Gianluca Petrella mi sembra una delle cose più vive e stimolanti della scena jazzistica italiana. Ho gravi lacune riguardo il jazz odierno e la conoscenza, da parte mia, di musicisti come Petrella è abbastanza sommaria. Ho acquistato il suo ultimo disco, Indigo 4 (un altro è in imminente uscita) e, contemporaneamente al suo ascolto, posso indugiare nella lettura di un interessante articolo che lo riguarda sull’ultimo numero di Jazz It.
Petrella è trombonista di statura internazionale, non tocca a me scoprirlo. Conoscitore della tradizione ma disposto a tracciare sentieri innovativi. L’uso di elettronica, per esempio, sovente fuori luogo in molte esperienze anche importanti, in Indigo 4 sembra avere una precisa funzione o, per lo meno, una esatta collocazione nel contesto musicale del nostro.
Parlare del gruppo che lo accompagna è addirittura superfluo, tale è la bravura di Francesco Bearzatti, Fabio Accardi e, soprattutto, Paolino Dalla Porta, contrabbassista chitarristico e alter ego di Petrella (in questo, sembrerebbe un po’ lo schema Di Castri-Fresu).
Petrella è trombonista di statura internazionale, non tocca a me scoprirlo. Conoscitore della tradizione ma disposto a tracciare sentieri innovativi. L’uso di elettronica, per esempio, sovente fuori luogo in molte esperienze anche importanti, in Indigo 4 sembra avere una precisa funzione o, per lo meno, una esatta collocazione nel contesto musicale del nostro.
Parlare del gruppo che lo accompagna è addirittura superfluo, tale è la bravura di Francesco Bearzatti, Fabio Accardi e, soprattutto, Paolino Dalla Porta, contrabbassista chitarristico e alter ego di Petrella (in questo, sembrerebbe un po’ lo schema Di Castri-Fresu).
La cosa più rilevante del disco è la grande e interessante capacità di farsi ponte tra modernità, ricerca e tradizione, la sapienza con cui questi linguaggi, all’apparenza così diversi, sembrano fondersi mirabilmente. Il capomastro di questa capacità di Petrella (di questo valore, nel suo originale percorso di ricerca) è il brano di Duke Ellington, Mood Indigo, dove la tradizione ellingtoniana viene passata al setaccio dell’esperienza europea che esalta il senso ironico del grande direttore d’orchestra americano con un linguaggio che richiama, non a caso, credo, il free nord europeo, con un occhio verso i suoni decomposti della Globe Unity Orchestra. Altri brani, come Trinkle Tinkle di Monk, I goti t bad, sempre di Ellington, e There comes a time, di Tony Williams, danno modo al trombonista barese di esibire un interessante talento.
Nell’intervista citata, su Jazz It, il musicista, incalzato dall’intervistatore Sergio Pasquandrea, torna a parlare dell’argomento “tradizione” lamentandosi dell’accademismo presente in molti dei suoi colleghi che su questo piano si confrontano.
Nell’intervista citata, su Jazz It, il musicista, incalzato dall’intervistatore Sergio Pasquandrea, torna a parlare dell’argomento “tradizione” lamentandosi dell’accademismo presente in molti dei suoi colleghi che su questo piano si confrontano.

Scheda:
Titolo:
Autore:
Label:
Blue Note
Anno di pubblicazione:
2005
Titoli brani:
1-Trinkle, Tinkle (Monk)
3-Lazy Moon (Calo, Dawes, Findlay, Lee White)
4-Mr. Wolf (Petrella)
5-Sacred Whale (Petrella)
11-I.s.t.r. (Petrella)
Immagini:
Gianluca Petrella, foto di Roberto Cifarelli
Paolino Dalla Porta, foto di Roberto Cifarelli
Paolino Dalla Porta, foto di Roberto Cifarelli
Gianluca Petrella, foto di Roberto Cifarelli
Paolino Dalla Porta, foto di Roberto Cifarelli
Paolino Dalla Porta, foto di Roberto Cifarelli
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