venerdì 29 febbraio 2008

Origini inaspettate del linguaggio modale


William Emanuel Huddleston, carneade! Chi è costui?
Un sassofonista di Chattanooga, Tenessee, la cui data di nascita è il 9 ottobre 1920. Ottantasette anni, dunque. Convertitosi all’Islam, cambiò nome in Yusef Lateef. Musicista importantissimo e sottovalutato.
Parlo di lui a partire da un libro abbastanza famoso e importante: Miles Davis. Lo sciamano elettrico, di Gianfranco Salvatore, edito da Stampa Alternativa.
Di Davis si dice che abbia introdotto il linguaggio modale nel jazz attraverso il famosissimo Kind of Blue. In realtà, sostiene Salvatore che tale linguaggio, insieme alle prime contaminazioni etniche pre coltraniane, sia stato introdotto nel jazz proprio da Yusef Lateef e che ad esso si siano ispirati Davis e Coltrane.

[…] esisteva già in seno al jazz una corrente pan-etnica, alternativa (e addirittura precedente) a quella coltraniana; e proprio a questa direzione, sia pure per vie traverse, avrebbe finito per ricongiungersi anche Davis. La corrente era stata inaugurata, fin dai suoi esordi discografici come leader (addirittura nel 1957) da Yusef Lateef, un sassofonista nero di fede islamica che poi avrebbe fatto parte del sestetto dei fratelli Adderley. Sottovalutato intellettuale del jazz, Lateef ascoltò a lungo Ravi Shankar, trascorse ore ed ore nelle biblioteche musicali, frequentò diverse università. Possedeva un autentico talento di polistrumentista, e fu convinto da Kenny Burrell a dedicarsi al flauto. Quasi subito cominciò ad utilizzare anche flauti di varia provenienza etnica, assieme a strumenti ad ancia doppia come l’oboe europeo e lo shanai, zampogna dell’India del nord. Così, nei brani composti per i suoi strumenti più esotici e per le loro scale, si trovò ad introdurre il linguaggio modale in un contesto jazzistico attraverso un sentiero esotizzante, uno o due anni prima del Davis di Milestones e di Kind of Blue, e indipendente dall’altro grande teorizzatore jazzistico della modalità, George Russell. [1]
Anche Coltrane rimase fortemente influenzato dalle esperienze pan etniche di Lateef e probabilmente da quest’ultimo indotto all’avvicinamento a Ravi Shankar.
Yusef Lateef rimase, in ogni caso, pressoché sconosciuto o, per lo meno, molto sottovalutato nel contesto storico del jazz.
Nel linguaggio modale l’invenzione musicale si sviluppa all’interno di un modo relativo alla scala scelta dal musicista compositore che, nell’ambito del jazz è spesso compositore istantaneo per cui il modo scelto agisce come una gabbia all’interno della quale si sviluppa l’impianto melodico sfrondato dall’armonia verticale.
Nel maggio del 2002 su All about jazz fu pubblicata un’intervista a Lateef realizzata da Valerio Prigiotti. La considero completa e importante Provo a riportarla nella sua interezza per qualcuno a cui fosse sfuggita.


Ho avuto l'onore di accompagnare Yusef Lateef durante la sua recente permanenza in Italia.
Prima a Roma, per le prove con il Roma Jazz Ensemble di Pietro Iodice e Mario Corvini. Poi a Prato, per il concerto al Teatro Metastasio organizzato da Stefano Zenni, dove Lateef ha incantato il pubblico con la sua arte generosa, coinvolgente.
Ho registrato l'intervista che segue in automobile, diretti verso Prato. È una chiacchierata informale, amichevole, su molti aspetti della musica di Lateef e della sua forte concezione filosofica.
Non sempre si segue un chiaro filo conduttore, ma spero che emerga con chiarezza l'acuto intelletto di uno dei più grandi musicisti afro-americani viventi. (continua)



Immagini
1, 2, 3-Yusef Lateef

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