Braxton aveva già percorso la strada del Solo per Sassofono nel bollente 1968 con “For Alto”, concretizzando tentativi precedenti di Coleman Hawkins e Albert Ayler.
L’impatto che questo disco ebbe sulla musica jazz fu notevole, sia dal punto di vista della sintassi propria dello strumento quanto, per riflesso, su quella dell’intera musica afroamericana.
Quando si suona in “solo” si finisce inevitabilmente per confrontarsi con parametri che assurgono a nuova importante funzione: la fisicità, che per il sassofono significa l’esaltazione del soffio dal punto di vista fisico, l’impatto che questo ha negli attacchi, in ogni momento che va a squarciare l’altro parametro, il silenzio, il vero involucro che accoglie il lampo sonoro che lo strumento erutta.
La solitudine del musicista, rispetto al suo strumento, lo porta a fare i conti col suo stile, la tecnica e la poetica, sezionando e dilatando i frammenti urlati, soffiati, la strutture timbriche e i salti di tonalità.
Taluni hanno notato riferimenti al Coltrane di Interstellar Space, come Francesco Nunziata, per esempio, che dice anche:
L’impatto che questo disco ebbe sulla musica jazz fu notevole, sia dal punto di vista della sintassi propria dello strumento quanto, per riflesso, su quella dell’intera musica afroamericana.
Quando si suona in “solo” si finisce inevitabilmente per confrontarsi con parametri che assurgono a nuova importante funzione: la fisicità, che per il sassofono significa l’esaltazione del soffio dal punto di vista fisico, l’impatto che questo ha negli attacchi, in ogni momento che va a squarciare l’altro parametro, il silenzio, il vero involucro che accoglie il lampo sonoro che lo strumento erutta.
La solitudine del musicista, rispetto al suo strumento, lo porta a fare i conti col suo stile, la tecnica e la poetica, sezionando e dilatando i frammenti urlati, soffiati, la strutture timbriche e i salti di tonalità.
Taluni hanno notato riferimenti al Coltrane di Interstellar Space, come Francesco Nunziata, per esempio, che dice anche:
Così, nel fluire ora pacato, ora sostenuto delle sue meditazioni, questo flusso di coscienza "strutturato" lascia intravedere tutto il valore dell’organizzazione del suono e del rumore all’interno di uno spazio vuoto dove regna, sibillino, il silenzio. E, in questo vortice di rabbia e malinconia, anche il ticchettio delle dita sui tasti acquisisce finalmente un valore musicale; un valore che è, innanzitutto, ritmico-strutturale, tra nuances ed esplorazioni timbriche, sulle tracce di Helmut Lachenmann.
L’approccio di Braxton alla musica e all’improvvisazione è di tipo razionale e sembrerebbe non lasciare spazio a istanze passionali ma lo stesso musicista ha posto l’accento, in varie interviste, a come le dinamiche musicali non debbano essere disgiunte da implicazioni spirituali e fisiche, nel senso del rapporto che si viene ad instaurare tra il musicista e lo strumento, approcci simili a quelli che è possibile trovare nelle musiche africane o asiatiche.
Sono queste le premesse che porteranno il nostro alla realizzazione di Saxophone Improvisations Series F, un’opera incredibile e rivoluzionaria per la storia del jazz.
Lascio ancora la parola a Nunziata:
Sono queste le premesse che porteranno il nostro alla realizzazione di Saxophone Improvisations Series F, un’opera incredibile e rivoluzionaria per la storia del jazz.
Lascio ancora la parola a Nunziata:
[…]una delle opere musicali (ci sia concesso…) più incredibili e lungimiranti del ‘900. Prolungamento ultimo di innumerevoli esperimenti sul sassofono alto, l’opera eclissa tutto l’apparato concettuale che la sostiene, dimostrando la statura gigantesca di un musicista unico.
Basta ascoltare i tre stage iniziali della “Composition 8I” per comprendere il livello di stravolgimento raggiunto. Lo stesso timbro dello strumento subisce una vera e propria tortura, mentre il suono viene smembrato in micro-cellule che si susseguono in una costruzione spastica, frammentata, che, a fragilissimi accenti melodici, contrappone violentissimi slap-tonguing. Dedicata a Bobby Fisher, maestro di scacchi e campione del mondo.
Gli sconfinati orizzonti lirici di “Composition 26 A (Dedicated to Marie–Claude Conet)” tratteggiano i primi contorni del Braxton più meditativo e “notturno”. Un'unica linea sinuosa viene modellata con eccelsa sapienza emotiva, con qualche piccolo brivido “vibrato” sul finale. E’ un’immersione impareggiabile nell’anima dell’artista, alle prese con un soliloquio che non scade mai in autismo psichico.
Nella ballata di “Composition 26 J (Dedicated to Dave, Claire and Louise Holland”) il suono si arricchisce delle sfumature retroattive dell’ambiente (se ne ricorderà Evan Parker per il suo “Monoceros”). Lo sfondo sembra, contemporaneamente, annegare nel silenzio e fungere da contenitore illimitato per l’espandersi sottilissimo delle note. L'impronta "spaziale" del suono...l'importanza dei residui delle tonalità che scaturiscono dalla stratificazione di suono e contesto fisico... "E' un'estensione del mio amore per la melodia. E' un'estensione del mio amore per lo "spazio poetico...".
