Un albero che cade nella foresta amazzonica non fa rumore…
Icaro solo, del musicista Luca Aquino, è un’opera estremamente interessante.
Registrato dal vivo e in unica soluzione nella chiesa sconsacrata di Sant’Agostino, a Benevento, è un esperimento coraggioso e, a mio avviso, riuscito di interazione musico-ambientale.
La musica è suono e non ha entità fisica. Non è altro che un fenomeno virtuale creato dal nostro cervello, un’illusione.
In realtà, il fenomeno fisico corrispondente è di carattere ondulatorio e ha luogo nell’atmosfera. Per questo motivo ha la capacità di pervadere tutto lo spazio intorno.
In questo caso, lo spazio dove si sviluppa la creazione di Luca Aquino è quello di una chiesa e questo ha la sua importanza dato che energia ondulatoria e forma spaziale interagiscono (acustica) per creare quella cosa, dentro l’ascoltatore, che usiamo, appunto, chiamare “musica”. Il luogo è sempre determinante nella produzione musicale come sa ogni musicista!
Ciò che colpisce, in particolar modo, è che lo spazio utilizzato dal musicista per la sua performance non è uno spazio “preparato” ma vergine, vivo, con i suoi vuoti, i rumori imprevisti e voluti, le voci, i passi che rimbombano.
La tromba agisce dentro un sistema imprevedibile. Assistiamo a un ribaltamento dei ruoli: qui la musica è scritta, strutturata laddove è l’ambiente esterno a improvvisare con suoni e rumori che nascono inaspettati o provocati d’amblè dallo stesso musicista.
Vengono messe in gioco tutte le coordinate dell’esperienza musicale: lo strumento, il corpo e lo spazio e in queste coordinate si definisce la creatività di Luca Aquino in un prodotto che, lungi dall’essere compiuto, definisce percorsi ancora da intraprendere e prospettive in divenire.
La musica, come dicevo prima, è formalmente strutturata, con parti scritte e l’utilizzo di frasi standard (loops) ponendosi, in questo modo,come riferimento rispetto alla variabili esterne più inaspettate (almeno per l’ascoltatore).
Variabili che possono essere voci invece di trapani in azione o passi di corsa o ancora tappeti elettronici e riverberi vari. Infatti il suono non è mai limpido e squillante ma sempre ovattato anche nelle rare escursioni verso tonalità più alte. Questo permette di ottenere omogeneità timbrica e credo che sia un risultato cercato, almeno in sede di missaggio.
I tredici brani che compongono il disco sono legati tra loro dallo stesso comun denominatore di timbro e fraseggio in modo tale da poterli ascoltare come se fosse una suite. Il ritmo è garantito dall’aspetto estemporaneo della dialettica tromba ambiente, talvolta sorprendente talvolta ricorrente in ostinato. L’uso dell’elettronica è sapiente e si sa bene quanti pericoli sottende l’utilizzo di generatori sintetici di suono se usati a vanvera, pericoli che Luca Aquino sa evitare con abilità.



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