lunedì 16 luglio 2007

Tendenze

Qualcuno ha gia cantato il “de profundis” per il jazz e le voci sulla sua imminente fine si sprecano; c’è anche chi lo dà ormai per morto e sembra non ci sia proprio nessuno capace di collocarlo storicamente e dare un senso al suo progredire.
Siamo abituati da sempre,noi jazzofili, ai decennali stravolgimenti a cui abbiamo assistito dacchè abbiamo cominciato ad interessarci a questa musica, passando dallo swing degli anni ’30 al bebop dei ’40, al cool dei ’50, al free dei ’60 e all’hard bop dei ’70. L’ultima catalogazione decennale risale ai fermenti della Creative Music degli anni ’80, quella di Braxton, dell’Art Ensemble of Chicago, dell’AACM chicagoana e della loft music newyorkese. Poi il buio. Il panorama jazzistico è esploso sotto la spinta di istanze globali e i punti di riferimento culturali sono scomparsi, lasciandoci nello sconforto totale, da cui la costernazione per l’imminente fine.


Ciò che bisogna mettere in discussione, prima di tutto, è questa chiave di lettura e provare a ripensare la storia del Jazz a partire dalla destrutturazione di questo percorso cronologico e limitante in modo da saper recuperare la complessità dei nostri tempi.
Se si prova a stabilire dei punti cardine in quello che è il percorso della musica afro-americana, non si può che assumere, come punti di partenza, due coordinate specifiche: il bebop e l’hard bop.
Il primo è stato senza ombra di dubbio l’unica vera e profonda rivoluzione musicale non solo relativamente al jazz ma dell’intero secolo. Ha cambiato i connotati di questa musica emancipandola dalla funzione prettamente commerciale e di intrattenimento che aveva assunto negli anni precedenti.
Il secondo, invece, possiamo definirlo come l’attuale mainstream da cui si diramano tutte le attuali tendenze.
Il Free Jazz, pur con gli aneliti di libertà creativa a cui ha aspirato in quel tentativo di sganciarsi da qualsiasi schematismo, non possiamo non dirlo figlio del bebop. Questi due stili sono intimamente legati tra loro.
Lo stato attuale della musica jazz è complesso e variegato. Guarda verso direzioni estremamente diversificate, sorretto da musicisti dalla cultura media elevata, da una consapevolezza musicale notevole. Inoltre è caratterizzato da un dinamico interfacciamento con culture musicali autoctone al punto che si potrebbe tranquillamente sostenere che al giorno d’oggi, diluite dentro un unico mainstream raccoglitore, vi è una pluralità di stili jazzistici regionali o nazionali.
La preparazione culturale e la consapevolezza del loro ruolo ha, in qualche modo, indotto i musicisti a compiere la loro personale ricerca nell’ambito del mainstream hardboppistico e ciò ha impedito il nascere di nuovi messia, figure che emergono in corrispondenza di svolte radicali che all’orizzonte, allo stato attuale, non si vedono.
A questa moderna consapevolezza del musicista si contrappone lo smaliziato ascoltatore colto che, soprattutto nel jazz, sa utilizzare, nell’ascolto e nell’ascolto partecipativo, un approccio attento e una capacità di mettere in campo una cultura raffinata. Si crea facilmente un corto circuito partecipativo tra musicista e fruitore che contribuisce a stimolare un reciproco rincorrersi di stimoli.
Le tendenze attuali più interessanti sono quelle legate all’hard bop come mainstream, il jazz-rock e la fusion che non sono da confondere tra loro in quanto la fusion può intendersi come una fusione di generi più intima alla quale concorrono non solo il rock ma vari altri generi contaminatori.
Interessante la reciproca contaminazione con la realtà musicale brasiliana, quella con le avanguardie musicali del pianeta e con la musica contemporanea europea, forse la più importante poiché si innesta su un deciso processo di sviluppo del jazz europeo all’interno del quale la componente italiana è di primaria importanza.
Il free da Braxton in poi (con l’apporto decisivo dei musicisti europei) procede ad una ristrutturazione interna, che non significa affatto ritorno al passato o ammorbidimento dello stile; al contrario esso vuole semplicemente ribadire la possibilità di sviscerare un linguaggio musicale sino a raggiungere la messa in crisi dell’intero ordine sonoro; ecco quindi l’approdo a risultati prossimi alla musica aleatoria e alla sperimentazione colta occidentale, con una lucidità mentale e una consapevolezza estetica che forse per la prima volta congiunge le due culture. Non a caso si parla di improvised o creative music, come se una parte di musicisti negri (e una cospicua di jazzmen europei) voglia di proposito l’allontanamento da una sfera jazzistica per confondersi definitivamente con gli usi e le modalità della musica contemporanea postweberniana.[1]

