Bird lives
(su un muro di New York)
Da un articolo comparso sul numero 25 di Jazz It, propedeutico alle celebrazioni del 50° anniversario della morte di Charlie Parker, leggo alcune considerazioni sul senso del “volo” nelle culture africane e sul legame che il grande musicista aveva con questo particolare atteggiamento, al punto da essere soprannominato Bird.
A voler essere sinceri, il soprannome, Bird, come già detto, fu mutuato da un suo precedente soprannome, Yardbird (uccello da cortile) che gli venne affibbiato a causa della golosità che manifestava per i polli che sembra gradisse in tutti i modi. Ma non tardò molto, comunque, ad essere legato alla peculiare grandezza della musica che produceva.
L’articolo si riferiva ad un libro, “Charlie Parker e il mito afroamericano del volo”, edito da Stampa Alternativa e l’autore era lo stesso del libro, Gianfranco Salvatore.
L’articolo parte da una frase pronunciata da Caesar Grant, un proletario negro, carrettiere di John’s Island, una testimonianza della narrativa afro-americana, salvata dall’oblio per il rotto della cuffia.
Egli raccontava:
“Un tempo, tutti gli africani volavano come uccelli, ma poi, a causa delle loro molte trasgressioni, quelle ali gli furono tolte. Rimasero alcuni, qua e là, nelle isole del mare e in località sperdute delle pianure, certi che erano passati inosservati e avevano conservato la capacità di volare, anche se a vederli sembravano uomini come tutti gli altri”.[1]
Il mito del volo, originario, quindi, da quelle culture sub sahariane dalle quali proveniva la maggioranza degli schiavi negri d’America, traversò, insieme ad essi, l’oceano Atlantico per approdare nel continente americano dove si caricò di nuovi segni e significati.
Allora, il desiderio di volare divenne metafora di quello del ritorno alla madre Africa, quella identificata, in molti canti delle origini post conversione, al paradiso, raggiunto quasi sempre “in volo”.
Di Parker, nota Gianfranco Salvatore, è sempre stata trasmessa un’immagine abbastanza patetica e disperata, secondo vecchi stereotipi duri a morire che vogliono l’artista sempre afflitto da tutti i problemi del mondo. A costruire quest’immagine di disgraziato, musone e autolesionista ha contribuito non poco Hollywood, col suo cinema (ricordiamo film come Bird, di Clint Eastwood), e parte di letteratura di maniera. In realtà, testimonianze più attendibili parlano di un Parker dotato di un umorismo cinico e surreale, conversatore brillante e immaginifico, eccentrico, giocoso, paradossale, oltre che molto colto.
Charlie Parker era sempre stato un fanatico degli scherzi, dai più innocenti a quelli più crudeli, tipo mettere benzedrina nel caffè del cantante Rubberlegs Williams per indurlo a cantare con un tono di voce alterato.
Inoltre, amava le filastrocche infantili e i motivetti tratti dai cartoni animati e si divertiva spesso a parodiare brani musicali famosi.
Gianfranco Salvatore, in questo articolo, cita aneddoti divertenti, come quando, a Parigi, presentato a Jean Paul Sartre, gli disse: “Mi piace molto il suo modo di suonare” o, come quella volta che a Los Angeles andò a urinare nella cabina telefonica di un teatro, compiacendosi molto per quanto aveva fatto.
A voler essere sinceri, il soprannome, Bird, come già detto, fu mutuato da un suo precedente soprannome, Yardbird (uccello da cortile) che gli venne affibbiato a causa della golosità che manifestava per i polli che sembra gradisse in tutti i modi. Ma non tardò molto, comunque, ad essere legato alla peculiare grandezza della musica che produceva.
L’articolo si riferiva ad un libro, “Charlie Parker e il mito afroamericano del volo”, edito da Stampa Alternativa e l’autore era lo stesso del libro, Gianfranco Salvatore.
L’articolo parte da una frase pronunciata da Caesar Grant, un proletario negro, carrettiere di John’s Island, una testimonianza della narrativa afro-americana, salvata dall’oblio per il rotto della cuffia.
Egli raccontava:
“Un tempo, tutti gli africani volavano come uccelli, ma poi, a causa delle loro molte trasgressioni, quelle ali gli furono tolte. Rimasero alcuni, qua e là, nelle isole del mare e in località sperdute delle pianure, certi che erano passati inosservati e avevano conservato la capacità di volare, anche se a vederli sembravano uomini come tutti gli altri”.[1]
Il mito del volo, originario, quindi, da quelle culture sub sahariane dalle quali proveniva la maggioranza degli schiavi negri d’America, traversò, insieme ad essi, l’oceano Atlantico per approdare nel continente americano dove si caricò di nuovi segni e significati.
Allora, il desiderio di volare divenne metafora di quello del ritorno alla madre Africa, quella identificata, in molti canti delle origini post conversione, al paradiso, raggiunto quasi sempre “in volo”.
Di Parker, nota Gianfranco Salvatore, è sempre stata trasmessa un’immagine abbastanza patetica e disperata, secondo vecchi stereotipi duri a morire che vogliono l’artista sempre afflitto da tutti i problemi del mondo. A costruire quest’immagine di disgraziato, musone e autolesionista ha contribuito non poco Hollywood, col suo cinema (ricordiamo film come Bird, di Clint Eastwood), e parte di letteratura di maniera. In realtà, testimonianze più attendibili parlano di un Parker dotato di un umorismo cinico e surreale, conversatore brillante e immaginifico, eccentrico, giocoso, paradossale, oltre che molto colto.
Charlie Parker era sempre stato un fanatico degli scherzi, dai più innocenti a quelli più crudeli, tipo mettere benzedrina nel caffè del cantante Rubberlegs Williams per indurlo a cantare con un tono di voce alterato.
Inoltre, amava le filastrocche infantili e i motivetti tratti dai cartoni animati e si divertiva spesso a parodiare brani musicali famosi.
Gianfranco Salvatore, in questo articolo, cita aneddoti divertenti, come quando, a Parigi, presentato a Jean Paul Sartre, gli disse: “Mi piace molto il suo modo di suonare” o, come quella volta che a Los Angeles andò a urinare nella cabina telefonica di un teatro, compiacendosi molto per quanto aveva fatto.
A Charlie Parker piaceva molto ridere e il riso gli fu fatale. Morì ridendo, davanti al numero di un giocoliere in televisione, nello show di Tommy Dorsey.
Coerenti con la sua personalità, di tipo euforico-depressivo, erano taluni suoi comportamenti sul palco, come quello strano contrasto tra la veloce fluidità della sua musica e l’atteggiamento sul palco, mentre la eseguiva, completamente assente. Talvolta, stranito, si osservava quelle mani che correvano veloci tra le note, quasi incredulo che fosse lui a produrre quella musica. Insomma, vero sconcertatore nella vita quotidiana quanto estraniato sul palco. Ciò era dovuto al fatto che musicalmente sapeva di non aver nulla da dimostrare e questo gli consentiva di tenere a bada i suoi comportamenti da schizofrenia emotiva.
Si è molto parlato anche a proposito dei suoi rapporti con la droga che cominciarono molto presto, a Kansas City, con la marijuana, la benzedrina e perfino la noce moscata, magari sciolta nel latte. Passò poi all’eroina ma si può dire che non fu mai, veramente, uno schiavo delle droghe e non furono esse ma l’alcool a rovinargli la vita.
In realtà, Parker usava le droghe in funzione della ricerca di una maggiore apertura mentale rispetto alla propria creatività. Era profondamente umorale e convinto che l’umore contribuisse in maniera decisiva alla realizzazione completa del proprio gesto creativo. In definitiva, come dice Salvatore nel suo libro, la ricerca di una coscienza alterata, capace di sollevarsi al di sopra della banalità di tutti i giorni, era l’esasperazione di uno slancio ideale che trovava riscontro anche nella sua idea di musica.
