Leggendo il libro 'Il suono del nord', dedicato al fenomeno della musica norvegese (a tutti noi viene immediatamente in mente Ian Garbarek ma non è il solo!) mi vene spontaneo fare qualche paragone tra Norvegia e Italia, un po' sulla falsariga di quello che avviene nella trasmissione televisiva L'erba del vicino, condotta dall'antipatico Severgnini.
Come spiegare dunque il fenomeno musicale norvegese?
E' molto interessante analizzare il percorso tipico del musicista tipico, dalla formazione alla professione.
Il musicista italiano
accede presto al Conservatorio (di nome e di fatto). In questo freezer sarà costretto a confrontarsi con una didattica paleolitica che lo convincerà della necessità di omologare il suo timbro al concetto di 'suono bello' (quante volte ho sentito quest'odioso termine), dell'importanza filologica della scrittura musicale alla quale imparerà presto ad attenersi scrupolosamente. Sarà certamente informato sulla superiorità della musica eurocolta sul restante magmatico mondo musicale 'altro', compresa la propria più profonda tradizione.
Finito il Conservatorio, il musicista italiano verrà lasciato al suo destino di clientele, lavoro nero o sottopagato (tranne pochissime eccezioni).
E' ovvio che nessun animale selvatico, se cresciuto in cattività, può affrontare la foresta in sicurezza, nonostante l'istinto, e così il nostro comincia a barcamenarsi tra subordinata influenza americana, riferimenti a qualche icona rock o popolare, magari qualche musica da film.
Il musicista norvegese
ha, viceversa, dapprima goduto della quasi assenza di istituzioni paragonabili ai nostri conservatori e solo in seguito questi ultimi si sono diffusi ma con programmi e didattiche sicuramente a passo con le necessità creative più moderne, meno ingessati e ammuffiti nella naftalina.
Da quanto si può dedurre leggendo il libro di Vitali le istituzioni didattiche norvegesi non rinunciano a stimolare le differenze stilistiche e creative degli studenti e sanno guardare a un patrimonio musicale più ampio di quello limitato alla musica eurocolta e comprensivo della propria grande tradizione.
Il musicista formato, poi, può godere di un vero e proprio sistema musicale che vede da un lato la presenza di numerose occasioni di esibizione interagenti con efficace sinergia territoriale e culturale e dall'altro un'industria musicale attenta, competente e innovativa, anch'essa sinergica col sistema dei festival, dei teatri e dei clubs, Un nome su tutti: ECM.
Fa specie il sapiente utilizzo della tradizione folklorica sia norvegese che globale (world music) con particolare attenzione al bacino del Mediterraneo, cosa che invece i nostri musicisti, troppo presi da rifacimenti pop e commerciali, si guardano bene dal fare.
In questo senso non finirò mai di elogiare i tentativi non sempre riusciti, per la verità, ma sempre encomiabili di molti musicisti pugliesi che invece hanno imparato a sondare le acque del canale d'Otranto da un po' di tempo a questa parte, a guardare dall'altra parte, a incontrare persone, musiche e linfa succosa.
Suggerimenti:
un ottimo musicista:
Admir Shkurtaj
il più interessante lavoro recente:
Bestiario marino, Francesco Massaro group, Desuonatori
Qualche gruppo che varrebbe la pena ascoltare:
Opa Cupa, Maria Mazzotta-Redi Hasa, Banda Adriatica
Il vate:
Gianni Lenoci
Uno da (ri)ascoltare assolutamente:
Jon Balke
Il suono del nord. La Norvegia protagonista della scena jazz europea, Luca Vitali, Auditorium
PS Sono arrivato solo a metà libro, nella lettura...

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