Da oggi, io, sottoscritto, mi impegno a non usare più la parola jazz.
Prendo atto che è esistita una espressione musicale afroamericana della quale conosciamo la storia documentata nei suoi numerosi sviluppi e sovrapposizioni e della quale intuiamo una preesistenza non documentata, quindi ignota, supposta.
E’ evidente come questa musica abbia subito un’evoluzione parallela a quella politica e sociale degli Stati Uniti, ad essa intrinsecamente legata, esprimendosi in direzioni parallele a quelle del processo di integrazione degli afroamericani, quello che, dopo alterne vicende, sembra, al giorno d’oggi, abbastanza in crisi. E questo nonostante il fumo negli occhi rappresentato dalla possibile elezione di Barak Obama, un afroamericano sui generis.
Ma la musica afroamericana che aveva nel classicismo europeo delle solide radici, ha fatto i conti con un inevitabile e ineludibile feedback rispetto alla cultura musicale europea. E’ avvenuto tutte le volte che, per ragioni politiche e sociali, è fuoriuscita dal contesto americano fatto di mercato e ritorni economici.
Col tempo, la tracimazione verso l’Europa è diventata inondazione, diluizione e infine, il nero e il bianco sono diventati definitivamente grigio.
La ricca tradizione africana non è fuorigioco, in queste dinamiche, come si potrebbe erroneamente supporre: anch’essa, globalizzata, suscita interesse e incide la solida marmorea certezza eurocentrica.
Questo gioco che ha interessato tutto il ‘900 ha un difetto alla base: l’egemonia occidentale che continua ad insistere, forte del suo potere economico, della capacità di poter gestire il mercato e dell’influenza dell’intervento pubblico e di ricchi sponsor privati.
Questa egemonia si accentua nella misura in cui i fornitori di materiale ( musicisti afroamericani, africani, asiatici o sudamericani) non hanno la possibilità di fruire di questo sistema, di essere, quindi, anche fruitori. Questa situazione sbilancia e impoverisce la possibilità di sviluppo di tutti quei fermenti musicali che caratterizzano l’inizio del nuovo millennio.
Avevano ragione tutti quei musicisti afroamericani, a cominciare da Mingus, Roach o Archie Sheep, che rifiutavano il termine “jazz” additandolo a retaggio commerciale o peggio, razzista in quanto sostanzialmente imposto dall’establishment bianco detentore del capitale e del controllo esclusivo dell’industria discografica.
A maggior ragione non ha senso ai nostri giorni, questa parola in quanto la musica afroamericana ha smarrito la sua capacità identificativa, avendo saputo rispecchiarsi nelle altre musiche e avendo avuto il coraggio di perdersi nell’incontro.
I nuovi materiali sonori che ci accompagnano sono indubbiamente malleabili, morbidi e plasmabili, proiettati verso nuove traiettorie. Il senso attuale è ambiguo poiché incapace di svincolarsi dalle leggi di mercato.
Ascoltare
Paolo Fresu, Richard Galliano, Jan Lundgren, Mare Nostrum, Act
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Leggere
Luca Cerchiari, Intorno al Jazz, Bompiani
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