Una volta ebbe a dire a Duke Jordan: “Se fai qualcosa di insolito fra un set e l’altro, quando torni a suonare avrai dei pensieri nuovi, che verranno fuori nella tua musica”
Cito ancora Gianfranco Salvatore:
“Musica e follia, per il suo temperamento gioiosamente visionario, erano due facce della stessa medaglia, entrambe vitalmente necessarie e complementari. Questa costante ricerca di follia sconfinò nella droga: ma se gli effetti furono realisticamente nefasti, le intenzoni erano tutte idealistiche.
In questo c’era, viva, l’idea del “volo”.
Coerenti con la sua personalità, di tipo euforico-depressivo, erano taluni suoi comportamenti sul palco, come quello strano contrasto tra la veloce fluidità della sua musica e l’atteggiamento sul palco, mentre la eseguiva, completamente assente. Talvolta, stranito, si osservava quelle mani che correvano veloci tra le note, quasi incredulo che fosse lui a produrre quella musica. Insomma, vero sconcertatore nella vita quotidiana quanto estraniato sul palco. Ciò era dovuto al fatto che musicalmente sapeva di non aver nulla da dimostrare e questo gli consentiva di tenere a bada i suoi comportamenti da schizofrenia emotiva.
Si è molto parlato anche a proposito dei suoi rapporti con la droga che cominciarono molto presto, a Kansas City, con la marijuana, la benzedrina e perfino la noce moscata, magari sciolta nel latte. Passò poi all’eroina ma si può dire che non fu mai, veramente, uno schiavo delle droghe e non furono esse ma l’alcool a rovinargli la vita.
In realtà, Parker usava le droghe in funzione della ricerca di una maggiore apertura mentale rispetto alla propria creatività. Era profondamente umorale e convinto che l’umore contribuisse in maniera decisiva alla realizzazione completa del proprio gesto creativo. In definitiva, come dice Salvatore nel suo libro, la ricerca di una coscienza alterata, capace di sollevarsi al di sopra della banalità di tutti i giorni, era l’esasperazione di uno slancio ideale che trovava riscontro anche nella sua idea di musica.
Una volta ebbe a dire a Duke Jordan: “Se fai qualcosa di insolito fra un set e l’altro, quando torni a suonare avrai dei pensieri nuovi, che verranno fuori nella tua musica”
Cito ancora Gianfranco Salvatore:
“Musica e follia, per il suo temperamento gioiosamente visionario, erano due facce della stessa medaglia, entrambe vitalmente necessarie e complementari. Questa costante ricerca di follia sconfinò nella droga: ma se gli effetti furono realisticamente nefasti, le intenzoni erano tutte idealistiche.
In questo c’era, viva, l’idea del “volo”.
NOTE
[1]”Tutti i figli di Dio avevano le ali”, in AAVV, Spettri di New Orleans, Nuova Accademia, Milano, 1992, pag. 24
[1]”Tutti i figli di Dio avevano le ali”, in AAVV, Spettri di New Orleans, Nuova Accademia, Milano, 1992, pag. 24
Fotografie:
1- Sassofono di C. Parker al museo di Kansas City, foto G. Minora
2-Charlie Parker, foto A. Marshack, collezione R. Schwamenthal
3-Copertina del disco di Gianfranco Salvatore
1- Sassofono di C. Parker al museo di Kansas City, foto G. Minora
2-Charlie Parker, foto A. Marshack, collezione R. Schwamenthal
3-Copertina del disco di Gianfranco Salvatore
Bibliografia:
AAVV, Tutti i figli di Dio avevano le ali, Nuova Accademia, 1992
Gianfranco Salvatore, Charlie Parker. "Bird" e il mito afroamericano del volo, Nuovi Equilibri, 2005 [qui info]
AAVV, Tutti i figli di Dio avevano le ali, Nuova Accademia, 1992
Gianfranco Salvatore, Charlie Parker. "Bird" e il mito afroamericano del volo, Nuovi Equilibri, 2005 [qui info]
Pubblicato qui il giorno 1 novembre 2006
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