[...]un paradosso, che sarebbe diventato un leitmotiv di tutta la vita di Gould. Sebbene fosse un consumato, dotatissimo pianista, spesso chiariva ad amici, tecnici, intervistatori e impiegati della Steinway che non gli importava niente del piano come strumento in sè e per sè. Per Gould, fare musica era una questione più mentale che fisica, che trascendeva i limiti fisici di qualsiasi strumento, nel suo caso il piano, che in realtà si limitava a mediare lo scontro tra la musica suonata e la musica che esisteva nella mente.
- Sa, il piano non è uno strumento per il quale nutra un grande amore-
Disse una volta a un cronista. Ma aggiunse:
- L'ho suonato per tutta la vita ed è il mezzo migliore che ho per esprimere le mie idee-
Se Gould idolatrava qualcuno, era Artur Schnabel, il pianista austriaco di cui Gould ammirava talmente le incisioni del Quarto concerto per pianoforte e orchestra e delle sonate di Beethoven che in alcuni casi arrivò ad imitarle nelle sue esecuzioni. La venerazione che Gould nutriva per lo Schnabel pianista era forse inferiore a quella per lo Schnabel idealista, che sembrava considerare il piano come un semplice mezzo per raggiungere un fine.
[...] Come affermò lui stesso,
- nel tentativo di soddisfare la richiesta tecnica dello strumento è facile che il musicista possa trascurare il lavoro creativo, cancellando la parte immaginifica della musica, che non può essere sostituita neppure dalla quintessenza della destrezza e da un congegno infallibile-

Nel jazz c'è un corrispettivo, per certi versi, Miles Davis è quello che maggiormente potrebbe avvicinarsi alla concezione di Gould per il modo in cui ha saputo assoggettare la gamma espressiva delllo strumento alla sua musica.
Ma c'è anche una concezione che mi sembra differente. Un capitolo del suo libro, Bergoglio lo ha intitolato:L'estetica jazz in uno strumento. Il metasassofono.
Un oggetto materiale si trasforma nella metafora di un'idea astratta
dice a proposito del sassofono di John Coltrane. Qui è evidente come lo strumento sia parte di tutto il processo creativo. D'altra parte, l'individualismo timbrico è una peculiare componente della sintassi jazzistica.
Nell'atteggiamento Di Glenn Gould vedo l'estremizzazione dell'approccio esecutivo che ha sempre caratterizzato la musica colta borghese, un atteggiamento che è difficile condividere...
Ma Glenn Gould sferra anche l'attacco al virtuosismo che sembra vedere come nemico della creatività.
Rifletto sul fatto che il virtuosismo ha sempre avuto, in musica, un ruolo "promozionale". Nella musica colta europea, quando la borghesia divenne la classe dominante, i musicisti, essendo diventati professionisti autonomi, cominciarono a utilizzarlo per autopromuoversi presso i nuovi committenti. Allo stesso modo, nel jazz. esso mantenne la stessa funzione nei confronti degli impresari che scritturavano i musicisti.
Un'alterazione commerciale, quindi e come tale antitetica all'aspetto puramente estetico e artistico della musica. Tuttavia, nel jazz ha finito per diventare componente imprescindibile dell'aspetto creativo ed estetico.
Forse siamo in un periodo storico in cui si può tornare a dare ragione a Glenn Gould (e Miles Davis) ?

Il brano su Glenn Gould è tratto dal meraviglioso libro Glenn Gould e la ricerca del pianoforte perfetto, di Katie Hafner, per Einaudi.
Immagini
1- Glenn Gould
2-Miles Davis
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