giovedì 22 settembre 2016

Transblack music

Non sono quegli arrangiamenti pieni di Epos, da colonna sonora anni '60 quando non proprio da night club anni '50- E' ben altro.
Sono gli assoli strumentali deja vu (è possibile ancora suonare assoli di sassofono innovativi?), il sound sempre in riga dentro accordi perfetti e mai dissonanti, la cura del suono non artigianale ma già industriale (la raffinazione in laboratorio del timbro non giova all'effetto creativo) ciò che riduce la musica a fenomeno commerciale, molto pop.
Poi c'è un uso di suoni, situazioni e arrangiamenti pescati un po' lungo la gloriosa storia del jazz, del rythm'nblues ma anche del soul, con quei sospiri di hammond sparsi qua e là.

Mi sembra un'operazione commerciale di effetto. Può certamente vendere tanto e imporre il nostro a livello di mainstream, perfino arricchirlo (L'establishment americano è potente). E poi, vogliamo mettere quante suggestioni alla Dashiell Hammett?
Giusto per chi vuole inserire nel lettore o sul giradischi un po' di easy listening.

Che il nostro curi particolarmente l'aspetto economico del suo mestiere lo si evince dal fatto che non cede i diritti alla potente Spotify come fa la maggior parte dei comuni mortali.

Ah, sto parlando di Kamasi Washington ascoltanto il suo album, The Epic

Ora azzarderei una cosa interessante: la musica di costui è transblack: riunisce tutte le correnti della produzione storica afroamericana in un unico sound e questa trascendenza tra i generi è un contributo portentoso alla causa. Peccato che l'encomiabile operazione creativa si svolga sotto la coperta del business ma forse non si può pretendere troppo.


Nessun commento: