Dopo la poesia estemporanea un disco inaspettato, un brano in particolare, il primo. Sto parlando di Olè, dalla Atlantic, datato 1961 ma rimasterizzato nel 2000.
Perché questo brano?
La sua storia è singolare, per quanto arcinota. Nacque dalla necessità di un adempimento contrattuale. Coltrane, già impegnato per conto della Impulse, dovette incidere in fretta e furia questo disco al quale riservò scarsa considerazione nonostante dalla critica fu considerato un capolavoro.
La formazione dei musicisti vede la particolarità del doppio contrabbasso, affidato a Reggie Workman e Art Davis, Elvin Jones, McCoy Tyner, Eric Dolphy con lo pseudonimo di George Lane, oltre, naturalmente, al boss, John Coltrane.
Ascolto Olè mentre leggo e sottolineo un saggio di Carlo Serra avente per argomento Ritmo e Ciclicità nella musica e mi accorgo che la struttura del brano di Coltrane ben si presta a considerazioni che emergono dalla lettura del saggio. In particolar modo, noto due direzioni principali lungo le quali si sviluppa la composizione coltraniana: la direzione etnica e quella dello sperimentalismo melodico-armonico.
Dal punto di vista ritmico, su un groove pianistico e batteristico insistenti e monotoni si sviluppa la dinamica offerta dalla combinazione contrabbassistica, regalando un tappeto armonico swingante e nel contempo rigidamente atto a contenere le soluzioni modali a cui si affidano i fiati.
Dicevo della direzione etnica. Coltrane fa perno sul suo interesse per le musiche popolari spagnole e utilizza un motivo conduttore derivato dalla Cancion del Quinto Regimiento (Venga Jaleo). Qualcuno ha voluto vederci un’adesione politica che JC non ha mai avuto, almeno in maniera esplicita. Per quanto riguarda l’aspetto sperimentale, Coltrane approfondisce l’approccio modale, che governa fin dai tempi di Kind of Blue, in modo più coerente con le strutture armoniche mediorientali o mediterranee, quest’ultime nell’aspetto legato al senso di trance che la musica suscita nell’ascoltatore[1]
Olè comincia col sassofono soprano che detta il tema e “chiama” il flauto che sviluppa la sua melodia sui due accordi due segnati dal pianoforte. L’assolo della tromba richiama melodie arabeggianti e prepara il ritorno al tema di partenza, ancora dettato dal pianoforte, in funzione introduttiva al dialogo dei due contrabbassi. L’epilogo, ovviamente, è affidato al sassofono soprano e all’improvvisazione bollente di Coltrane che si spegne nel finale su un’estrema sensazione di pacificazione cosmica.
Nella sua struttura, Olè richiama My Favorite Thing ma qui è più matura la coscienza di JC per quanto riguarda il lavoro di ricerca sulla modalità.
[1] E’ una considerazione personale. L’aspetto della trance, in musica, è diffuso in vari luoghi del mondo e non è assolutamente detto che Coltrane abbia inteso prendere in considerazione le musiche mediterranee di origine orfica, come quelle legate al tarantismo, per esempio.
Ascolti
John Coltrane, Olè, Atlantic 1961
Letture
Lewis Porter, Blue Trane, Minimum Fax
Nessun commento:
Posta un commento