Da sempre, una delle caratteristiche che maggiormente hanno connotato la musica jazz è stato il concetto di improvvisazione, col quale si intende una sorta di capacità creativa illimitata e, attraverso la quale, si è enfatizzata l’aurea di libertà gravitante attorno alla musica afroamericana.
L’improvvisazione è stato e lo è tuttora il vero e proprio mito degli appassionati di questa musica, molti dei quali ricordano ancora con romanticismo le storiche e interminabili sedute notturne al Minton’s o gli svolazzi sonori di Coltrane spesso confluenti in direzioni dove perfino la coscienza sembrava venire meno.
La realtà, riguardo la tecnica dell’improvvisazione è, invece, molto diversa dal sogno a cui siamo abituati. Ce lo ricorda questo mese un articolo comparso su Musica Jazz a firma di Ermes Rosina, un’intervista al musicista Vinko Globokar il quale ci ricorda come le vie dell’improvvisazione siano impervie e spesso conducono con facilità verso stilemi ripetitivi, veri e propri clichè ai quali risulta difficile sottrarsi.
Un libro di Davide Sparti, Suoni Inauditi. L’improvvisazione nel jazz e nella vita quotidiana (Il Mulino) analizza la pratica improvvisativa da un punto di vista filosofico, più che musicale ma, d’altra parte, questo è l’ambito esatto, la prospettiva più idonea, probabilmente, da cui guardare alla pratica improvvisativa.
L’autore ci spiega che questa richiede una grande capacità di fare musica, una completa conoscenza del linguaggio musicale e un saldo legame con la storia e la tradizione. Questi prerequisiti sono condizione imprescindibile per praticare l’improvvisazione che, sempre secondo Sperti, deve essere caratterizzata da cinque caratteristiche ben definite:
Inseparabilità
Ttratta dell’inseparabilità e contemporaneità dell’atto compositivo e quello interpretativo.
Originalità
Tratta della sua differenza rispetto a esecuzioni precedenti e seguenti. E’ legata al tempo dell’esecuzione. Ma è inerente anche all’indeterminatezza della musica prodotta. Musica inaspettata, dunque.
Estemporaneità
Indica il fatto che il suo esito non può essere noto in anticipo e il suo accadimento in un momento che è ora, non legato a un passato né a un futuro.
Irreversibilità
Il jazzista, dice Sparti nel suo libro, vive il tempo della musica come il tempo effimero della sua esistenza; un tempo che ha il marchio del divenire umano, contrassegnato dal fascino della natalità, di ciò che si manifesta per la prima volta, e della tragedia della caducità, di ciò che dopo essersi delineato è destinato a scomparire per sempre.
Responsività
Attenzione al controllo del divenire musicale. Il non farsi mai travolgere dagli eventi sapendoli guidare in direzioni che sono quelle del proprio vissuto.
Ha ragione Globokar. Troppo spesso, i patterns improvvisativi ricalcano clichè ripetitivi, giri usuali. Il musicista può essere limitato nel gestire il suo livello di controllo just in time e rifugiarsi in strutture melodiche affidabili e conosciute. Quando questa metodologia si innesta su una fase di crisi creativa, nella maggior parte dei casi la frittata è fatta. E di frittate se ne ascoltano parecchie.
Immagini
1-Spartito di My Favorite Things a casa del sottoscritto
2-Anthony Braxton Sextet, un grande improvvisatore
Davide Sparti, Suoni inauditi, Il Mulino/Intersezioni 2005
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