martedì 16 settembre 2008

La musica che nasce dal corpo

La residenza della musica è il corpo. La residenza del jazz è il corpo. Lo strumento è solo un mezzo attraverso il quale la musica si manifesta.

E il jazz è musica che si vede, mostrata dal corpo del musicista. Si pensi a T. Monk e al suo dondolare intorno alla tastiera del pianoforte, quel suo gioco di gambe sulla pedaliera. Tutti i musicisti jazz, in ogni caso, esprimono “fisicamente” la loro musica.

C’è, per esempio, Cecil Taylor che sostiene di aver capito certi aspetti della musica di Charlie Parker solo dopo essersi seduto ai suoi piedi, una sera al Birdland in modo da poterlo vedere oltre che ascoltare.[1]

Il jazzista produce suono a partire dal suo corpo e lo strumento non è altro che il mezzo attraverso cui esprimere la forma sonora. Corpo-strumento/ strumento-mezzo.

Thelonious “percepiva il suono in qualche posto nello spazio che scansionava col suo corpo-strumento per poi dargli forma attraverso il pianoforte, strumento-mezzo.

Potremmo pensare ad Archie Sheep.

Ad un certo punto del suo percorso stilistico sviluppò una tecnica improvvisativa che il critico tedesco Ekkehard Jost definì “sequenza di blocchi sonori” e che alla prima impressione potrebbero ricordare le raffiche di suono di Coltrane ma che, rispetto a queste ultime, mancavano di una struttura formale compiuta (anche dal punto di vista melodico) e si basavano su vere e proprie compulsioni sonore sparate a velocità stratosferiche. L’analisi della loro struttura formale rivelava una scarsa varietà di soluzioni e l’insieme rischiava di comunicare sensazioni di estrema monotonia al punto che il critico rock Alan Heinemann, a proposito del brano Three for a Quarter, ebbe a dire che si poteva sollevare la puntina e lasciarla ricadere su un punto qualsiasi del disco, tanto il risultato non sarebbe cambiato.

A proposito, però, è interessante quanto scrive Jost[2]

Tuttavia la questione è se questa prevedibilità, risultato, in ultima analisi, di un processo intellettivo di chi ascolta, sia davvero un metro di valutazione adeguato nel caso considerato. Il modo in cui Sheep esegue le sue improvvisazioni sul “suono”, enfatizzando visibilmente ogni blocco con movimenti energici e rotatori del corpo, sembrerebbe indicare che il punto principale è l’espressione e la comunicazione emotiva elevata all’ennesimo grado, piuttosto che la presentazione di una musica piena di significati per il compiacimento intellettuale. L’effetto reciproco di dinamismo visivo ed energia musicale dà un’impressione complessiva di enorme intensità, rinforzata, anziché indebolita ripetizione di particelle sonore dal medesimo effetto.

NOTE

[1] Davide Sparti, Suoni inauditi. L’improvvisazione nel jazz e nella vita quotidiana, Il Mulino, pag.145

[2] Ekkehard Jost, Free Jazz, Ed. L’Epos, pag.162]

Da leggere

Ekkehard Jost, Free Jazz, L’Epos

Da ascoltare

Archie Sheep, Four for Trane, Impulse

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