Il direttore d’orchestra George Russell è convinto nel sostenere che il baricentro del jazz si è ormai spostato in Europa, così come un altro dato di fatto è che la componente bianca dei musicisti aumenta esponenzialmente la sua quota rispetto a quella storica degli inventori negri. Questo fenomeno è evidente anche negli stessi USA dove agiscono capiscuola come Meldhau, Zorn, Frisell. E’ come se i bianchi, dopo decenni di complessi di inferiorità, abbiano preso coscienza della relativa facilità di eseguire una musica che si considerava esclusivo appannaggio del popolo negro.
La stessa consapevolezza che hanno sviluppato i musicisti europei e che li ha portati a superare ogni complesso di inferiorità rispetto ai colleghi americani. Anzi, un nuovo modo di guardare l’Europa, da parte dei musicisti americani diventa semina per una stretta collaborazione interatlantica e una salutare commistione di ruoli, preludio di una tendenza globalizzante del jazz che, nel frattempo, compie passi da gigante verso un sempre maggiore riconoscimento accademico, evidente dall’ormai alto numero di jazzmen che insegnano strumento nei Conservatori. A proposito, questo riconoscimento accademico va guardato con attenzione, per non dire diffidenza, in quanto rischia di annacquare la forza selvaggia della musica jazz, incanalandola verso percorsi collusi con i poteri imperanti rappresentati proprio da istituzioni come i Conservatori.
Non si dimentichi che l’Europa ha sempre svolto un valido ruolo di incubatore di tutte le tendenze e le tensioni rivoluzionarie che l’America ha generato nel corso del secolo scorso, ha dato loro valenza artistica rispedendole al mittente legittimate. Essa è stata sovente il rifugio dei grandi incompresi come i boppers negli anni ’40 e i rivoluzionari del Free nei primi ’60.
In definitiva, se la nebbia del futuro si diradasse anche solo per un attimo potremmo vedere un bivio all’orizzonte:ci porterà, questo jazz, a una sorta di via nazionale o ad una via individuale? I musicisti del futuro interpreteranno stili e percorsi caratterizzati da discorsi unitari e appartenenze a filoni musicali o anche culturali rifacentesi a un sistema culturale territoriale ben definito o saranno i singoli individui che si faranno genere, ognuno a modo suo? Questa sembra essere la domanda cruciale alla quale non c’è risposta immediata.

[1] cft Gaetano Liguori, Guido Michelone, Una storia del Jazz, musica e musicisti dal 1900 al 2000, Christian Marinotti Edizioni, 2001, pag 263
Bibliografia: Arrigo Polillo, La storia del Jazz, Mondatori, 1976
Gaetano Liguori, Guido Michelone, Una storia del Jazz, musica e musicisti dal 1900 al 2000, Christian Marinotti Edizione, 2001
Discografia: Anthony Braxton, Solo Vol. 2, Leo Music, 1979
Art Ensemble of Chicago, Fanfare for the Warriors, Warner Elektra, Atlantic, 1974
Globe Unity Orchestra, Improvisations, Japo, 1977
Paolo Fresu Enrico Rava, Shadows of Chet, Via Veneto Jazz, 1999
Fotografie:
Art Ensemble of Chicago
Pubblicato qui il 20 novembre 2006

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