"Perchè certe esposizioni tematiche devono essere ripetute per mezzo di espedienti meccanici quando ai musicisti sarebbe stato possibile suonare il tema una seconda volta?"
[Alun Morgan, critico musicale, a proposito di Bitches Brew]
La domanda posta da Alun Morgan non era assolutamente peregrina e, sebbene il critico non avesse colto appieno il senso del lavoro postproduzione ne aveva intuito alcuni presagi.
Alienazione del musicista dal suo ruolo naturale.
il musicista è alieno, estraneo, non appartiene al progetto. Potrebbe suonare il loop molte altre volte ma non lo fa nè gli viene richiesto. Se ne occupa il tecnico in sala di registrazione. Decide il tecnico.
Perchè? Si chiede, ingenuamente, il critico musicale, alieno anche lui, evidentemente, da metodologie che, per l'epoca, erano abbastanza inusuali.
Vi sono due momenti separati: quello dei musicisti e dell'esecuzione e quello della elaborazione tecnica. Il primo è abbastanza libero dalle esigenze di mercato (non del tutto, certo...) il secondo, viceversa, persegue lo scopo del prodotto finale, il disco. E lo scopo è vendere il più possibile. Miles Davis veniva visto come un'icona pop con un suo mercato potenziale inusuale per quelli che erano i parametri jazzistici. Teo Macero utilizza la preziosa materia prima fornitagli non solo da Davis ma da tutta la compagnia (Non dimentichiamo i valenti collaboratori del trombettista) per creare un semilavorato che diventerà prodotto una volta stampato su vinile.
Non sto scrivendo nulla di nuovo ma l'operazione "Bitches Brew" segna un punto di frattura dall'esperienza precedente, una discontinuità tanto più accentuata quanto più reazionaria agli anni della New Thing e della presa di coscienza degli afroamericani. E sia chiaro che in questa sede uso il termine "reazionario" in senso etimologico e non politico.
Fino a Miles Davis il ruolo del vinile è stato quello documentario. Ora si stacca da questa funzione e diventa prodotto autonomo. Non documenta bensì propone un'operazione virtuale nel senso che ciò che rende all'ascolto è qualcosa che, in quel modo, non è mai avvenuto nella realtà. Estrapolare la musica dal suo vissuto è quello che attua il lavoro di post produzione e questa è una constatazione ineludibile tutte le volte che ascoltiamo Bitches Brew.
Saranno le esecuzioni dal vivo quelle che permetteranno alla musica di riconquistare il suo territorio, esecuzioni/esibizioni che permetteranno ai musicisti di riappropriarsi del loro materiale in un processo fatto di progressivi adattamenti e sedimentazioni di materiali sonori e strutture, quegli stessi che smembrati e destrutturati erano serviti all'industria.
Per Bitches Brew hanno suonato:
Miles Davis, tromba
Wayne Shorter, sax soprano
Bennie Maupin, clarinetto basso
Joe Zawinul, piano elettrico
Chick Corea, piano elettrico
Larry Young, piano elettrico
John Mc Laughlin, chitarra elettrica
Dave Holland, contrabbasso
Harvey Brooks, basso elettrico
Lenny White, batteria
Jack DeJohnette, batteria
Don Alias, congas
Juma Santos, congas
Le foto che illustrano il post non hanno alcuna attinenza con esso se non per lo strumento, la tromba (ma anche il flicorno), lo stesso che suonava Davis. Il musicista è Luca Aquino che ho voluto omaggiare in quanto vincitore del referendum annuale di Musica Jazz in qualità di miglior musicista emergente per l'anno appena passato.



Nessun commento:
Posta un commento