Allegato al libro di Massimo Nunzi, Jazz istruzioni per l'uso (Laterza) c'è un DVD con un bellissimo documento a cura di Elena Somarè che ripercorre la storia del jazz e vede contributi dal vivo di numerosi musicisti, Pierannunzi, Marcotulli, Rea, Giuliani, Gatto, tra gli altri e del musicologo Marcello Piras.
Così Piras ci spiega come una probabile origine del termine "jazz" si potrebbe far risalire a uno slang che sta per "eiaculare", il chè rimanderebbe all'idea di getto vitale, pulsione animale che il jazz delle origini ricordava e rimarcava come differenza dalla tradizione europea dalla quale pur derivava (in particolare la tradizione bandistica).
Pierannunzi, invece, spiega con grande efficacia, l'atteggiamento mentale dell'improvvisatore, lo staccarsi dal pensiero per entrare nel flusso dei suoni perchè pensare può essere di intoppo al libero fluire dei suoni. Pierannunzi rimarca l'uso del termine "suono" al posto di "nota" ; se è vero che le note sono il nome dei suoni, improvvisando è bene che ci si concentri su questi ultimi dimenticandosi del loro nome.
Improvvisatore atipico fu Don Cherry. Interessante il saggio che Ekkehard Jost gli riserva sul suo monumentale Free Jazz (L'Epos).
Nell'ambito del movimento noto come Free Jazz, Cherry fu una presenza atipica. Non partecipò alla seduta del famoso double quartet di Coleman ma con questi aveva lungamente collaborato come sideman maturando, in questa esperienza, il passaggio da una fase basata sull'uso degli accordi, a quella dell'utilizzo dei centri tonali. Il suo ruolo, in quel contesto storico, fu piuttosto quello del "fomentatore", per usare un termine di Jost, l'attizzapopolo. Quindi più intellettuale che pratico. Fu in seguito, quando divenne band leader, che il suo valore di musicista di punta venne prepotentemente fuori.
Sto ascoltando Mu e rifletto su una questione: il Free Jazz, nel momento in cui ha demolito le regole dell'armonia, ha mischiato le carte anche per quanto concerne l'improvvisazione la quale, è noto, si sviluppa a partire da una forma di conoscenza. Il senso di indeterminatezza derivato da questa sistematica demolizione di quanto storicamente noto ha indotto i musicisti, Don Cherry tra questi, a superare la necessità del virtuosismo, tanto importante nel bebop, rendendo più riflessivo l'approccio (caratteristica peculiare, ideologicamente definita, della scuola chicagoana, questa).
Un altro spunto di riflessione su Don Cherry lo riposto testualmente:
Complete Communication e Symphony for Improvisers sono fra gli album più importanti che Don Cherry abbia realizzato, se non fra i più importanti di tutto il free jazz degli anni Sessanta. Hanno in comune un'idea di fondo: l'abbandono di brani monotematici e l'integrazione di diversi complessi tematici all'interno di una suite, i cui "movimenti", pur chiaramente identificabili per via del loro materiale tematico contrastante, risultano collegati l'un l'altro. Ora, questo procedimento rievoca i brani di Charles Mingus la cui struttura assomiglia a una suite, e certamente non è nuovo nel jazz. Nondimeno, la sua adozione nel linguaggio del free jazz ebbe un'importanza incalcolabile per l'epoca. Come si ricorda, la prassi esecutiva introdotta da Free Jazz di Coleman, New York Eye and Ear Control di Ayler e Ascension di Coltrane negava l'esecuzione del tema. Complete Communication offriva per la prima volta un'alternativa che può essere considerata una negazione della negazione. La struttura monotematica stereotipata viene accantonata, ma al contempo l'improvvisatore non è obbligato a fare a meno dell'ispirazione e del senso della direzione che un tema suggerisce. Senza voler stabilire delle priorità o postulare dirette influenze, va osservato che lavori come " A portrait of Robert Thompson" di Archie Sheep e "Conquistador" di Cecil Taylor (registrati entrambi circa un anno dopo Complete Communication e dalla concezione simile) mostrano come questo tipo di organizzazione formale fosse pienamente accettato dai musicisti di free jazz contemporanei a Don Cherry come un'alternativa tanto all'improvvisazione tematica quanto ai brani monotematici.
[Ekkehard Jost, Free Jazz, L'Epos, pag. 192]
Così Piras ci spiega come una probabile origine del termine "jazz" si potrebbe far risalire a uno slang che sta per "eiaculare", il chè rimanderebbe all'idea di getto vitale, pulsione animale che il jazz delle origini ricordava e rimarcava come differenza dalla tradizione europea dalla quale pur derivava (in particolare la tradizione bandistica).
Pierannunzi, invece, spiega con grande efficacia, l'atteggiamento mentale dell'improvvisatore, lo staccarsi dal pensiero per entrare nel flusso dei suoni perchè pensare può essere di intoppo al libero fluire dei suoni. Pierannunzi rimarca l'uso del termine "suono" al posto di "nota" ; se è vero che le note sono il nome dei suoni, improvvisando è bene che ci si concentri su questi ultimi dimenticandosi del loro nome.
Improvvisatore atipico fu Don Cherry. Interessante il saggio che Ekkehard Jost gli riserva sul suo monumentale Free Jazz (L'Epos).
Nell'ambito del movimento noto come Free Jazz, Cherry fu una presenza atipica. Non partecipò alla seduta del famoso double quartet di Coleman ma con questi aveva lungamente collaborato come sideman maturando, in questa esperienza, il passaggio da una fase basata sull'uso degli accordi, a quella dell'utilizzo dei centri tonali. Il suo ruolo, in quel contesto storico, fu piuttosto quello del "fomentatore", per usare un termine di Jost, l'attizzapopolo. Quindi più intellettuale che pratico. Fu in seguito, quando divenne band leader, che il suo valore di musicista di punta venne prepotentemente fuori.
Sto ascoltando Mu e rifletto su una questione: il Free Jazz, nel momento in cui ha demolito le regole dell'armonia, ha mischiato le carte anche per quanto concerne l'improvvisazione la quale, è noto, si sviluppa a partire da una forma di conoscenza. Il senso di indeterminatezza derivato da questa sistematica demolizione di quanto storicamente noto ha indotto i musicisti, Don Cherry tra questi, a superare la necessità del virtuosismo, tanto importante nel bebop, rendendo più riflessivo l'approccio (caratteristica peculiare, ideologicamente definita, della scuola chicagoana, questa).
Un altro spunto di riflessione su Don Cherry lo riposto testualmente:
Complete Communication e Symphony for Improvisers sono fra gli album più importanti che Don Cherry abbia realizzato, se non fra i più importanti di tutto il free jazz degli anni Sessanta. Hanno in comune un'idea di fondo: l'abbandono di brani monotematici e l'integrazione di diversi complessi tematici all'interno di una suite, i cui "movimenti", pur chiaramente identificabili per via del loro materiale tematico contrastante, risultano collegati l'un l'altro. Ora, questo procedimento rievoca i brani di Charles Mingus la cui struttura assomiglia a una suite, e certamente non è nuovo nel jazz. Nondimeno, la sua adozione nel linguaggio del free jazz ebbe un'importanza incalcolabile per l'epoca. Come si ricorda, la prassi esecutiva introdotta da Free Jazz di Coleman, New York Eye and Ear Control di Ayler e Ascension di Coltrane negava l'esecuzione del tema. Complete Communication offriva per la prima volta un'alternativa che può essere considerata una negazione della negazione. La struttura monotematica stereotipata viene accantonata, ma al contempo l'improvvisatore non è obbligato a fare a meno dell'ispirazione e del senso della direzione che un tema suggerisce. Senza voler stabilire delle priorità o postulare dirette influenze, va osservato che lavori come " A portrait of Robert Thompson" di Archie Sheep e "Conquistador" di Cecil Taylor (registrati entrambi circa un anno dopo Complete Communication e dalla concezione simile) mostrano come questo tipo di organizzazione formale fosse pienamente accettato dai musicisti di free jazz contemporanei a Don Cherry come un'alternativa tanto all'improvvisazione tematica quanto ai brani monotematici.
[Ekkehard Jost, Free Jazz, L'Epos, pag. 192]
Discografia essenziale:Don Cherry,Complete Communion, Blue Note 1965
Don Cherry, Symphony for improvisers, Blue Note 1966
Don Cherry- Ed Blackwell, Mu, Charly 1969
Don Cherry, Where is Brooklin, Blue Note 1966
Nessun commento:
Posta un commento