lunedì 27 marzo 2017

Bergamo Jazz Festival: qualche concerto visto qua e là...

La mia prima volta a Begamo.
Una città che come poche sa esprimere il concetto di 'potere' attraverso la sua struttura urbana con la città alta (l'acropoli) sede dei poteri temporale e religioso ma con il campanile di Santa Maria Maggiore ben più alto della torre del Podestà a ribadire come, in ogni caso, nessun potere umano possa superare quello divino.
Bergamo è una città carissima rispetto agli standard vercellesi: il mercato immobiliare, per esempio, segnava prezzi più alti mediamente dell'80% per non parlare del settore ristorazione con prezzi pressochè doppi ed affluenza ridotta del 90%.

Ma a Bergamo ci sono andato anche per seguire qualche concerto tra quelli offerti dal Bergamo Jazz Festival in corso nella settimana dal 19 al 26 marzo e quindi passiamo a parlare di musica.

La prima riflessione a sorgere spontanea è che, a parte il Novara Jazz (merito a ringraziamenti a Corrado Beldì) i festival jazz peninsulari si assomigliano più o meno tutti nella scelta di offrire classicismo e tradizione in quelli che sarebbero gli eventi clou del giorno (che per Bergamo significava Teatro Donizetti, ore 21.00 e prezzi che potevano superare i 30 €) e riservare le performance orientate alla ricerca e/o alle novità a luoghi e orari decentrati. Ovviamente non poche volte tale musica decentrata risulta più interessante.

Diciamo delle serate al Donizetti alle quali ho assistito:

https://drive.google.com/file/d/1BQzuoUZ1p8Yf0MxfImPJ8oCJSM7ERUAV/view?usp=sharingIl primo concerto, alle 21.00 di venerdì 24 vedeva esibirsi il duo composto da Bill Frisell alla chitarra e Kenny Wollesen alla batteria. un'esibizione inaspettata, spiazzante e un po' deludente. Ciò che il pubblico ha potuto ascoltare è stata musica fluente con brani privi di struttura. Una specie di catalogo di sounds chitarristici. Frisell, supportato dalla precisa scansione ritmica di Wollesen, è passato da sonorità country a quelle hard rock, dal blues al jazz servendosi di un ampio set di pedali. Una rivisitazione della storia della chitarra che mi ha indotto a una imprescindibile considerazione: nessuna acqua limpida è passata sotto il ponte dopo l'onda anomala di Jimi Hendrix, nessuna vera novità, insomma. Forse un po' di noia, alla fine.

Noiosamente piacevole, ma sempre noiosa è stata la performance seguente che ha visto l'esibizione del quartetto della violinista Regina Carter nel progetto Simply Ella consistente in una riproposizione personale del repertorio di Ella Fitzgerald. La Carter ha suonato il violino accompagnata da Marvin Sewell alla chitarra, Reggie Washington al contrabbasso e Alvester Garnett alla batteria.
Quello di Regina Carter è un jazz molto classico, piacevole all'ascolto ma, alla lunga, un po' stancante per quel senso di deja vu francamente insopportabile che lo caratterizza. 

La serata di sabato 25 è stata senza dubbio più elettrizzante. Alla performance del quartetto di William Parker, anche questo nel solco della tradizione afroamericana è seguita quella del tentetto scadinavo di Marylin Manzur che ha offerto momenti veramente molto stimolanti.

Il quartetto di Parker comprendeva James Brandon Lewis al sassofono tenore, Cooper Moore alle tastiere elettroniche e Hamid Drake alla batteria. Vera musica newyorkese, ritmo incalzante e preciso ( e vorrei vedere, con Parker e Drake...) una dose farmaceutica di dissonanze all'organo elettrico da parte di Moore e la grande velocità esecutiva  di Brandon Lewis su spartito bilanciata da un misurato slancio improvvisativo.
In verità il nostro sassofonosta ha steccato due volte su passaggi tecnici per volgare scivolamento del dito dal tasto ma lo perdoniamo anche perchè è risaputo come nella musica afroamericana gli errori si risolvano quasi sempre in deviazioni ammesse e piacevoli. Così è stato con Brandon Lewis.
Una considerazione al volo: personalmente, di questi figli di Coltrane comincio a stufarmi seriamente. O il sassofono tenore trova una strada nuova o basta, recuperiamo i clarinetti e lavoriamo sui legni che forse è meglio!
Non ho ben capito il titolo del progetto: Explorations, visto che di esplorazione ce n'era veramente pochina...

