venerdì 22 aprile 2011

Lo Spirito Santo

Se John (Coltrane) è il padre e Pharoah (Sanders) il figlio, io sono lo Spirito Santo
(Albert Ayler)


Il suo corpo fu rinvenuto galleggiante nell'East River, poco distante dal molo 2 di Congress Street, Brooklin. Era il 25 novembre 1970. Da venti giorni che nessuno lo aveva più visto. La tesi ufficiale della sua morte parla di asfissia da annegamento e non dice altro. Taluni sussurravano di un coltello piantato nella schiena, altri di un periodo di depressione, altri ancora non sapevano proprio cosa dire. Da venti giorni, in ogni caso, mancava al mondo l'urlo del suo sassofono.

La cosa che balza immediatamente all'attenzione, ascoltando Albert Ayler, è la centralità, nella sua musica, del timbro, a discapito di armonia e melodia.
L'approccio preminentemente timbrico alla musica era supportato dalla scelta di un'ancia particolare, costruita in materiale plastico (Fibracane) estremamente rigida, corrispondente a una n. 4, tanto per intendersi.
Il timbro, appunto, è stridente, tagliente, irritante.
Se si analizza uno dei suoi brani più noti, Ghosts, si vede come esso inizi con un motivetto banale che si dipana sulle classiche dodici battute blues prima di essere attaccato e gradualmente dissolto dall'impeto irriverente di un moto improvvisativo non certo importante dal punto di vista melodico siccome si sviluppava per scale il più delle volte maggiori ma carico di un elemento di disturbo. E disturbante era la musica di Albert Ayler. Giocata su due piani apparentemente incompatibili, orecchiabilità/incursione timbrica, suscitando nell'ascoltatore clamore, stupore, smarrimento.

Mai prima di lui il jazz era stato aggredito in modo così violento (John Litweiler)

L'uomo che si cospargeva il viso di vaselina per difendersi dalle vibrazioni del mondo[1] con i suoi assoli infuocati sembrava urlare il disagio degli afroamericani simbolizzandolo nel suo disagio personale. In ogni  esecuzione sembrava giocare col suo passato per poi attaccarlo e dissolverlo, creando macerie su cui urlare un desiderio di futuro irrisolto, soffocato dal mistero di una morte troppo prematura.


E' forse da lì dove io mi sono fermato che lui è partito, disse John Coltrane alla fine del 1966, forse già consapevole della malattia che lo avrebbe ucciso. e in questo modo lo proclamava ufficialmente suo erede.
Simbolo di questa staffetta può essere considerato Interstellar Space, il disco postumo di Coltrane, scarnificato al massimo nella consistenza del duo, sassofono e batteria. La sostanza musicale coltraniana era ancora troppo irraggiungibile da Ayler ancora lungi dal sapersi liberare da sè stesso, percorso che Coltrane aveva già intrapreso. La musica di Interstellar Space si era riscattata da temi e ritmi di riferimento e il tessuto improvvisativo era racchiuso in una struttura logica e ricorrente. Ayler era molto lontano da questo stato di cose nè l'improvvisa morte ci ha permesso di vedere completarsi la traiettoria della sua musica.



[1] testimonianza del sassofonista Noah Howard, riportata nel libro Serious As Your Life, di Valerie Wilmer



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