lunedì 23 febbraio 2009

Interstellar Space (2)




Si sentono sovente opinioni disparate sulla parabola musicale di John Coltrane, da quelle che lo vedono sublime in A Love Supreme a quelle che lo vorrebbero al top nella fase Davisiana o trovano insuperabili la sua collaborazione con T. Monk piuttosto che la fase free di Ascension. Pochi sono stati i musicisti afroamericani che abbiano visto la loro carriera sezionata e sottoposta a tentativi di suddivisione così pretestuosi. Tra questi, Miles Davis è certamente il caso più eclatante ma c'è da dire che, al contrario di quella di Davis, la parabola coltraniana è stata assai breve.
In realtà, la traiettoria creativa di John Coltrane è stata caratterizzata da un'assoluta coerenza strategica fin dagli inizi col gruppo rythm'n'blues di Eddie Vinson. Sono convinto, infatti, che l'esperieza r'n'b sia stata fondamentale per Coltrane avendogli permesso l'acquisizione di una tecnica strumentale basata su sequenze di semicrome e biscrome che gli sarebbe tornata utile negli anni successivi dagli sheets of sound ai suoi ultimi giorni.
Se decisivo si può considerare l'imprinting r'n'b, il termine della parabola, il postumo Interstellar Space, in duo con Rashied Alì è senz'altro da annoverare tra le pietre miliari del jazz, l'anello di congiunzione tra il periodo free e la fase storica che lo seguì, quella del post free, per intendersi, o free bop che dir si voglia, per quel che le etichette possano valere.
Punto finale della parabola coltraniana e punto iniziale di una svolta i cui effetti si continuano a sentire ancora oggi.

Interstellar Space è un capolavoro assoluto, un rito mistico nel quale, in tensione dialettica con la batteria di Alì, spoglia da ogni struttura ritmica predefinita, la musica coltraniana si denuda per offrirsi così, cruda, all'ascolto.
Un ascolto all'apparenza ostico ma che evidenzia, in un approccio attento, un rigore formale assoluto dove le scale si susseguono secondo schemi e cadenze matematiche prestabilite, intorno a centri tonali anch'essi variabili secondo rigorose leggi matematiche.
Come uno scienziato, dunque, Coltrane portò la musica all'estrema fusione con i numeri soffiando un messaggio che sarebbe giunto alle orecchie di Anthony Braxton che, parafrasando Fabrizio De Andrè, "per quanto si credesse assolto era per sempre coinvolto" in riferimento alle sue frequenti prese di distanza dal sassofonista di Hammett, prese di distanza che cozzano contro un'identità formale piuttosto disarmante, almeno se ci atteniamo a questo ultimissimo periodo del lavoro coltraniano.

La forma musicale coltraniana si distingue per un abbandono dell'uso delle progressioni di accordi e dei centri tonali prestabiliti, sostituiti da centri tonali variabili su una struttura ritmica libera che consente il superamento di schemi tematici e permette un respiro musicale ampio.
Soprattutto in Interstellar Space emergono tre caratteristiche fondamentali:

-scale musicali velocissime e ripetute all'infinito
-variazioni di registro rapide ed estreme
-variazioni sulla simmetria

Le prime due, a sentire Lewis Porter, tendevano a superare il limite monofonico dello strumento per ottenere un effetto orchestrale dove la prima nota della scala era la nota orizzontale e le successive una sorta simulazione verticale.

Il risultato fu di un lirismo stupefacente dove i vincoli formali contrappesavano la libertà ritmica in un risultato finale di rigore e poesia.
Altro che suono caotico, come vorrebbe un luogo comune duro a morire.John Coltrane, Rashied Alì, Interstellar Space, Impulse 1967

Immagini: Alfred Gockel


(Rodolfo Marotta)



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