Marylin Mazur's Shamania è stata una sorpresa a tratti piacevole e a tratti un po' perplimente (si può dire?). Elenchiamo le musiciste, oltre alla percussionista Mazur: Josephine Cronholm, voce e percussioni; Hildegun Oiseth, tromba e corno; Lotte Anker, sassofoni; Sissel Vera Pettersen, sassofoni e voce; Lis Wessberg, trombone; Makiko Hirabayashi, pianoforte, tastiere; Ellen Andrea Wang, contrabbasso; Lisbeth Diers, congas, percussioni; Anna Lund, batteria; Tine Erica Aspaas, danza e coreografie.
Dunque, prima considerazione: in Italia sarebbe possibile un'orchestra di questo genere, tutta al femminile?
Seconda considerazione: il sassofono della Pettersen e della Anker non erano coltraniani e questa è una bella notizia. Erano però Garbarekiani ma ciò non era certamente un male. Per quanto riguarda i singoli mi è parsa strabiliante la Pettersen per qualità vocali. Mi ricordava Anna Marie Hefele. Complimenti per la padronanza e versatilità tecnica.
La musica prodotta era una commistione tra atmosfere tipicamente baltiche e poliritmia africana e la nota dolente è situata proprio nella mancanza di amalgama tra queste due componenti rimaste troppo separate per tutta la durata della performance con la componente percussiva un po' troppo invadente e a tratti opprimente. Avrei gradito una maggiore capacità interazionale da parte dell'enorme set percussivo che invece ha spesso soffocato le voci liriche nelle parti suonate in ensemble.

Il pomeriggio del 25, all'Auditorium di Piazza Libertà, è andata in scena una intensa performance  del quintetto di Christian Wallumrod composto dallo stesso al pianoforte, harmonium e toy piano con Eivind Lonning alla tromba, Espen Reinertsen al sassofono tenore, Katrine Schiott al violoncello e Per Oddvar Johansen alla batteria e vibrafono.
La musica del quintetto si poteva definire come 'minimalismo nordico' ed era molto seduttiva. i brani erano caratterizzati da un inizio basato su frasi motiviche molto semplici dettate ora dal pianoforte sul registro alto, ora dal vibrafono piuttosto che dal set ti metallofoni (triangoli e campanellini) sui quali si innestavano i fiati con note lunghe sottolineate dalla linea grave del violoncello. La musica progrediva come a singhiozzo in un susseguirsi di attacchi e pause molto lunghe capaci di creare una tensione a tratti quasi insopportabile.
Una classica struttura eseguita, per esempio, prevedeva una sequenza di 8 battute di 4/4 suddivise a due a due in cui la prima conteneva una pausa da 4/4 mentre la seconda conteneva una pausa da 2/4 e due semiminime suonate all'unisono da tutti gli strumenti e contrappuntate dalla batteria del bravissimo Johansen. 
Certamente una musica che gradirei riascoltare, quella di Wallumrod.

La pioggia che è scesa la notte tra sabato e domenica mi ha indotto a lasciare Bergamo nella mattinata di domenica.
E' tutto.



sabato 28 gennaio 2017

Reminder

Riflessioni sparse:

1)Seguire le interessanti relazioni musica/ambiente di Luca Aquino, da Icaro a Petra, da Benevento a Oslo, tra pedalate, musica  e cos'altro ancora? Qualche sbavatura, forse emerge di tanto in tanto ma il tutto risulta molto intrigante.







2) Ascoltare The Epic, di Kamasi Washington e America's National Park, di Wadada Leo Smith per capire quanto ancora sia maestosa, quanto ancora sia lontana dai nostri livelli la grande musica afroamericana!
Gli ultimi quattro minuti di Yellowstone[1], con l'afflato lirico e cristallino della tromba sorretto dall'impressionistico contrabbasso di Lindberg è uno dei più bei momenti musicali vissuti dal sottoscritto nell'ultimo anno.









3) Procurarsi (purtroppo non è facile e non finirò mai di ringraziare Francesco Massaro per avermene fatto omaggio di una copia) il Bestiario Marino, di Francesco Massaro per capire come si possa fare ricerca senza inseguire modelli oltreoceanici e innovare partendo dalla nostra tradizione.




4) Prendere atto della eccessiva sopravvalutazione di Ida Lupino, di Giovanni Guidi, della serie quando a dettare legge è l'estetica eicheriana uber alles.



PS Tenere d'occhio i Desuonatori!

