lunedì 27 agosto 2012

The Cherry Thing

Preferisco i paesaggi pianeggianti, quelli che aprono decisi verso l'orizzonte e permettono alla vista e al pensiero di spaziare a trecentosessanta gradi. Pianure, deserti e mari mi danno un senso di grande respiro mentre, al contrario, mi sento oppresso dai rilievi montuosi, dalle valli, dalle albe ritardatarie e i tramonti repentini.
Ho elaborato, nel tempo, un processo di assimilazione tra musica e paesaggi nel quale ho associato la New Thing, la musica libera, ai grandi spazi pianeggianti e le complesse costruzioni armoniche a certe profonde vallate alpine.

Amo la musica che suonano Mats Gustavsson, Ingebrigt Haker-Flaten e Paal Nilssen-Love, insomma, The Thing!
la loro musica è musica-laboratorio, una struttura estremamente libera che sa mettersi a disposizione di esperienze multiformi. Nel corso della loro breve storia, Gustafsson & co. non hanno mai disdegnato ma cercato con urgenza creativa collaborazioni esterne talvolta assai differenti e sempre con risultati accattivanti. Si potrebbero citare, fra gli altri, Frank Lowe, John Mc Phee, Ken Vandermark e altri validissimi, non ultima la brava PJ Harvey, una delle mie preferite in assoluto.

Il loro ultimo lavoro è incentrato su un nuovo incontro dal sapore speciale, Neneh Cherry. Speciale perchè il gruppo scandinavo iniziò la sua carriera suonando musica di Don Cherry, il padre, chiudendo così una specie di cerchio magico della Storia.
Sono passati anche una quindicina di anni da quando la nostra torturava le orecchie del mondo intero con quel tormento cantato insieme a Youssou ND'our (Seven seconds) e anche lei ha subito in questo frattempo una crescita spaventosa. Qui esprime una vocalità che spazia dal blues al funk, dal rap a una liricità morbita con grande bravura. Incoccia e sostiene il suono graffiante delle ance di plastica talvolta semplicemente ignorandolo e creando, in questo modo, una suggestione ammaliante. In certi momenti non si può fare a meno di pensare alla Abbey Lincoln di We Insist!
Il disco è un viaggio a ritroso nelle rispettive radici musicali.

Il primo brano. Cashback è una composizione della stessa cantante. Su un possente tappeto ritmico (e con Ingebrigt e Paal non poteva essere altrimenti) l'inciso cantato vola su un piano funky mentre il sax si stende su un percorso free e solo nel finale tende ad appoggiarsi sugli accordi del contrabbasso.
Il secondo brano, Dream, baby, dream, è un pezzo dei Suicide (che a qualcuno ricorda Velvet Underground mentre a me richiama Radiohead) che in questa versione, sorretto dalla sezione ritmica, rende al massimo con la voce splendida della Cherry e il sax che ripete l'inciso Si Sol# La/Do# Mi Re#/Sol# Si Sol#  in un crescendo quasi tantrico fino a un finale disarmonico e rauco.
Il terzo brano, To tought to die, inizia con un tappeto sax e contrabbasso con archetto sul quale si innesta la voce di neneh Cherry in questo brano trip hop di Martina Topley-Byrd. Emerge uno dei motivi più affascinanti di questo album, la tensione derivata dal contrasto tra il rigore vocale della Cherry e l'incandescente anarchia di Gustafsson.
Il quarto brano, Sudden movement, presenta un inciso semplice con sax e voce all'unisono. ma è solo un'illusione: l'iniziale rassicurante melodia soccombe ben presto alla iconoclastica cacofonia del gruppo che afferma senza indugi la sua portanza musicale prima di cedere, nel finale, richiamando l'inciso e chiudendo il cerchio. Questo brano è composto da Gustafsson.
Il quinto brano, Accordion, Inizio su un piano molto lento con il trio che si ostina su una voce che aggredisce questo brano hip hop ( è di MF Doom) vestendolo di reminescenze di Black conscensus.
Il sesto brano, Golden heart, è un omaggio doveroso al grande Don Cherry e qui la voce della brava figlia sembra quasi l'Abbey Lincoln dei tempi migliori.
Il settimo brano, Dirt, degli Stooges, inutile dire che batteria e contrabbasso sono protagonisti ma l'originale è qui attaccato dal sassofono che si produce in un infuocato crescendo free che fa quasi dimenticare la chitarra di Ron Asheton.
L'ottavo brano, What reason could I give, un omaggio a Ornette Coleman (che lo suonava con Don Cherry). Swing lento e voce "linconiana".



Si potrebbe dire che questa è una onesta e semplice raccolta di cover ma c'è il pregio di una grande capacità metabolizzante e creativa che fa sì che la musica risulti sorprendente, intensa e nuova, molto fisica e ppoco intellettuale. Calda. L'ultima tappa di The Thing si ascolta proprio bene.


1 commento:

Anonimo ha detto...

mat gustavssonn mi ha tarpato le orecchie con tutto quel bordellodi noise che fa usualmente e adesso se ne esce con le ciliegine?

the thing= NOISE PPPRRRRRRRRRRRRR