Le qualità e i principi creativi della più recente musica europea, tuttavia, risultano forse troppo rigidi per essere integrati con la sostanza del jazz, senza indurre al contempo una metamorfosi in cui il jazz stesso andrebbe perdendosi.
[cft Free Jazz, Ekkehard Jost, L'Epos2006, pag. 237]La citazione dal libro di Jost si riferisce alla musica di Anthony Braxton, il fondamentale diluitore del jazz nella tradizione europea. E c'è da dire che l'autore del pluricitato libro coglie, attraverso un personaggio chiave, un nodo cruciale in quella traiettoria che dall'esplosione della New Thing conduce a quella che considero la diluizione della cultura afroamericana nel grande recipiente della tradizione eurocolta.
Il periodo che viviamo, da un lato, imprigiona, sostanzialmente, la musica afroamericana nella gabbia di un classicismo ormai fisso e, dall'altro, fa i conti con il gigante europeo da una posizione, ahimè, che mi sembra assai subalterna. E su questa mia convinzione non chiedo altro che qualcuno mi smentisca!
Il periodo che viviamo, da un lato, imprigiona, sostanzialmente, la musica afroamericana nella gabbia di un classicismo ormai fisso e, dall'altro, fa i conti con il gigante europeo da una posizione, ahimè, che mi sembra assai subalterna. E su questa mia convinzione non chiedo altro che qualcuno mi smentisca!
Jost, che ammette candidamente, tra le pagine del libro, di non essere un ammiratore di Braxton, parlando della sua musica, ne mette in evidenza l'assenza del ritmo, del swing, di ogni pulsione o accento contrapponendola in questo, alla produzione di Coleman o Cecil Taylor. Mi sovvengono, a proposito, le idiosincrasie emerse tra quest'ultimo e Braxton, lo scorso anno, in Emilia, nei concerti di Bologna e Reggio Emilia che li videro per la prima volta suonare insieme con risultati non proprio brillanti anche a causa delle intemperanze caratteriali di Taylor che la buona volontà di Braxton e l'impegno di William Parker non riuscirono ad evitare.Dice Jost:
Come accennato nelle sue note biografiche, fra i suoi principali ispiratori vanno annoverati Cage e Stockhausen. Probabilmente è questo l'indizio per cogliere i tratti distintivi della sua musica, dal momento che Braxton ha saputo adattare le idee creative della musica d'avanguardia euroamericana come nessun altro musicista della AACM. Allo stesso tempo, si è allontanato dagli elementi stilistici di matrice jazzistica a fondamento della musica degli altri gruppi di Chicago (se non sempre, almeno in larga misura). Uno dei suoi tratti distintivi più importanti è dato dal ritmo, o, più precisamente, da quelle qualità sfuggenti ad ogni tentativo di definizione che scaturiscono dal movimento e sono percepite a livello psico-fisico come movimento: esse formano uno degli elementi decisivi di ogni stile jazzistico, si tratti dello swing, del be bop o del free jazz. Sono qualità che mancano pressochè ovunque nella musica di Braxton. [cft cit. pag 235]
Queste parole si riferiscono all'analisi di un disco di Braxton in trio con Leriy Jenckins e Leo Smith, Three Compositions of New Jazz (1968) e Anthony Braxton (1969). C'è da dire che nel corso degli anni successivi la musica di Anthony Braxton si è arricchita di sostanza ritmica e, nel contempo, il nostro è diventato uno dei più importanti improvvisatori della scena mondiale. Tuttavia, questo approccio, così come è descritto nel libro di Jost, della musica del polistrumentista chicagoano ne determina una sorta di imprinting programmatico che mai verrà meno.Concludendo, vorrei segnalare l'uscita, per ora solo in lingua inglese, di un interessantissimo saggio sulla AACM scritto da George Lewis, musicista e compositore geniale nonchè studioso di musica e componente della mitica Association fin dalla prima ora. Il libro si intitola A power stranger then itself: the AACM and american experimental music. Capto la notizia dal numero di gennaio de Il Giornale della Musica.
Immagini:
Joseph Jarman fotografato da Giovanni Piesco
(R. Marotta)
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