Il primo disco si conclude con quella che è molto probabilmente la vetta assoluta della sua produzione “solo”: la “Composition 26 B (Dedicated to Maurice McIntyre”). Le tremolanti note che la introducono sono repentinamente assalite da atroci contorsioni, in un gioco ubriaco di orrore ed euforia, per parafrasare quanto Ekkehard Jost scrisse a proposito dello stile di Ayler. Il fiato che muta in atonali escandescenze metalliche; il sound “cool” di Paul Desmond e le vibranti derive di Roscoe Mitchell, convergenti in un tappeto “percussivo” e sincopato che si immerge e riemerge da una marea montante di estasi straziata. Si ascoltano, dunque, le note trattenute sul baratro, mentre il fiato diventa acciaio liquido. Scorribande esasperate e mulinelli sonici si arrampicano furibondi su se stessi, percuotendo la serie di base ed impennandosi vertiginosamente fino al limite dell’udibile, lì dove le note rischiano di cedere il posto ad un sibilo lancinante, pronto a dissolversi da un momento all’altro. Si tratta di vere e proprie discese nell’ignoto, tra slap tonguing che sono come frustate e accordi grattugiati nel metallo. In questo continuo disintegrarsi di invenzioni, la ricodificazione della sintassi improvvisativi del sax si scontra con quella del timbro, delle altezze e della dinamica. Nel gioco di specchi tra “piano” e “forte”, di spirali filiformi ed isteriche, viene eretto un edificio mostruoso, che è palingenesi assoluta e definitiva del jazz, fatta di viscere, sputacchi, ansimi ed abomini armonico/melodici, fino alla violenta carrellata finale, esemplare e maniacale nel suo sconvolgimento radicale. Innumerevoli prenderanno nota, pochi sapranno eguagliare il maestro.
“Composition 26 D (Dedicated To Ann Taylor”) è un’altra delle sue superbe ballate dai toni sommessi e venati di malinconia, qui sulla scorta di un refrain tanto semplice quanto toccante.
In “Composition 8 J (Dedicated to Buckminster Fuller)”, Braxton lavora intorno ad un pattern di 8 note, entrando ed uscendo dal recinto che di volta in volta viene costruito. Il linguaggio preso in esame in…
“Composition 26 C (Dedicated To George Conley”) rimanda, invece, al be-bop: frasi veloci e spigolose; narrazione vorticosa, nervosa, ondulante. Il fluire vorticoso, magmatico viene spezzato solo per accennare brevissime frasi melodiche, il cui unico scopo, in fondo, è quello di evidenziare la potenza “razionale” dell’intera composizione. In ultima istanza: una pulsazione ossessiva, che trascende, in qualche modo, il vecchio concetto di “swing”. Piccoli solchi nel silenzio. Un silenzio nitido, frastagliato di accenti crepuscolari. Un silenzio “fisico”.
Nella “Composition 26 I (Dedicated to June Patton”), il suono lotta contro la vertigine dell’assenza. Un microscopico amplesso di detto e non-detto, per una ballata “cerebrale” che indaga, con discrezione, il mistero che lega il suono al suo provenire-precipitare-svanire dal/nel nulla. “Ritornare là dove i nomi sono di troppo”, diceva John Cage; ovvero, come precisa Daniel Charles, “al silenzio, al regno delle evidenze… nel luogo dove nomi e cose si fondono e sono uno: alla poesia, regno dove il nominare è essere”.
L’omaggio a Philip Glass nella “Composition 26 F” si lancia in diciannove minuti di reiterazioni ossessive, la cui direttrice “orizzontale” subisce continue mutazioni, come in un isterico cardiogramma. Il minimalismo del compositore americano viene qui esaltato nei suoi caratteri più ipnotici. Al di là della “repetition structure”, il “processo additivo” viene ripercorso con ardore quasi claustrofobico, permettendogli di destrutturare, “distruggere” e ricostruire, da prospettive diverse e convergenti, alcune figure melodiche di base, miscelando minimalismo e be-bop stilizzati, il Coltrane più "free", Eric Dolphy e accenti Desmond-iani.
Una pagina importante, questo disco, una pietra miliare per tutti quei musicisti, e saranno tanti, che si cimenteranno inseguito nell’avventura del “solo”, ad opera di un musicista che ha saputo segnare un sentiero rivoluzionario nella storia del jazz. Anche la sua collocazione strategica è da tenere in conto: opera europea di un musicista determinante nella costruzione di quel ponte che unirà idealmente New York con Parigi, l’America con l’Europa, ponendo le fondamenta per quel futuro ancora oggi in fase di costruzione/definizione.
Discografia:
Anthony Braxton, Saxophone Improvisations Series F, America 1972
Anthony Braxton, For Alto, Delmark 1969
Anthony Braxton, Saxophone Improvisations Series F, America 1972
Anthony Braxton, For Alto, Delmark 1969
Fotografia:
1-Copertina disco
2- Seconda di copertina
3-Terza di copertina4-Quarta di copertina
1-Copertina disco
2- Seconda di copertina
3-Terza di copertina4-Quarta di copertina
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