La mia prima volta a Begamo.
Una città che come poche sa esprimere il concetto di 'potere' attraverso la sua struttura urbana con la città alta (l'acropoli) sede dei poteri temporale e religioso ma con il campanile di Santa Maria Maggiore ben più alto della torre del Podestà a ribadire come, in ogni caso, nessun potere umano possa superare quello divino.
Bergamo è una città carissima rispetto agli standard vercellesi: il mercato immobiliare, per esempio, segnava prezzi più alti mediamente dell'80% per non parlare del settore ristorazione con prezzi pressochè doppi ed affluenza ridotta del 90%.
Ma a Bergamo ci sono andato anche per seguire qualche concerto tra quelli offerti dal Bergamo Jazz Festival in corso nella settimana dal 19 al 26 marzo e quindi passiamo a parlare di musica.
La prima riflessione a sorgere spontanea è che, a parte il Novara Jazz (merito a ringraziamenti a Corrado Beldì) i festival jazz peninsulari si assomigliano più o meno tutti nella scelta di offrire classicismo e tradizione in quelli che sarebbero gli eventi clou del giorno (che per Bergamo significava Teatro Donizetti, ore 21.00 e prezzi che potevano superare i 30 €) e riservare le performance orientate alla ricerca e/o alle novità a luoghi e orari decentrati. Ovviamente non poche volte tale musica decentrata risulta più interessante.
Diciamo delle serate al Donizetti alle quali ho assistito:
https://drive.google.com/file/d/1BQzuoUZ1p8Yf0MxfImPJ8oCJSM7ERUAV/view?usp=sharingIl primo concerto, alle 21.00 di venerdì 24 vedeva esibirsi il duo composto da Bill Frisell alla chitarra e Kenny Wollesen alla batteria. un'esibizione inaspettata, spiazzante e un po' deludente. Ciò che il pubblico ha potuto ascoltare è stata musica fluente con brani privi di struttura. Una specie di catalogo di sounds chitarristici. Frisell, supportato dalla precisa scansione ritmica di Wollesen, è passato da sonorità country a quelle hard rock, dal blues al jazz servendosi di un ampio set di pedali. Una rivisitazione della storia della chitarra che mi ha indotto a una imprescindibile considerazione: nessuna acqua limpida è passata sotto il ponte dopo l'onda anomala di Jimi Hendrix, nessuna vera novità, insomma. Forse un po' di noia, alla fine.
Noiosamente piacevole, ma sempre noiosa è stata la performance seguente che ha visto l'esibizione del quartetto della violinista Regina Carter nel progetto Simply Ella consistente in una riproposizione personale del repertorio di Ella Fitzgerald. La Carter ha suonato il violino accompagnata da Marvin Sewell alla chitarra, Reggie Washington al contrabbasso e Alvester Garnett alla batteria.
Quello di Regina Carter è un jazz molto classico, piacevole all'ascolto ma, alla lunga, un po' stancante per quel senso di deja vu francamente insopportabile che lo caratterizza.
La serata di sabato 25 è stata senza dubbio più elettrizzante. Alla performance del quartetto di William Parker, anche questo nel solco della tradizione afroamericana è seguita quella del tentetto scadinavo di Marylin Manzur che ha offerto momenti veramente molto stimolanti.
Il quartetto di Parker comprendeva James Brandon Lewis al sassofono tenore, Cooper Moore alle tastiere elettroniche e Hamid Drake alla batteria. Vera musica newyorkese, ritmo incalzante e preciso ( e vorrei vedere, con Parker e Drake...) una dose farmaceutica di dissonanze all'organo elettrico da parte di Moore e la grande velocità esecutiva di Brandon Lewis su spartito bilanciata da un misurato slancio improvvisativo.
In verità il nostro sassofonosta ha steccato due volte su passaggi tecnici per volgare scivolamento del dito dal tasto ma lo perdoniamo anche perchè è risaputo come nella musica afroamericana gli errori si risolvano quasi sempre in deviazioni ammesse e piacevoli. Così è stato con Brandon Lewis.
Una considerazione al volo: personalmente, di questi figli di Coltrane comincio a stufarmi seriamente. O il sassofono tenore trova una strada nuova o basta, recuperiamo i clarinetti e lavoriamo sui legni che forse è meglio!
Non ho ben capito il titolo del progetto: Explorations, visto che di esplorazione ce n'era veramente pochina...
Marylin Mazur's Shamania è stata una sorpresa a tratti piacevole e a tratti un po' perplimente (si può dire?). Elenchiamo le musiciste, oltre alla percussionista Mazur: Josephine Cronholm, voce e percussioni; Hildegun Oiseth, tromba e corno; Lotte Anker, sassofoni; Sissel Vera Pettersen, sassofoni e voce; Lis Wessberg, trombone; Makiko Hirabayashi, pianoforte, tastiere; Ellen Andrea Wang, contrabbasso; Lisbeth Diers, congas, percussioni; Anna Lund, batteria; Tine Erica Aspaas, danza e coreografie.
Dunque, prima considerazione: in Italia sarebbe possibile un'orchestra di questo genere, tutta al femminile?
Seconda considerazione: il sassofono della Pettersen e della Anker non erano coltraniani e questa è una bella notizia. Erano però Garbarekiani ma ciò non era certamente un male. Per quanto riguarda i singoli mi è parsa strabiliante la Pettersen per qualità vocali. Mi ricordava Anna Marie Hefele. Complimenti per la padronanza e versatilità tecnica.
La musica prodotta era una commistione tra atmosfere tipicamente baltiche e poliritmia africana e la nota dolente è situata proprio nella mancanza di amalgama tra queste due componenti rimaste troppo separate per tutta la durata della performance con la componente percussiva un po' troppo invadente e a tratti opprimente. Avrei gradito una maggiore capacità interazionale da parte dell'enorme set percussivo che invece ha spesso soffocato le voci liriche nelle parti suonate in ensemble.
Il pomeriggio del 25, all'Auditorium di Piazza Libertà, è andata in scena una intensa performance del quintetto di Christian Wallumrod composto dallo stesso al pianoforte, harmonium e toy piano con Eivind Lonning alla tromba, Espen Reinertsen al sassofono tenore, Katrine Schiott al violoncello e Per Oddvar Johansen alla batteria e vibrafono.
La musica del quintetto si poteva definire come 'minimalismo nordico' ed era molto seduttiva. i brani erano caratterizzati da un inizio basato su frasi motiviche molto semplici dettate ora dal pianoforte sul registro alto, ora dal vibrafono piuttosto che dal set ti metallofoni (triangoli e campanellini) sui quali si innestavano i fiati con note lunghe sottolineate dalla linea grave del violoncello. La musica progrediva come a singhiozzo in un susseguirsi di attacchi e pause molto lunghe capaci di creare una tensione a tratti quasi insopportabile.
Una classica struttura eseguita, per esempio, prevedeva una sequenza di 8 battute di 4/4 suddivise a due a due in cui la prima conteneva una pausa da 4/4 mentre la seconda conteneva una pausa da 2/4 e due semiminime suonate all'unisono da tutti gli strumenti e contrappuntate dalla batteria del bravissimo Johansen.
Certamente una musica che gradirei riascoltare, quella di Wallumrod.
La pioggia che è scesa la notte tra sabato e domenica mi ha indotto a lasciare Bergamo nella mattinata di domenica.
E' tutto.






