venerdì 10 aprile 2015

Improvvisando...

i pianisti classici non hanno uno sfogo per tutta quella musica che hanno dentro. E allora cercano di mettere qualcosa di personale dentro Mozart o Beethoven, uno sforzo terribile. Io suono Bach o Handel alla lettera, la 'mia visione' non esiste. Ma quando impovviso sono completamente libero. I più grandi pianisti del mondo tengono la loro immaginazione al guinzaglio perché hanno sempre davanti quello spartito. Allora io dico: liberateli.
Il mio amico Vladimir Ashkenazy mi ha raccontato che suo padre suonava il piano nei cinema ai tempi del muto: improvvisava sempre. 'Io non sarei capace' mi ha detto. Dovrebbe ritirarsi per mesi ed entrare in una forma mentis completamente diversa. Ecco perché i grandi pianisti rischiano la schizofrenia. Lo stress produce un modo di suonare meccanico, la fedeltà è una trappola: io cerco di non essere fedele nemmeno a me stesso, il cervello è ingannatore, le dita gli dicono cose che, da solo, non immaginerebbe mai.
[Keith Jarrett, intervista al Corriere della Sera, maggio 2009 *]


Le molteplici forme nelle quali è possibile declinare la musica sono riconducibili nelle due principali, scrittura e improvvisazione, come è noto. 
Qui Jarrett evidenzia un possibile problema derivante dal rapporto dialettico tra istanza creativa e attinenza alla scrittura, un problema potenzialmente stressogeno che non toccherebbe, a suo dire, il musicista improvvisatore. Sarà vero?
Io dico di no...

Le forme della musica...


(*)Gildo De Stefano, Una storia sociale del jazz, Mimesis, pag. 133

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