venerdì 24 agosto 2007

Apprendimento e didattica


L’intervista a Max Roach, pubblicata su Carte espone chiaramente quella che è la tradizione didattica del jazz e le sue sostanziali differenze rispetto alla tradizione euro colta: la prima tramandata oralmente, imitativamente e tesa alla personalizzazione laddove la seconda è basata sostanzialmente sulla scrittura, sull’omologazione degli stili e l’aderenza rigida alla sintassi compositiva.
Da poco più di un paio di decenni, l’insegnamento del jazz si è diffuso nei conservatori con risultati alquanto dubbi, a dire la verità, Credo che non sia questa la soluzione definitiva, in ogni caso. L’alternativa più accreditata mi sembra il curriculum istituzionale (ancora conservatorio) e la frequenza di vari seminari sparsi per la penisola, possibilmente sotto le ali protettive di un mentore. I seminari di jazz dovrebbero garantire la possibilità di confronto con altri colleghi e di apprendimento diretto da bravi maestri. Purtroppo, per quanto utili, non risultano risolutivi laddove il contatto è limitato nel tempo e i musicisti hanno quasi tutti una preparazione accademica.

Quello della formazione e dell’apprendimento è un punto cruciale dello stato evolutivo del jazz e fondamentale per il suo sviluppo. Nel corso della storia è stato proprio questo particolare momento la vera ragione del jazz. Nell’apprendimento è racchiuso il segreto della musica afro-americana. E Max Roach voleva dire proprio questo quando metteva in risalto le analogie, in tal senso, tra la tradizione africana e quella afro-americana e quando sosteneva che gli europei non avrebbero mai potuto raggiungere le vette creative raggiunte, nel jazz, dagli afro-americani.
Interessante l’accenno che
Sparti fa, nel suo testo fondamentale[1], sulla motivazione che regola il rapporto tra un jazzista e i suoi predecessori, ossia, una sorta di ansia indotta dall’idea di risultare uguale a essi, una mera copia carbone, un’istanza di qualcosa di precedente, collegando il percorso creativo alla necessità di vincere, appunto quest’ansia.
Nelle comunità nere, almeno fino agli anni Settanta, i giovani apprendevano assistendo ai concerti, suonando in session nei club con gruppi di professionisti che di quella comunità fungevano da riferimento, imparando implicitamente, l’alfabeto musicale e le norme estetiche di quella musica.

In Italia, un’importante funzione di comunità musicale sul territorio è data dalle bande musicali, attualmente in crisi di ossigeno finanziario un po’ dappertutto. Paradigamatico il rapporto che con queste istituzioni territoriali hanno avuto Paolo Fresu e Pino Minafra.
Degno di nota il progetto che
Cesare Dell’Anna sta portando nel Salento, coadiuvato dal laboratorio di Hotel Albania: riunire musicisti di diversa estrazione, etnica salentina, nordafricana e balcanica, jazz e tradizione bandistica, facendo confluire tutte queste istanze in un luogo cardine della tradizione musicale, almeno pugliese, la cassa armonica.
Certo, questo esperimento viene da una lontana provincia dell’impero ma ha l’onestà di indicare una strada percorribile tra le altre se lo scopo vuole essere quello di salvaguardare l’attenzione per lo stile, elemento fondamentale del jazz.

NOTE
[1] Davide Sparti, Suoni inauditi- l’improvvisazione nel jazz e nella vita quotidiana, Il Mulino Intersezioni, pag. 127
Discografia minima:
Cesare Dell'Anna, My Miles, 11/8

Fotografie:
dalla rete,
Cesare Dell’Anna in vari momenti

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