Con Luca Aquino alla tromba suonano:
Natalino Marchetti, fisarmonica
Sergio Casale, flauto e arrangiamenti
Anna Maria Matuszczak, violino
Bassem Al Jaber, contrabbasso
Brad Broomfield, percussioni
Mohammad Abbas, violino
Laurentiu Baciu, oboe
Jordanian National Orchestra

Con Kamasi Washington al sassofono tenore suonano:
Thundercat, basso elettrico
Miles Mosley, basso acustico
Ronald Bruner Jr, batteria
Tony Austin, batteria
Leon Mobley, percussioni
Cameron Graves, piano
Brandon Coleman, tastiere
Ryan Porter, trombone
Igmar Thomas, tromba
Patrice Quinn, voce
Dwight Trible, voce

Con Wadada Leo Smith alla tromba suonano:
Anthony Davis, piano
Ashley Walters, violoncello
John Lindberg, contrabbasso
Pheeroan akLaff, batteria
Jesse Gilbert, videoartista

Con Francesco Massaro al sassofono baritono e clarinetto basso suonano:
Gianni Lenoci, pianoforte, piano preparato, Fender Rhodes, radio, toys
Mariasole De Pascali, flauto, flauto alto, flauto preparato
Michele Ciccimarra, batteria, steel-set, chimes, cupa cupa, objects trouvès

Con Giovanni Guidi al pianoforte suonano:
Gianluca Petrella, trombone
Louis Sclavis, clarinetto
Gerald Cleaver, batteria.

[1] Il titolo completo del brano è: "Yellowstone: The First National Park and the Spirit of America- The Mountains, Super Volcano Caldera and its Ecosystem 1872"






venerdì 2 dicembre 2016

I dischi rovinano il panorama

La musica registrata è antitetica alla natura. I dischi rovinano il panorama
[John Cage]

Dove si parla:

dell'interessante libro di David Grubbs il cui nodo centrale è la contraddizione tra l'impossibilità della riproducibilità tecnica delle avanguardie musicali del '900, compreso il free jazz, e il ruolo fondamentale che ha avuto il disco nella diffusione e fruizione dell'avanguardia sia eurocolta che afroamericana.

Del rapporto fra la musica afroamericana e quella eurocolta del ‘900 
Di questo argomento se ne parla da sempre, basti pensare ai riferimenti colti, sia musicali che empatici, spesso dichiarati da molti musicisti afroamericani nei confronti di esponenti della musica europea, non sempre ricambiati, a dire il vero. Come non citare Bartok, Stravinski, Milhaud, Varese ed altri ancora.

Di come talune correnti afroamericane hanno rinunciato a capisaldi basilari del proprio linguaggio per abbracciare tecniche e linguaggi eurocolti. Si può citare a proposito Braxton ma non solo, tutta l’avanguardia afroamericana, dagli anni ’60 in poi, è dialetticamente agganciata ai movimenti eurocolti del ‘900 in un abbraccio non certamente ricambiato.

La storia del compositore Henry Flynt che Grubbs racconta nel suo saggio, è sintomatica di una conflittualità tra i due mondi che potrebbe sembrare irrisolvibile.: Henry Flint, un protagonista della musica del secondo novecento racconta il suo incontro con John Cage nel loft di Yoko Ono e del colloquio tra i due che seguì l’esposizione al pianoforte di una composizione dello stesso Flynt.
Sollecitato da Cage a spiegare il brano eseguito, Flynt confessò il suo amore per il jazz, il soul e il blues attirandosi una risposta lapidaria da Cage: ‘E allora cosa ci fai qui?’
Questo episodio, a detta dello stesso Flynt, allontanò definitivamente il compositore dalla sfera della musica contemporanea 



Si parla, inoltre, di George E. Lewis, il formidabile trombonista targato AACM che fece notare come

le musiche afroamericane siano scomparse nella costruzione di una prassi musicale sperimentale quasi completamente bianca.
Attributi codificati per la parola musica, come

Experimental
New art
Serious
Avantgarde
Contemporary

Sono usati per delineare una localizzazione all’interno della sfera della bianchitudine’.

Nello stesso saggio a cui si riferisce questa frase estrapolata, Lewis cita Anthony Braxton:

‘aleatorio e indeterminismo sono entrambi termini coniati per scavalcare la parola improvvisazione e in quanto tale l’influenza di una sensibilità non bianca’.


