lunedì 1 febbraio 2010

Long Playing

Dopo Miles Davis, dunque, qual è il ruolo del disco?
Se si guarda bene nella storia della musica afroamericana si vede come il disco abbia sempre avuto la funzione di documento, soppiantando, in qualche modo, la notazione scritta. In questo senso, agli inizi del XX secolo, negli USA, ebbe luogo una rivoluzione tecnologica alla quale l'Europa si sarebbe adeguata con un certo ritardo.
La formazone musicale a partire dal disco, oltretutto, contribuì in maniera determinante alla creazione di una sintassi jazzistica così come la conosciamo. Il rapporto tra musicista e disco, senza ulteriori mediazioni, non poteva determinare stili omologati con la conseguente forte individualizzazione stilistica che ne conseguì.
Il presupposto era che il disco mantenesse il suo ruolo di documento, il chè presupponeva che la registrzione della musica avvenisse in presa diretta. 
A queste condizioni la musica continuava ad essere il risultato di un'attività performativa, un'attività del corpo, un "fare". Il disco si limitava a registrare il frutto di quella che era l'azione dei musicisti.


La manipolazione in studio di materiale sonoro derivante da una performance è un processo che svincola il "prodotto disco" da ogni legame con ciò che avviene come conseguenza di quella performance che, in quanto tale, è sempre estemporanea, cioè irripetibile.
Il risultato non è più di tipo documentaristico e l'ascoltatore non fa altro che ascoltare qualcosa che non è mai avvenuto, astorica, in qualche modo. Un prodotto artificiale seppure non per questo meno valido dal punto di vista creativo.

Non sempre il legame tra il disco e la performance live è stato diretto, spesso ha subito condizionamenti.

Fin dalle sue origini il disco aveva condizionato la musica nella misura in cui costringeva la creatività del musicista entro determinati limiti temporali che coincidevano con la durata massima di registrazione che il supporto, di vinile o gommalacca che fosse, permetteva.
L'avvento del Long Playing rispetto al 78 giri, prima e quello del Compact Disc rispetto al Long Playing, poi, hanno determinato per il musicista la necessità di ridefinire i confini della propria creatività. Sono stati due momenti di liberazione creativa che hanno permesso ai musicisti di poter conferire un nuovo respiro alla loro musica. Basti pensare, per fare un esempio, che un'opera come Ascension non sarebbe stato possibile documentarla senza il vinile.

Il disco ha svincolato la musica dalla dimensione locale contribuendo alla sua universalizzazione. 
Nel caso della musica afroamericana ha permesso a questa di oltrepassare la barriera geografica di New Orleans piuttosto che Chicago o New York, facendola conoscere in ogni luogo del mondo. Il prezzo pagato è stato l'allontanamento dalla sua dimensione fisica quella che costringe l'ascoltatore a mettere in gioco tutti i sensi. Non tocca a me evidenziare l'intrinseco legame tra la musica e i sensi .

La manipolazione in studio rappresenta un'ulteriore salto verso un territorio inaspettato e spiazzante. Vi è di positivo che, nel momento in cui nega il legame primario con l'esecuzione ne restituisce la dimensione primigenia che è quella estemporanea.
Non a caso, nelle esibizioni successive alla pubblicazione di Bitches Brew, Davis e i suoi compagni hanno continuato a giocare con i brani originali, talvolta ignorando le manipolazioni di Macero, talvolta includendole per metabolizzarle ora dilatando le fasi musicali, ora riducendole, appropriandosi di una valenza ludica che restituiva senso alla sua musica.

1 febbraio 2010

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