Qualche giorno fa ho commentato una nota su Facebook che pubblicizzava l'imminente inizio di Ravenna Jazz nel quale si sarebbero esibiti i Quintorigo e Noah. Espressi perplessità circa l'accostamento del termine "jazz" e della musicista Noah. Il mio commento non lo trovo più, sembra scomparso. Un caso di censura? Non lo so. Certo che ultimamente i festival e le rassegne che si fregiano del nobile appellativo afroamericano presentano nei loro programmi veramente di tutto e di più. Oppure in questi ultimi tempi mi è sfuggito il fatto che Noah si sia dedicata al jazz abbandonando i suoi usuali percorsi.
Sul perchè i festival jazz abbiano bisogno di inserire in programma musicisti estranei o gli stessi musicisti ortodossi sentano sempre più impellente l'urgenza di rifare, rileggere, rivedere, interpretare vecchie istanze musicali ci sarebbe da indagare sul serio. Certo che i festival e le rassegne abbondano, ogni piccolo paese o frazione ha il suo e allora bisognerà pur trovare artisti attrattivi, capaci di convogliare profitti o finanziatori col diritto alla gratificazione. In questo senso funzionano di più i festival abbinati a un'offerta turistica come Perugia o Berchidda, per esempio: paghi uno prendi due.
C'è, tuttavia, una ragione più sottile che spiega tutto questo: lo spaesamento di chiunque si occupi di jazz, per passione o professione, rispetto alla crisi irreversibile che questo stile musicale sta subendo, crisi che viene da molto lontano, storicamente fisiologica. Il jazz si è ormai da vari decenni sclerotizzato in una dimensione classica, rugginosa e a corto di idee.
Viviamo i giorni della musica liquida, tanto per citare Bauman, dove i confini tra i generi sono sfaldati e le identità liberate dall'obbligo della coerenza.
Bisognerebbe trovare il coraggio di mettere in discussione il sistema che governa il jazz italiano che è sempre stato abbastanza borghese non avendo mai camminato nelle strade preferendo gli ambienti istituzionali. Ora che sta entrando nei Conservatori (e questa la dice lunga) si avvia a diventare musica accademica rischiando di allontanarsi ulteriormente dalla sua fonte primaria.
Per quanto riguarda i festival, poi, sarebbe necessario il coraggio di eliminare ogni allusione ai generi e puntare su tematiche intorno alle quali aggregare esperienze musicali le più disparate, metterle in contatto, farle reagire, fare si che tali rassegne diventino vero luogo di convergenze di istanze e sintesi di direzioni.
E' fondamentale non abbandonare mai l'esigenza di qualità, non scendere a compromessi su quest'ultimo parametro anche se ciò dovesse significare la chiusura di alcune rassegne. Non abbiamo bisogno di quantità ma di qualità, appunto.
Nel campo creativo insiste l'abitudine di rivedere vecchie musiche. Chi rifà De Andrè, chi riscopre Dalla, chi si accorge di Nino Rota. Credo e l'ho già detto che questa ossessiva ricerca delle riletture nel momento in cui diventa prassi così pervasiva (e salverei qualche sparuta eccezione) non può essere altro che sintomo di una crisi creativa e tuttavia esercitano un certo potere seduttivo dal chè si evince che la crisi da sbandamento, ahimè, interessa anche gli ascoltatori e i critici, non solo i musicisti.
Viviamo i giorni della musica liquida, tanto per citare Bauman, dove i confini tra i generi sono sfaldati e le identità liberate dall'obbligo della coerenza.
Bisognerebbe trovare il coraggio di mettere in discussione il sistema che governa il jazz italiano che è sempre stato abbastanza borghese non avendo mai camminato nelle strade preferendo gli ambienti istituzionali. Ora che sta entrando nei Conservatori (e questa la dice lunga) si avvia a diventare musica accademica rischiando di allontanarsi ulteriormente dalla sua fonte primaria.
Per quanto riguarda i festival, poi, sarebbe necessario il coraggio di eliminare ogni allusione ai generi e puntare su tematiche intorno alle quali aggregare esperienze musicali le più disparate, metterle in contatto, farle reagire, fare si che tali rassegne diventino vero luogo di convergenze di istanze e sintesi di direzioni.
E' fondamentale non abbandonare mai l'esigenza di qualità, non scendere a compromessi su quest'ultimo parametro anche se ciò dovesse significare la chiusura di alcune rassegne. Non abbiamo bisogno di quantità ma di qualità, appunto.
Nel campo creativo insiste l'abitudine di rivedere vecchie musiche. Chi rifà De Andrè, chi riscopre Dalla, chi si accorge di Nino Rota. Credo e l'ho già detto che questa ossessiva ricerca delle riletture nel momento in cui diventa prassi così pervasiva (e salverei qualche sparuta eccezione) non può essere altro che sintomo di una crisi creativa e tuttavia esercitano un certo potere seduttivo dal chè si evince che la crisi da sbandamento, ahimè, interessa anche gli ascoltatori e i critici, non solo i musicisti.

Nessun commento:
Posta un commento