Queste sono note al margine del concerto di Enrico Rava ( o Paolo Fava?) e Stafano Bollani a cui ho assistito ieri al Teatro Alfieri di Asti, note scritte su un piccolo quaderno per appunti durante l’esibizione del duo.
Leggo a casaccio, dunque.
1-Ma quando Bollani altera la forma della musica che suona è una cosa positiva o negativa?
Avevo scritto tempo fa, a proposito di Robert Capa, famoso fotoreporter di guerra, dell’intima relazione esistente fra forma e contenuto in un qualsiasi atto creativo, del loro intimo correlarsi. La domanda successiva è:
2- E’ tutto istrionico tecnicismo fine a sé stesso o c’è un valore?
E’ evidente la correlazione tra le due domande. Nella prima, se diamo per assodato che forma e contenuto siano in intima relazione, nel caso di Bollani il contenuto non è altro che funzionale alla necessità di andare oltre le righe (oltre i righi, meglio, trattandosi di spartito), una costruzione artificiosa avente lo scopo di stupire. Musica da teatro, quindi, incapace di esistere su sé stessa. In effetti, difficilmente sopporto l’ascolto su disco di Bollani e capisco il perché: mi manca la componente visiva, teatrale, senza la quale la sua musica sembra monca. Lo stesso pianista è evidentemente incapace di dar forma a composizioni ben chiuse, compiute. Detto per inciso, la sua capacità compositiva mi sembra quantomeno non all’altezza. Il bello è che in questa defaillance scivola in pieno l’esimio Rava che resta prigioniero e vittima dei gigioneggiamenti bollaniani finendo per sacrificare fraseggio e idee all’altare della spettacolarizzazione (che non sia colpa di Fiorello e Riondino, alla fine). A qualcuno viene mica il dubbio che Rava, non trovando di meglio che saltare da Bollani e Gino Paoli, non sia intento a capitalizzare un’onesta pensione? “Non sono un improvvisatore, dice di sé Rava, la gara sugli accordi, quelle cose lì, no, non sono io”
3-In teatro si sta bene ma alla musica afroamericana può bastare?
Questo ho pensato in ordine a una mia utopia, formatasi fin da quando, nel lontano 1993 mi capitò di ascoltare Capossela in un pub del Salento dall’aria densa di fumo, tra bicchieri colmi di birra. Ecco, bere, chiaccherare e ascoltare musica. Inorridiranno i puristi ma resta il fatto che lo scorso agosto, sempre Salento, Fresu, Salis e Di Castri hanno suonato in una piazzetta tra tavoli imbanditi di vino e cibo tra gustosi manicaretti, chiacchere e ottime libagioni. Ed è stato bello.
E’ un dato di fatto che l’origine della musica afroamericana siano stati, nell’ordine, i bordelli, la ballroom e i locali fumosi di Harlem dove si ascoltavano i fuoriclasse tra un bicchiere di buona birra un manicaretto e un gin tonic.
La mia utopia è il recupero di questa rete di ascolti. Riconquistare lo spazio usurpato dal karaoke e utilizzarlo come palestra di talenti, contratti al volo ricambi veloci, scene frizzanti. Ovviamente in parallelo con isituzioni come festivals e teatri. Non ho perso la speranza, non del tutto.
Ieri sera è stato un concerto piacevole.

Letture
Enrico Rava (con Alberto Riva), Note necessarie. Come un’autobiografia, Minimum Fax
Enrico Rava (con Alberto Riva), Note necessarie. Come un’autobiografia, Minimum Fax
Musica
Enrico Rava-Stefano Bollani, The Third Man, ECM
Enrico Rava-Stefano Bollani, The Third Man, ECM
Immagini
1-Locandina del concerto, foto di Roberto Masotti
2-R. Marotta
1-Locandina del concerto, foto di Roberto Masotti
2-R. Marotta
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