Aleatorietà
Casualità
Inserimento di istanze indeterminate in un contesto determinato della composizione
Determinata
Strutturata
Improvvisazione nell’ambito di una previsione generale

Improvvisazione
Non previsto
Indeterminato
Libero da strutture
Non strutturata




I dischi rovinano il panorama. John Cage, gli anni ’60 e la musica registrata
David Grubbs

Arcana Editrice

giovedì 22 settembre 2016

Transblack music

Non sono quegli arrangiamenti pieni di Epos, da colonna sonora anni '60 quando non proprio da night club anni '50- E' ben altro.
Sono gli assoli strumentali deja vu (è possibile ancora suonare assoli di sassofono innovativi?), il sound sempre in riga dentro accordi perfetti e mai dissonanti, la cura del suono non artigianale ma già industriale (la raffinazione in laboratorio del timbro non giova all'effetto creativo) ciò che riduce la musica a fenomeno commerciale, molto pop.
Poi c'è un uso di suoni, situazioni e arrangiamenti pescati un po' lungo la gloriosa storia del jazz, del rythm'nblues ma anche del soul, con quei sospiri di hammond sparsi qua e là.

Mi sembra un'operazione commerciale di effetto. Può certamente vendere tanto e imporre il nostro a livello di mainstream, perfino arricchirlo (L'establishment americano è potente). E poi, vogliamo mettere quante suggestioni alla Dashiell Hammett?
Giusto per chi vuole inserire nel lettore o sul giradischi un po' di easy listening.

Che il nostro curi particolarmente l'aspetto economico del suo mestiere lo si evince dal fatto che non cede i diritti alla potente Spotify come fa la maggior parte dei comuni mortali.

Ah, sto parlando di Kamasi Washington ascoltanto il suo album, The Epic

Ora azzarderei una cosa interessante: la musica di costui è transblack: riunisce tutte le correnti della produzione storica afroamericana in un unico sound e questa trascendenza tra i generi è un contributo portentoso alla causa. Peccato che l'encomiabile operazione creativa si svolga sotto la coperta del business ma forse non si può pretendere troppo.


domenica 8 maggio 2016

Lo spirito della musica creativa



Garrison Fewell  domanda:

Dalla tua prospettiva, qual è lo spirito della musica improvvisata?

Myra Melford risponde:

Per me lo spirito della musica improvvisata ha diverse componenti, ma una delle più importanti è la natura di essere nel momento ed essere aperti a ciò che è imperscrutabile o sconosciuto. Un altro modo di parlarne è il mistero. Il desiderio di mostrare e vedere cosa succede davvero nella musica. E per me è la vita della musica in generale. Quella specie di sensazione, quella scintilla del riconoscimento o dell'ispirazione, sia che io stia ascoltando musica, sia che la stia componendo, suonando in solo o con altre persone. Quella connessione centrata intorno all'ascolto di ciò che può succedere. E per me è una cosa molto misteriosa e, in un certo senso, spirituale.
Potresti chiedermi perchè ho suonato ciò che ho appena suonato, ma a un certo livello non ha nulla a che fare con quel che credo dovrebbe succedere. E' come aprire uno stato e permettere a qualcosa di accadere, come aprire una porta.


domenica 1 maggio 2016

Le parole dell'improvvisazione



L'atteggiamento del jazzista non è quello di un problem-solver dotato di un formidabile meccanismo di computazione, una sorta di calcolatore interno che gli consente, per ogni coppia di opzioni possibili, di determinare la scelta ottimale. Il jazzista che improvvisa ha piuttosto un atteggiamento retrospettivo (cfr. Gioia 1988, 61). Egli non può dis-suonare nè cancellare quello che ha suonato (può tutt'al più rallentare il tempo). Non è come il vasaio che valuta il risultato della sua azione e se questo non lo soddisfa lo scarta e ricomincia.








E tuttavia il jazzista non procede ciecamente, come se non avesse indicatori a disposizione per sapere dove vuole o deve muoversi: può infatti guardare indietro a quello che ha suonato, e reagirvi, risituandolo, reinterpretandolo e dandogli una forma nelle frasi successive, come quando, parlando, ci si ascolta mentre si dice una parola o un segmento di frase, ci si altera o vi si aggiunge qualcos'altro o si ridirige il senso di quanto iniziato a dispiegarsi. Sotto questo profilo il jazzista suona su quello che ha appena suonato: lo connota, lo varia, lo sviluppa.

[Davide Sparti, Suoni Inauditi, Il Mulino-Intersezioni, 2005 pag.163]


Reagire

Risituare


Reinterpretare


Dare nuova forma


Ascoltarsi


Alterarsi


Ridirigere


Dispiegare


Connotare

                                                                                                  Variare
                                                                                                  Sviluppare