martedì 27 maggio 2008

Pongo


Un’interessante intervista a Gabriele Mirabassi è comparsa sull’ultimo numero di Jazz It, a firma di Vincenzo Martorella.
Un breve discorso attorno al clarinetto e al legno con cui è costruito, l’ebano, attraverso l’appassionato resoconto della visita effettuata dal musicista presso l’azienda Patricola di Castelnuovo Scrivia (AL) che costruisce i clarinetti usati dal musicista umbro.
Si è parlato della recente rinascita di questo strumento nell’ambito del jazz, dovuta, a giudizio di Mirabassi alla necessità del jazz di confrontarsi con altre forme musicali, come le musiche popolari o da camera. Un accenno al ruolo importante avuto da Eric Dolphy e Jimmy Giuffre nel riscatto di questo strumento e al fatto non secondario che questo strumento riveste un ruolo centrale nell’ambito delle musiche colte, popolari e d’avanguardia del vecchio continente.
Poi si entra nel merito della musica che si suona.
Non siamo riusciti ancora a dare un nome che funzioni alla musica che suoniamo
dice Mirabassi e puntualizza la sua origine “colta” che resta indubbiamente il suo patrimonio originario. Ricorda di non essere nato a New Orleans agli inizi del ‘900 ma in Umbria nel 1967 e quindi il jazz come scelta e non appartenenza automatica, identitaria.
E dice anche:
Che cos’era la grande lezione del jazz all’interno delle musiche del ‘900 come l’ho capita io, allora? E’ proprio un modo rivoluzionario di approcciarsi al materiale: il jazzista è diverso dal musicista classico perché è un ladro, non un architetto. Due mestieri differenti: il musicista classico è uno che si preoccupa di costruire architetture complesse di tempo e per fare questo ha bisogno di fare mille ragionamenti che riguardano la statica, la forma, per cui il suo strumento principale è la gomma da cancellare, perché deve controllare una serie di relazioni talmente complesse che ha bisogno di un tempo enormemente dilatato per poterle costruire. Il jazz ferma questa idea del tempo: il tempo del jazz è il tempo di tutto quello che si può fare nel momento stesso in cui tu lo fai. La discriminante allora diventa: che cosa ho per le mani e posso rubare e mettere in questo tempo? Ecco dov’è il jazz, e dove sta la gioia: l’uso delle mani, come i bambini che giocano col pongo. Col pongo non costruisci le cattedrali ma puoi realizzare opere altrettanto belle e emozionanti.
Ho sempre pensato che il jazz è il privilegio di essere bambino, anche a quarant’anni, e questo privilegio non me lo faccio togliere da nessuno. Ecco che, allora, il rischio diventa quello di “crescere”, di abbandonare questa innocenza bambina e credere di essere un intellettuale, o un furbo. La mia preoccupazione, dunque, e solo quella di assemblare quello che le mie mani, in quel momento, possono arraffare, che è radicalmente diverso da quello che le mani di Jelly Roll Morton o di Chet Baker avevano a disposizione. Io, dall’Umbria del 2008 e con la mia storia che ha incontrato la musica classica, quella colta contemporanea, il Brasile, la canzone d’autore. Tutto questo è quello che ho per le mani per giocare col mio pongo.
Il jazz non sopporta corruzione.

[Vincenzo Martorella, Jazz It]
Questa di Mirabassi è quindi un’intervista molto illuminante e contiene un elemento assolutamente negativo: il jazz viene usato come strumento per scardinare i limiti della tradizione occidentale, popolare o eurocolta che sia, in maniera subordinata. Mirabassi ribadisce, in sottofondo, la supremazia occidentale, molto adorniano, in questo.
Verrebbe da pensare che la musica afroamericana possa sperare esclusivamente in sé stessa, nella sua gente. I musicisti bianchi che si cimentano col jazz sembrerebbe non possano fare altro che del mainstream stantio o andare nella direzione di una rivisitazione in chiave innovativa della propria identità storica musicale usando il jazz come grimaldello.


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