinetto apre a soluzioni creative più coerenti con l'approccio musicale di Trovesi.



La seconda considerazione riguarda la sorprendente bravura degli studenti del Conservatorio di Lucerna (Lucern School of Music). Sorprendente sia rispetto agli standards dei nostri conservatori che in questo periodo sono alle prese con la riforma e i drammi del nuovo ordinamento che per la possibilità di studiare con programmi sicuramente più flessibili e interessanti. Infatti, nei nostri conservatori è stato, fino ad ora, pressochè impossibile arrivare a questi livelli, almeno per quegli studenti che non frequentassero i pochissimi corsi sperimentali di jazz. Si spera appunto che il nuovo ordinamento porti ad un'adeguamento dell'offerta formativa a quelli che sono gli standards europei dei quali i ragazzi di Lucerna ci hanno fornito una dimostrazione apprezzabile.




Gianluigi Trovesi, Dedalo (Enja 2002)

foto 1 Gianluigi Trovesi 
foto 2 Matthias Spillmann
foto 3 Lucern School of Music Big Band